- Tags: burqa, immigrazione, inchiesta, Islam, Milano, reazioni, video inchiesta
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(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)
Il mio burqa è afghano, azzurro, mi copre sia la testa sia il corpo, in verità è a modo suo piuttosto grazioso. All’altezza degli occhi ha una rete con piccoli fori che mi permetterà di vedere senza che gli altri riescano a scorgere invece i miei occhi. Lo infilo dalla testa e la prima sensazione è molto brutta, di panico, mi sembra di soffocare.
Vorrei togliermelo subito e invece lo indosserò per due giorni, a Milano e in provincia, per osservare, poi raccontare, le reazioni della gente.
Capire se fa ancora paura, se ci sarà qualcuno che protesterà , qualcuno che si appellerà alla legge che vieta di coprire la faccia nei luoghi pubblici, oppure se siamo diventati una società così multietnica e politicamente corretta che non ci facciamo più caso.
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Le ultime cronache raccontano questo. Una settimana fa alcuni clienti del supermercato Bennet di Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, hanno protestato contro una donna musulmana coperta dal velo che faceva la spesa. Qualche giorno dopo, il sindaco di Montegrotto Terme, in provincia di Padova, ha firmato un’ordinanza di divieto del burqa nel suo comune.
E il leader del Movimento dell’Italia Daniela Santanchè aveva lanciato un appello contro l’uso del burqa, “per solidarietà ” aveva detto “con Sanaa“, la ragazza di origine marocchina uccisa dal padre perché si era innamorata di un italiano. Poi la stessa Santanchè ha manifestato a Milano contro le donne velate che andavano a festeggiare la fine del Ramadan. In Francia il presidente Nicolas Sarkozy sta considerando, sostenuto da un ampio consenso, di vietare il burqa in tutti i luoghi pubblici, in nome della vecchia tradizione francese di separare la religione dalla sfera civica.
Il mio viaggio col burqa inizia in corso XXII marzo a Milano, dove m’incammino a prendere l’autobus per la Stazione centrale. Sono un’ombra vestita di azzurro, una maschera muta. Fa caldo, al mio passaggio la gente si ferma e ammutolisce. Un uomo piccolo, sui 60 anni, mi urla con scherno: “Ma guarda come sei conciata, non ti vergogni? Non è Carnevale, torna da dove sei venuta“.
Quando salgo sull’autobus, scende il gelo. Sono l’attrazione della linea 60, una straniera troppo straniera, un enigma insoluto, un pericolo pubblico.
La signora gentile che mi siede davanti non regge la mia vista, distoglie gli occhi, ma non sa dove guardare e rimane impietrita per tutto il percorso, con la mascella contratta, la pupilla che vaga, persa in pensieri che cerco di immaginare, mentre chiunque salga mi rivolge occhiate attonite.
Alla Stazione centrale faccio già paura a chiunque. Ormai anche a me stessa, quando mi specchio nei vetri. Alle partenze dei treni, una ragazza ha lo sguardo chinato sopra il suo trolley, quando alza gli occhi, e mi vede, lancia un urlo terrorizzato.

(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)
Io lì muta, mascherina inerme, incubo che cammina, “povera me”, penso. Mentre guardo gli orari, urto inavvertitamente contro una signora non giovane e non politicamente corretta. Eccito la sua reazione scomposta: “Per forza, ma come fa a vederci, se la tolga quella palandrana, poi magari lì sotto avete la minigonna e siete tutte truccate”. È come un’epidemia, un’altra signora lì dietro si aggiunge, poi un altro m’inveisce contro e un altro ancora. Spesso, quando passo, la gente si sposta, ho una borsa sotto il burqa, capisco che hanno paura che sia qualcos’altro. Alcuni, invece, civilmente non fanno una piega, manifestamente non guardano e tirano dritto.
Ci sono molti risolini, parecchie ragazzine uscite da scuola che si danno di gomito. Fa un caldo umido che sembra agosto, in un angolo della metropolitana mi tolgo il burqa e lo metto in borsa, non mi importa più se mi vedono, sono una donna libera, vado a mangiare un’insalata.
Alle 2 chiedo all’edicolante di piazza Duca d’Aosta se mi ospita per rimettermi il burqa. Mi dice: “Prego” e mi indica l’angolo chiuso dei video porno. Mentre mi rimetto il velo, entra un giovanotto e comincia a scegliere materiale pornografico. “Buongiorno” gli dico. “Buongiorno” risponde. Siamo persone di mondo.
Al supermercato Gs di viale Monza 134 faccio la spesa seguita dagli sguardi di tutti. Quando pago, e la cassiera mi dà ostentatamente del tu, comincio a sentire voci più ardite dietro di me: “Meno male che se ne va, sennò la prendevo a botte”, “Quando andiamo nei loro paesi, dobbiamo stare attenti alle loro leggi, questi vengono qui e fanno quello che vogliono“, “Potrebbe avere un mitra lì sotto“. Mi sta venendo un attacco di panico, viale Monza è quasi deserto, prendo la metropolitana per via Monte Napoleone.
Una signora, sul treno, si accorge del fotografo che sta scattando: “Non la fotografi” gli dice “è una bufala, le afghane non vanno in giro a piedi scoperti“. Non è vero, signora, vorrei dirle, come se ormai fossi davvero un’afghana. Soprattutto nelle campagne, le donne portano ciabattine che lasciano nudi i piedi.
