- Tags: congresso, Massimo D'Alema, Pd, politica, Puglia
- 3 commenti

Massimo D'Alema del Partito Democratico
di Giovanni Fasanella
“Qualche partito, anni fa, morì di finanziamenti illeciti. A noi oggi può capitare invece di scioglierci su un letto a due piazze… “.
Per capire se il destino del Pd può essere davvero quello ipotizzato per paradosso da Raffaele Sirsi, bisogna fermarsi a Campi Salentina e assistere al congresso di uno dei circoli del partito più vivaci nel Leccese. Perché in Puglia, fra Bari e il Salento, c’è l’epicentro di una crisi che rischia di travolgere una consolidata leadership: quella di Massimo D’Alema.
Il quale da qui, semplice “deputato di Gallipoli“, partì per l’assalto al cielo della politica. E proprio qui ora rischia di precipitare nell’inferno delle inchieste giudiziarie che, tra escort da 500 euro a notte e appalti sanitari, minacciano di infangare i suoi amici più stretti, i cosiddetti D’Alema boys.
Non che nel resto dell’Italia la situazione sia più tranquilla.
A giudicare almeno dalle polemiche fra i tre candidati alla segreteria nazionale (il dalemiano Pier Luigi Bersani, il veltroniano Dario Franceschini e l’outsider Ignazio Marino) e dalle reciproche accuse di brogli e scorrettezze che, dalla Calabria alla Liguria, passando per Campania e Lazio, movimentano quest’ultima fase della campagna congressuale.
Ma l’area peggiore del ciclone, per il momento, sta qui, tra la procura barese e i circoli del Leccese. E allora vediamo che succede sabato 19 settembre, in un palazzo cinquecentesco di Campi Salentina che all’inizio dell’Ottocento fu sede di una delle prime massonerie antiborboniche e oggi ospita il congresso del circolo Pd più forte della zona. “Insorgere per risorgere!”: quando Raffaele Sirsi aizza la platea con il motto di Carlo Rosselli, il congresso è già quasi alla fine. Ma sono già successe molte cose degne di nota. Ecco la cronaca.
Parla per primo il segretario del circolo, Daniele Versiente: “Smettiamola di dire che è tutta colpa delle tv di Silvio Berlusconi. La verità è che il Pd ha fallito sia come governo, sia come opposizione: non ha un gruppo dirigente capace”.
Poi i tre dirigenti “venuti da fuori” illustrano le mozioni dei candidati alla segreteria nazionale e di quelli alla segreteria regionale. Svolto il loro compito, abbandonano la sala, lasciando il tavolo della presidenza vuoto e la platea a dir poco allibita. Così, quando interviene Oronzo Russo, per dire che non riesce più a identificarsi in un partito in cui ormai “si impongono solo le posizioni personali dei vari leader”, non c’è nessuno dei capi ad ascoltarlo, solo gli iscritti rimasti educatamente al loro posto. E lo stesso capita a Rosalba Miglietta (”C’è bisogno di una nuova classe dirigente, capace di produrre idee e che la smetta di fare dell’antiberlusconismo a tutti i costi, a tutti i livelli, sempre e comunque”) e a Fabio Zacheo (”Un partito né carne né pesce, sebbene sia nato già da due anni”). Poi comincia a svuotarsi anche la sala. Molti dei presenti si riversano nei corridoi: preparano le liste dei delegati da inviare al congresso provinciale. E mentre loro confabulano, nella sala, tra i pochi rimasti, sempre più innervositi, prosegue il processo alle “oligarchie padrone del partito”. Ninì Borelli non riesce a trattenersi: “Mi ero iscritto illudendomi che questo sarebbe stato un congresso di rinnovamento, capace di produrre un partito pulito, dopo le note vicende. Ma da quel che vedo… Tutto questo traffico nei corridoi e i rappresentanti delle mozioni che se ne sono andati senza neppure ascoltare gli interventi… È già tutto deciso, noi siamo chiamati solo a ratificare. Questo Pd non è né un partito, né è democratico”. Qualcuno sente allora il dovere di rientrare in sala. E Mimmo Grasso, per sua fortuna, dispone di un uditorio più numeroso del predecessore. Le sue parole vanno dritte al bersaglio: “Non abbiamo fatto una bella figura nel caso Tedesco, mi vergogno per quello che ha combinato il mio partito”.
