
Palazzo di giustizia di Milano, è lunedì 14 settembre. Dentro le aule numero 4 e 5 al piano terra del tribunale si svolgono i consueti processi per direttissima. Dietro le sbarre ci sono solo extracomunitari. È il turno di Nasr Ibrahim Goma, egiziano di 24 anni, arrestato il sabato precedente. Il giudice gli contesta il reato: Ibrahim aveva ricevuto un ordine di allontanamento dal questore il 17 agosto. Doveva lasciare l’Italia entro cinque giorni. “Perché non l’ha fatto?” chiede il magistrato.
L’interprete traduce: “Nel 2007 avevo presentato richiesta per il permesso e non avevo avuto risposta, ora speravo nella sanatoria per le badanti”.
L’uomo è a Milano da quattro anni, dice di abitare in via Eritrea con altri egiziani. È incensurato. Dopo avere sentito il pubblico ministero e l’avvocato d’ufficio, e dopo avere convalidato l’arresto effettuato meno di 48 ore prima, il giudice prende atto della richiesta di patteggiamento dell’imputato e dispone la sospensione della pena e l’immediata remissione in libertà . Fuori uno.
Il giorno dopo, sempre nelle stesse aule ma con protagonisti diversi, si ripete lo stesso copione. El-Sayed, altro egiziano, attraverso l’interprete dice al giudice di vivere in Italia da quattro anni, da ultimo a Milano, anche se non ricorda la via, e di svolgere lavori saltuari in nero. Sul suo capo pende un ordine di allontanamento del questore di Treviso che risale al settembre di due anni fa. Non ha precedenti penali. Risultato: sospensione della pena e arrivederci a tutti. Fuori due.
El-Sayed, come Ibrahim e tanti altri immigrati clandestini, è entrato nel Palazzo di giustizia di Milano in manette dall’ingresso laterale di via Freguglia e ne è uscito qualche ora dopo, da quello principale di corso di Porta Vittoria, da uomo libero. Libero di continuare a pensare che il decreto di espulsione sia solo un pezzo di carta che non vale nulla.
Libero di gironzolare qua e là a partire dal bar all’angolo, dove magari prendere un caffè gomito a gomito con i poliziotti o i carabinieri che lo hanno arrestato poche ore prima.
Davanti a una situazione come questa ci si chiede: ma come è possibile? Si può sposare la linea del vicesindaco e assessore alla Sicurezza di Milano, Riccardo De Corato, che a colloquio con Panorama non ha dubbi: “Il problema è molto semplice, la legge c’è, ma i magistrati di fatto la stanno aggirando non fissando a dovere i processi per direttissima. Il tribunale per gli immigrati è una sorta di grand hotel. Bisogna che il ministro di Giustizia incontri il Csm e trovino il modo di risolvere la questione. Altrimenti non ne usciamo”. Oppure si possono fare proprie le posizioni emerse in queste ultime settimane dalla pancia della magistratura.
Gian Carlo Caselli, procuratore di Torino, ha posto l’accento sugli aspetti pratici: il carico di fascicoli che si è abbattuto sui palazzi di giustizia è abnorme, non si può non selezionare e privilegiare i casi in cui la clandestinità è associata a un altro reato.
Ma c’è pure chi, come un giudice di Pesaro, ha sollevato una questione di incostituzionalità e ha demandato alla Consulta il compito di decidere se le norme contenute nel “pacchetto sicurezza” non vadano a ledere principi sanciti dalla Carta: uguaglianza, personalità della responsabilità penale, solidarietà , ragionevolezza. Insomma, il solito ginepraio italiano sull’incertezza della pena. La partita che l’extracomunitario gioca con lo Stato italiano è un autentico gioco dell’oca: un giro dietro l’altro, con tappe e passaggi obbligati, ritorno al via e ripartenza.