In via Monte Napoleone, la strada dei negozi più griffati d’Italia, la gente ride, si scansa, fa osservazioni maligne, eppure anche a me, il fantasma col burqa, qualcuno vuole piazzare merce: darmi sacchetti con giornali di moda, chiedermi offerte per ciechi o invalidi permanenti, abbonamenti a docce abbronzanti e così via. Mi domandano anche se voglio firmare una petizione, scuoto la testa e, come al solito, non parlo.

(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)
Il secondo giorno, destinazione provincia di Milano. Sono le 3 del pomeriggio, solito caldo agostano, col burqa è un’impresa anche tirare fuori il carrello dal deposito dell’Esselunga di Desio. Dentro, comincio a squadrare i cartelli con le indicazioni dei prodotti delle corsie, bardata in questo modo non è che ci si veda benissimo, dopo le prime esclamazioni di sorpresa e di panico i clienti fanno commenti di umana pietà : “Poverina, come fa a vivere così?”. Man mano che mi avvicino all’uscita e, diciamo così, hanno capito che non tirerò fuori il fucile, qualcuno allarga le braccia con riprovazione, qualcun altro tira sospiri di sollievo.
A Seregno la situazione si fa più complicata. In corso del Popolo, la via dello struscio, vengo fermata due volte con una certa aggressività . La prima signora: “No, il burqa no. In Italia no, lei qui è italiana“.
“Chi è questa?” mi redarguisce una seconda signora, mentre il marito resta impietrito senza proferire parola. “Chiamo i carabinieri, lo sa che in Italia c’è una legge che vieta di coprirsi gli occhi? Lei deve rispettarla. Lo sa?“.
Io mi fermo, faccio sì con la testa. Le leggi in questione sono due: una che proibisce di comparire mascherati nei luoghi pubblici e prevede una multa per chi lo fa; l’altra che vieta qualsiasi mezzo che renda difficoltoso, sempre in luogo pubblico, il riconoscimento della persona.
Affranta, continuo la mia passeggiata. Un bambino mi vede e continua a gridare: “Aiuto, che cos’è questo?” mentre la madre lo strattona: “Basta, basta” e lui non la pianta. Da un bar un ragazzone sardonico si avvicina, mentre gli amici lo avvertono: “Ridi, ridi, poi questa magari ti spara”.
Mi fermo davanti a un negozio di biancheria intima, entro, le commesse ridacchiano, io osservo, non tocco, nessuna di loro mi chiede se, per caso, voglio comprare qualcosa. Poi una intravede il fotografo: “Ma perché quello lì fuori fa scatti? Non mi torna”. Siamo nell’Italia delle Iene e di Scherzi a parte, non ci cascano tutti se vai in giro col burqa.
Passando davanti a un’edicola, sento ancora l’ultimo brandello della giornata: “Questi sono fanatici, ammazzano i figli”. Voglio scappare, togliermi il burqa, andare a casa, chiudermi dentro. Avrei tanto voluto qualcuno che mi salvasse. O che almeno mi dicesse: “Sarei felice di vedere i tuoi occhi”.
Invece, non l’ha detto nessuno.
- Lunedì 5 Ottobre 2009
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Commenti
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Il 6 Ottobre 2009 alle 14:26 indigesto ha scritto:
Mi chiedo: nessun carabiniere, poliziotto, finanziere o vigile urbano? Probabilmente sono stati avvisati. Allora mi chiedo: se non fossero stati avvisati sarebbero intervenuti? e ancora: se una nostra donna avesse fatto le stesse cose indossando abiti abituali che fine le avrebbero riservato? Penso qualcosa in più che all’invito a farsi identificare e, nella più remota delle ipotesi,a una denuncia a piede libero all’AG! Ma, ripensandoci, siamo noi i chiamati a dover integrare..l’integralismo! Ce ne accorgeremo..!
Il 13 Ottobre 2009 alle 11:34 Burqa, niqab e velo islamico nelle scuole: tanto rumore per nulla - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] potrebbe dotarsi presto di una legge che vieta il burqa (qui il reportage-verità di Panorama) nelle scuole ma, personalmente, credo si faccia tanto rumore per [...]
Il 13 Ottobre 2009 alle 12:16 Burqa da vietare: la Carfagna segue la Lega. In Europa fanno così - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] La diffusione del velo integrale è materia di scontro nello stesso mondo islamico: recentemente il rettore dell’Università islamica di Al Azhar al Cairo ha vietato l’ingresso alle donne velate completamente. Ma qual è la situazione negli altri paesi europei? Esiste una legislazione sul velo islamico? Il tema è dei più discussi in questi ultimi anni, solo pochi Stati lo hanno affrontato a colpi di multe e codici penali, ma la proposta della Lega non è affatto un “unicum” in Europa. [...]
Il 28 Gennaio 2010 alle 11:52 Il giornalismo italiano adora il burqa, chissà perché ha scritto:
[...] in Afghanistan fu la volta di Studio Aperto prima e del Tg4 poi. Nell’ottobre 2009 fece la stessa cosa Panorama, e l’articolo venne ripreso anche dal Giornale. Qualche giorno prima se lo mise [...]
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