Per chi non ricordasse la storia, Alberto Tedesco era l’assessore regionale alla Sanità del giro dalemiano. Indagato per tangenti dalla magistratura barese, è stato messo al riparo facendolo subentrare in Senato come primo dei non eletti al posto di Paolo De Castro, approdato a Strasburgo alle recenti europee. Un caso che pesa come un macigno anche su questo congresso. Insieme a quelli dei due più importanti D’Alema boys salentini. Il “braccio politico” Sandro Frisullo, ex vicepresidente della regione finito nella rete di escort procurate dall’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini. E il “braccio economico” Roberto De Santis, il brasseur d’affaires che nel luglio di due anni fa, durante una vacanza sull’isola di Ponza, presentò Tarantini a D’Alema. Date le circostanze, era inevitabile che l’oligarchia salentina finisse per condizionare il dibattito congressuale.
E per alimentare una richiesta generalizzata di gruppi dirigenti “capaci e puliti, al servizio della collettività e non di nicchie o di lobby affaristiche”, per dirla con le parole di Mimmo Grasso, l’ultimo a prendere la parola. Il congresso si chiude con la fotografia di una base del tutto disorientata, che lascia una strana sensazione in chi ha seguito il dibattito. Chiamati a scegliere i propri dirigenti e a schierarsi sulla base di mozioni politico-programmatiche alternative, in realtà fra un intervento e l’altro non sembra esserci alcuna differenza.
Al contrario un filo li unisce tutti: la sfiducia, che in qualche caso arriva a sfiorare il disprezzo, verso i gruppi dirigenti. Il rito deve però consumarsi sino in fondo secondo le regole fissate a Roma, spesso incomprensibili e farraginose. E terminata la discussione si aprono i seggi per votare le mozioni e i candidati alla segreteria regionale.
Stravince, con quasi l’80 per cento, l’uomo di Bersani, scelto personalmente da D’Alema: è Sergio Blasi, sindaco di Melpignano, capitale della Grecia salentina, l’uomo grazie al quale la taranta è diventata un fenomeno conosciuto in tutto il mondo. Solo che Blasi fino a qualche mese prima era l’uomo di Walter Veltroni in Puglia, nemico giurato dei D’Alema boys.
Tanto che si era addirittura dimesso dalla segreteria provinciale del Pd, accusando quel gruppo di essere la fonte di tutti i mali del partito. Oggi Blasi è il prototipo del dalemiano di nuova generazione. Chiuso il congresso, il caso vuole che il cronista di Panorama si ritrovi al ristorante proprio accanto al tavolo di Alessandro Frisullo e consorte, a Lecce. Al nome di D’Alema entrambi scuotono il capo. E all’unisono si lasciano sfuggire un malinconico: “Quello cade sempre in piedi”.
- Giovedì 1 Ottobre 2009
Tutto sulla tragedia della Costa Concordia
La pirateria online è un furto?
Avetrana: video, articoli e foto esclusive
IL MEGLIO DEL 2011







LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie
Mostri della porta accanto
Il Governo Monti
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama








Lettere dal fronte dei nostri soldati














Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 1 Ottobre 2009 alle 17:11 Sul Pd piovono pietre: “Irregolarità nei congressi”. Scontro tra Franceschini e Bersani - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] dove è appoggiato da Antonio Bassolino: 68.79 per cento. Ottimo risultato anche in Puglia, feudo dalemiano: 67,65 per [...]
Il 22 Ottobre 2009 alle 5:51 Per regalarci un sorriso/2 | Debora Serracchiani ha scritto:
[...] tratta dal Blog di Panorama. Share this on del.icio.usDigg this!Share this on TechnoratiShare this on FacebookTweet This!Share [...]
Il 22 Ottobre 2009 alle 13:59 indigesto ha scritto:
Ho letto l’intervento della Serracchiani. Idee confuse dovute a letture frettolose e confuse. Non credo sappia esprimere di meglio che chiose sul “conflitto d’interesse”, riferendosi ovviamente a quello di Berlusconi. Non potrebbe vederne altri, la perla del PD!
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.