Cerchiamo di capire il perché partendo dalla prima casella. Ipotesi, che poi è la realtà di tutti i giorni; la polizia municipale di Milano ferma un immigrato senza documenti e senza permesso di soggiorno. Lo chiameremo Mustafà . Come nel 99 per cento dei casi, Mustafà dichiara generalità false. Gli uomini del nucleo radiomobile gli prendono le impronte, gli fanno le foto e le portano in questura, nel gabinetto regionale della polizia scientifica. Se non è già schedato, gli viene assegnato un codice, che diventa la sua vera identità , il suo vero nome. Perché se invece è già segnalato nove volte su 10 all’impronta e al codice che corrispondono al nostro Mustafà sono associati tanti nomi diversi quante le volte in cui è stato fermato.
A questo punto Mustafà si viene a trovare in una delle tre tipiche fattispecie che riguardano gli immigrati senza documenti. La prima è la più semplice: è stato fermato mentre commetteva un altro reato (o era ricercato per lo stesso), spaccio, furto, rapina.
Mustafà viene processato, condannato e finisce in carcere. Parallelamente, dall’8 agosto in qua, si apre per lui anche la procedura per il reato di immigrazione clandestina davanti al giudice di pace. La seconda tipologia di eventi in cui rientra Mustafà è quella che abbia ricevuto in passato un decreto di espulsione e l’abbia ignorato. Qui bisogna subito capire come mai Mustafà è ancora in Italia. Il problema alla base è l’incertezza sulla sua identità e la sua provenienza. Una volta che il prefetto ha emesso il decreto di espulsione e il questore il susseguente ordine di allontanamento, sarebbe più efficace accompagnarlo alla frontiera e dirgli addio. Già , ma a quale frontiera? Ti fidi di quello che ti ha detto e lo porti in Marocco. Alla dogana, come minimo i poliziotti locali ti ridono dietro: marocchino? E chi ce lo assicura che è vero? La strada è impraticabile.
Prima di liberare Mustafà e di pregarlo gentilmente di tornarsene a casa c’è un’altra possibilità : il Cie, centro di identificazione ed espulsione, a Milano in via Corelli. Peccato sia sempre pieno, non c’è mai posto. E, anche nella straordinaria ipotesi che trovi posto, Mustafà verosimilmente ne uscirà con le sue gambe dopo 180 giorni (prima del pacchetto sicurezza il termine era 60 giorni): i tempi per risalire alla sua vera identità aspettando i riscontri di tutti gli stati del Maghreb sono molto più lunghi. Morale: ordine di allontanamento dall’Italia entro cinque giorni e liberi tutti.
Torniamo alla seconda fattispecie: Mustafà è stato fermato, identificato, e si è scoperto che non aveva ancora lasciato l’Italia. Scatta subito l’arresto e il pubblico ministero dispone l’udienza di convalida entro le canoniche 48 ore.
Primo intoppo: sono talmente tanti che non si riescono a portare tutti nei processi per direttissima. In quelli che si svolgono, il giudice convalida l’arresto, concede i termini al difensore d’ufficio rinviando il processo più o meno di una settimana e dispone la scarcerazione. Ma il giudice, come abbiamo visto, può anche accogliere istanza di patteggiamento e svolgere direttamente il processo. In ogni caso la sostanza non cambia: entro poche ore di Mustafà non ci sarà più traccia.
E veniamo all’ultima fattispecie. Mustafà non ha commesso altri reati e non ha alcun ordine di allontanamento pendente. Fino al 7 agosto andava incontro a una violazione amministrativa con conseguente decreto di espulsione. Dall’entrata in vigore delle norme contenute nel “pacchetto sicurezza” è responsabile di reato di immigrazione clandestina. Il giudice di pace procede in modo autonomo e parallelo anche se il clandestino è già imputato o condannato in altri processi (l’unico reato che lo assorbe è quello per inottemperanza al decreto di espulsione).
L’udienza viene fissata non prima di due settimane dal momento del fermo. Ovvio che Mustafà si presenti solo se è già in carcere per altri motivi. In ogni caso la sanzione prevista è l’ammenda da 5 a 10 mila euro che può essere sostituita con l’espulsione, proprio quello che è accaduto a Milano mercoledì scorso, primo giorno di udienze davanti al giudice di pace. Omar Rouis, algerino, già a San Vittore per spaccio di droga, è stato condannato alla pena pecuniaria di 5 mila euro, sostituita con l’espulsione per cinque anni. Un provvedimento che non può essere eseguito, secondo il suo avvocato, almeno fino a quando Rouis non sarà giudicato in appello nel procedimento pendente per spaccio di droga. Solo allora potrà tornare alla casella di partenza. Proprio come è ben evidenziato nel grafico qui sotto (clicca per ingrandire).
