
Un banco di frutta gestito da due maghrebini
Alle 8.30 del mattino il Mercato di Viale Papiniano a Milano è ancora tranquillo. Pochi avventori in giro, commercianti che scaricano la merce dai camion e iniziano a preparare il loro banco.
Passo in Piazza Sant’Agostino, la zona dove si vendono principalmente generi alimentari. Faccio due chiacchiere con un salumiere, che non smette di fissare un camioncino carico di frutta. “Ecco, vedi? Noi in riga, loro in mezzo alla strada!” dice, riferendosi ad un gruppo di lavoratori egiziani.
“Non rispettano le regole, ma visto che sono nulla tenenti non vengono puniti”, spiega il suo collega Franco. “Se sbaglio io, mi multano subito”. Butta uno sguardo a un banco gestito da extracomunitari e dice a bassa voce “In questo mercato le norme igieniche non esistono e nessuno rispetta le metrature. Ma anche noi spesso non lo facciamo”. Fa riferimento allo spazio concesso per esporre la merce. Non si capisce bene se ce l’abbia con i vigili, con il Comune o con gli extracomunitari.
Quando gli chiedo una sua opinione sull’ultima sanatoria relativa alla regolarizzazione di colf e badanti, confessa: “Non è giusta, ma è l’unico sistema per far affiorare chi è sommerso“.
Interviene subito un altro venditore, che preferisce mantenere l’anonimato: “Non so se qui abbiano tutti il permesso di soggiorno. Qualcuno li ha messi in regola come badanti”.
Anche Anna, un’altra commerciante, decide di intervenire: “Gli intestatari delle licenze hanno il permesso di soggiorno ma chi lavora per loro no. Almeno la maggior parte” dice. Perché non ce l’hanno? “C’è chi non vuole pagare i contributi e chi ha tentato di mettersi in regola, ma non è ancora riuscito”. Un problema di soldi, quindi, e di leggi.
Cosa consigliate di fare allora?
Anna è preoccupata per la delinquenza: “Non possiamo tenerli tutti: accogliamoli, curiamoli e rimandiamoli a casa” conclude. Franco è convinto che prima di venire in Italia uno dovrebbe documentarsi: “Non si viene qui allo sbaraglio. In Australia gli extracomunitari vengono accolti in modo diverso” mi spiega. “Si mettono in una sorta di lista d’attesa per competenze. Se all’interno del paese non c’è offerta di lavoro, allora si chiama qualcuno della lista”.
Per verificare quanto sentito, mi avvicino al banco della frutta, lì vicino, gestito da due maghrebini: con la scusa di comprare delle mele, scopro che Abderrahim è un irregolare. Si trova in Italia da ormai cinque anni. “Sono laureato in economia” tiene a sottolineare “Ma nel mio paese non c’è lavoro”. Per venire in Italia ha pagato 3,500 euro. “Per gli altri paesi, come la Francia ad esempio, avrei dovuto pagarne 6,000 euro” mi spiega. Educato, gentile e parla un ottimo italiano. Questa sanatoria, secondo lui, non è giusta. “Dovrebbe essere estesa anche al lavoratore subordinato” afferma. Per Abderrahim questo è l’ennesimo tentativo di mettersi in regola.
Quando gli domando come abbia fatto a superare i controlli ed entrare nelle liste della regolarizzazione, visto che fa il commerciante, lui mi risponde con un sorriso: “Ho chiesto di lavorare come badante per una donna con l’handicap. Ovvio che poi verrò qui a vendere frutta e verdura, ma almeno sarò in regola!”.
Abderrahim confessa anche che in ogni banco di questo mercato almeno uno è irregolare, eppure tutti lavorano.
Sul perché abbia scelto di venire in Italia, il marocchino è molto franco: “Gli altri paesi rimandano le persone a casa, l’Italia no!”. La polizia l’ha fermato più volte. “Rilevano le mie impronte digitali e poi mi lasciano andare”. Proprio come nel gioco dell’oca: una sosta in tribunale e, in attesa del foglio di via, l’immigrato torna per strada.
Più fortunato è invece l’amico Hafidi, che due anni fa è riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno. “L’ho avuto per vie traverse” mi confessa. “Sono stato assunto come saldatore“.
Poco dopo ho occasione di parlare anche con Fikri Kaddour, titolare di un banco di frutta e verdura. “Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia si sta comportando bene. Questo è un paese libero” mi dice. Fikri è qui da tredici anni con un regolare permesso di soggiorno. All’epoca i suoi connazionali marocchini dipingevano l’Italia come “Un vero paradiso”. Con 3.000.000 di vecchie lire (1.500 euro circe) si partiva senza problemi. Adesso ce ne vogliono come minimo 7.000/8.000 euro. E, forse, il paradiso è un po’ meno tranquillo per gli irregolari.
- Venerdì 9 Ottobre 2009
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