
L’agenda del Pd: un mese dalle primarie (25 ottobre), sedici giorni dall’assemblea nazionale (11 ottobre) che aprirà ufficialmente le procedure per la scelta del segretario. Ma se la situazione dei tre candidati - Pierluigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino - appare sufficientemente chiara quanto a consensi e sondaggi, molto meno lo è per la futura linea politica.
Il 23 settembre la commissione nazionale per le elezioni ha reso noti i riultati di 1.626 congressi locali tenuti nei circoli fino al giorno prima: Bersani 55,57%; Franceschini 36,46; Marino 7,96.
Avrebbero votato 74.638 iscritti, pari al 58,68 per cento degli “aventi diritto”. I condizionali sono d’obbligo su tutto il fronte, viste anche le accuse che hanno riguardato in particolare la Calabria, dove i votanti (ha prevalso Bersani) sarebbero stati più degli iscritti.
Mentre il segretario uscente non ci sta, per ora, a darsi per sconfitto: “La storia ci insegna che spesso chi vince tra gli iscritti perde poi le primarie”. Che differenza c’é? Che mentre finora si sono espressi solo gli iscritti registrati per il voto, che sono a loro volta 127 mila su 824 mila iscritti totali, alle primarie votano coloro che si registrano anche come futuri elettori del Pd, secondo una formula decisa da Walter Veltroni e mutuata dalle primarie dell’Ulivo che incoronarono Romano Prodi.
Formula alquanto tortuosa, considerando anche che la scrematura dei candidati finali deve tener conto sia delle percentuali assolute ottenute nei circoli, sia di uno sbarramento più alto da conseguire “in almeno cinque regioni o province autonome”.
Comunque, Franceschini si riferiva evidentemente a due precedenti.
Massimo D’Alema contro Walter Veltroni nel 1994: sconfitto in un referendum (pare suggerito da Eugenio Scalfari) tra i 19 mila dirigenti nazionali e locali dell’allora Pds, ma senza che nessuno dei due ottenesse la maggioranza assoluta, prevalse invece nel Consiglio nazionale. Secondo precedente, le ultime Amministrative che, in quei pochi casi in cui il Pd ha vinto, hanno premiato candidati lontani dalla nomenklatura del partito.
Schermaglie a parte, e non escludendo neppure colpi di scena (tipo: un possibile ritiro di Franceschini in cambio del ritorno alla poltrona di capogruppo), è evidente che resta tutta da definire la linea del futuro Pd. A grandi linee Bersani, sponsorizzato da D’Alema, mira ad un ritorno al vecchio sistema dei Ds, cioè alla rigenerazione di un partito di tipo socialista che ingloberebbe anche buona parte di Sinistra e Libertà e punterebbe ad un’alleanza di centrosinistra con l’Udc.
Invece Franceschini pensa ancora alla formula prodiana di una ampia coalizione antiberlusconiana, nella quale l’alleato privilegiato sarebbe Antonio Di Pietro. La tattica va però riempita a sua volta di contenuti, e qui il gioco si fa ancora più vago.
Sui temi etici, fondamentali per qualunque futuro accordo con i cattolici, Franceschini ha cavalcato una linea più laicista. Ne è un esempio l’ordine di scuderia impartito ai gruppi parlamentari a sostegno della pillola antiabortiva Ru486, dove ci ha rimesso le penne la cattolica Dorina Bianchi, ex Udc, dimissionata dall’incarico di relatrice di minoranza nella Commissione Sanità del Senato.
Ma c’è anche la confusione sul testamento biologico, dove se il Pdl ha promesso di lasciare libertà di coscienza, il Pd non ha ancora deciso che fare. Idem sul tormentone dell’antiberlusconismo. Caro a Franceschini, che ne fa l’architrave dell’alleanza con Di Pietro, risulta invece ingombrante per Bersani, che preferirebbe attaccare il governo sull’economia (terreno non molto praticato dal segretario uscente), e soprattutto per D’Alema.
Che è contro il premier a fasi alterne: a inizio estate fa annunciava “scosse” dalla procura di Bari, ora invece sostiene che c’è un eccesso di antiberlusconismo fine a se stesso.
Nel frattempo il gruppo centrista di Francesco Rutelli medita di uscire dal partito subito dopo le primarie, magari per allearsi con Pier Ferdinando Casini. Assieme al quale potrà trattare da posizioni di maggiore forza con chiunque vinca, Bersani o Franceschini.
- Venerdì 25 Settembre 2009
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Commenti
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Il 25 Settembre 2009 alle 18:15 indigesto ha scritto:
L’ho già detto: è uno scontro tra teste d’ulivo e teste di quercia, con un solo programma: far fuori Berlusconi, comunque! Il resto, per entrambi, è poesia!
Il 27 Settembre 2009 alle 20:46 indigesto ha scritto:
Intanto farebbero bene a cambiarsi di nome; dirsi democratici per un partito di derivazione marxista che è stato contiguo al più bieco totalitarismo di tutti i tempi, sa di boutade. Non credo basti avere tra le sue fila residui di politicanti della vecchia DC, da sempre in odore di combutta col PCI e forse obbligati per fatti pregressi a farne parte, per fregiarsi dell’appellativo di democratici. A meno che la loro “democrazia” non sia ispirata a quelle popolari del defunto patto di Varsavia. Del resto la loro matrice la evidenziano in continuità con la loro politica fatta di insulti e menzogne, secondo il più puro stile comunista. Noi che abbiamo una sincera matrice democratica non ci sentiamo totalitaristi a fronte di questi democratici, come non si sentiranno “democratici” chi li votava e li sosteneva, ed ora non più!
Il 29 Settembre 2009 alle 19:54 Pd, caos sulla “gestione collegiale”. Franceschini si infuria, Rutelli saluta - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] che annunciato: Francesco Rutelli sta preparando i bagagli per uscire dal Partito democratico. I rumors si susseguivano da tempo, ed oggi l’ex leader della Margherita li ha confermati tutti alla [...]
Il 12 Ottobre 2009 alle 16:18 Pd mangia leader. Bersani (ri)lancia l’Ulivo, ma Veltroni, Rutelli e Prodi mancano - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] Insomma, la sfilata dei tre candidati in cerca d’autore si è rivelata un flop, per farla breve. Anzi, un autogol per il centrosinistra. E la proposta di Bersani di rifondare l’Ulivo è caduta nel vuoto. Nel senso che è finita nei posti vuoti lasciati, in platea, dai big assenti. Tanto per dire, i tre leader messi in campo dal centrosinistra dal 1996 a oggi domenica erano altrove. Non c’era Romano Prodi, l’unico politico che è stato in grado di sconfiggere il Cavaliere per ben due volte. Il Professore ha mandato un messaggio come il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ormai ricopre la carica di presidente del Comitato Onu - Ue sulle azioni di peace - keeping, e parla di tutto fuorché dell’Italia. Figuriamoci del Pd, ormai alla deriva. [...]
Il 13 Ottobre 2009 alle 11:58 Radicali liberi, dal Pd: è il nuovo corso di Emma. E Pannella fa sciopero (del barbiere) - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] delle sostanziali differenze tra i due sfidanti principali alla segreteria del Pd, Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini, è quella sulle [...]
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