L’iter delle procedure quando viene fermato un clandestino. Il nodo cruciale è sempre l’identificazione, che spesso vanifica tutto il lavoro delle forze dell’ordine
FERMATI 732. PARTITI: NESSUNO
Fino al 16 settembre, a poco più di due mesi dall’entrata in vigore del pacchetto sicurezza, sono 732 gli immigrati irregolari fermati a Milano. Denunciati, processati, arrestati, espulsi: di certo nessuno ha lasciato l’Italia. Di certo per ognuno di loro almeno quattro agenti sono stati impegnati due giorni. I carabinieri ne hanno identificati 394. La Guardia di finanza 33. La polizia di Stato 252. Quelli scoperti dalla polizia municipale sono 68. In diversi casi persone con alle spalle una sfilza di segnalazioni: una trans brasiliana di 41 anni era già stata fermata 38 volte. Il 31 agosto un giudice di Milano ne ha convalidato l’arresto e disposto la scarcerazione fino al giorno del processo (10 settembre). Prevedibilmente non si è presentata. Altro giro in attesa del prossimo stop, il numero 39, dalle forze dell’ordine.
- Mercoledì 23 Settembre 2009
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Commenti
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Il 23 Settembre 2009 alle 12:50 indigesto ha scritto:
Pare che per poter approdare alle nostre coste gli immigrati (e non chiamiamoli clandestini per non offendere gli nostri animi sensibili, vocati da sempre alla clandestinità ) siano soggetti a forti esborsi in danaro;la qual cosa, considerato il loro status e le loro condizioni, già dovrebbe insospettire anche i più semplici sull’origine di queste somme da corrispondere, se, come e quando, ai trafficanti si carne umana. La ormai universalmente conosciuta farsesca applicazione delle nostre assurde procedure per l’allontanamento di queste persone credo che sia cosa che consenta la migliore progettualità acchè questi sbarchi abbiano in concreto pieno successo quanto alla penetrazione di questi migranti nei nostri territori. La pervicacia con la quale vengono in pratica favorite, queste che ormai possiamo considerare come procedure, da parte di certa politica, insensibile a supportare in tal modo anche interessi mafiosi, non può non far pensare ad interessi anch’essi legati a “circolazione” di danaro. In sostanza, tenuto anche conto di cosa tuttociò costa a noi contribuenti in termini di forze di polizia impegnate, giudizi e quant’altro (senza tenere conto dell’impatto sociale, poichè sono tutti buoni, rispettabili, civili, inoffensivi..insomma migliori di noi!), non sarà il caso di istituire un apposito Ministero, con tanto di portafoglio, che presieda all’accoglienza di questi immigrati, riconoscendo loro da subito cittadinanza,diritto di voto, abitazione, luoghi di culto, occupazione e cariche politiche? Si risparmierebbero così soldi ed energie e potremmo aspirare ad uno Stato finalmente governato dalla sinistra, evitando così ogni vomitevole diatriba!
Il 23 Settembre 2009 alle 14:31 In tribunale il gioco dell’oca del clandestino « Sottoosservazione’s Blog ha scritto:
[...] http://blog.panorama.it/italia.....andestino/ [...]
Il 9 Ottobre 2009 alle 16:43 Da pseudo badanti a commercianti nulla tenenti: storie di chi ha superato la sanatoria - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] più volte. “Rilevano le mie impronte digitali e poi mi lasciano andare”. Proprio come nel gioco dell’oca: una sosta in tribunale e, in attesa del foglio di via, l’immigrato torna per [...]
Il 1 Dicembre 2009 alle 11:48 Paradosso irregolari: il reato di clandestinità blocca i rimpatri volontari - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] tornare indietro, ma non possono. Perché sono irregolari. Devono restare in Italia e aspettare un processo per poi, forse, essere espulsi. Il tutto a spese dello Stato. Una situazione paradossale creata [...]
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