
Controlli della Guardia di finanza sui registri di un’azienda
Signor Sergio Piscedda, la Guardia di finanza l’accusa di avere evaso 400 milioni di euro. Dove li aveva nascosti?
Ma lasci perdere… Sa della crisi che c’è in Sardegna? Lo capisce, no? Lei dove abita, mi scusi?
A Milano.
Bene. Allora sa perché noi non abbiamo sofferto della recessione? Perché in Sardegna non abbiamo mai visto benessere. Siamo come gli albanesi. Lo capisce, no? Provi a immaginare quello che è successo. Una cosa che non sta in piedi…
No?
Secondo lei quei 400 milioni di cui si parla sono redditi o appalti?
Appalti?
Bravo. Da fare all’estero. La Guardia di finanza ha trovato i documenti di alcune gare in Africa che non abbiamo nemmeno vinto. Ha pensato che fossero redditi. Una barzelletta. Tra l’altro quelle sono attività di un’azienda di mio figlio Anselmo: ha sede e dipendenti in Guinea. Paga le tasse lì. Che c’entra allora Sergio Piscedda?
Lo spieghi lei.
Forse hanno visto qualche email mandata ad Anselmo e hanno tirato conclusioni sbagliate. Era però un normale scambio di impressioni fra noi due.
Gli appalti all’estero fruttano più o meno di quelli in Italia?
Non lo so. Segue tutto mio figlio. Tra l’altro il maggiore appalto che aveva era in Guinea. E lei ha letto del colpo di stato che c’è stato da quelle parti? Ora è tutto bloccato.
Non ha affari anche in Qatar?
Ma chi gliel’ha detto? Non abbiamo niente. Sa cos’hanno fatto gli arabi? Invece di darci lavoro, hanno chiesto soldi. Siamo scappati.
E la società che ha sede nel Delaware?
In Guinea! Mio figlio ha una società in Guinea.
In Italia quante aziende ha?
Cinque, in settori diversi: costruzioni, immobiliare, cave, grande distribuzione e turismo. In totale 200 dipendenti e 15 milioni di euro di fatturato.
Tutto qui?
Abbiamo la più grande lottizzazione industriale d’Italia: 200 ettari. C’è pure il progetto di un fotovoltaico da 60 megawatt. Però siamo ancora in fase di approvazione.
Vale molto quest’operazione?
L’importo che ha detto prima lei.
Quattrocento milioni?
Si può avvicinare. Lottizzazione Maria Luisa, a Macchiareddu (Cagliari). Se va su Facebook la trova.
Facebook?
Google.
Conferma, quindi: è un grosso costruttore.
Ma lasci perdere… Lavoro dalla mattina alla sera, tra mille difficoltà . Come mi hanno insegnato i miei genitori.
Lei diversifica: terreni e supermarket.
Mi scusi, io non li ho comprati. Vengo da una famiglia benestante. Mia madre aveva una fabbrica di bibite, che 30 anni fa fatturava 20 miliardi di lire. Mio padre era un proprietario terriero. E noi avevamo bestiame: lei parla con uno che non ha problemi a domare un cavallo, castrare un maiale o mungere una vacca. Siamo gente a cui hanno insegnato a lavorare. E non a rubare. Questo è stato l’errore.
Quanti anni ha?
Cinquanta. Nato e vissuto a Capoterra. Educato con principi sani, che poi ho trasmesso ai miei figli. Sono uno all’antica.
Tradizionale.
Un lavoratore.
Vita discreta.
Lei non troverà panfili, barche, barchette, gommoni…
E le Ferrari?
Mi scusi, con quelle cifre si comprano aerei, si scalano banche. Una Ferrari usata costa invece 120 mila euro.
In effetti…
Ma come? Uno che ha 300 camion non può avere una Ferrari? Non me la posso comprare? Lei forse non ha capito di quanto stiamo parlando.
Quattrocento milioni.
Ecco, con quella cifra uno non può restare mimetizzato. Invece noi abbiamo delle buone aziende, con dei patrimoni solidi che magari non si notano perché sono stati creati con grandi sacrifici. Mi segue?
È vero che la chiamano il “Berlusconi di Capoterra”?
Ma lasci perdere… Si distingua dagli altri. Lei vive a Milano, i milanesi hanno qualcosa in più di noi.
La descrivono alto e distinto.
Distinto non so. Alto sì. E ho pure i capelli. Per il resto solo cattiva pubblicità . Ogni giorno sono a rischio e non mi posso permettere di avere una guardia del corpo. Moglie e figli li ho dovuti allontanare.
Lei ha subito un attentato nel 1994?
Sì, però quelli erano concorrenti.
Che redditi ha avuto negli scorsi anni?
Rispecchiano la vita che faccio. Ho degli affitti, da quelli ho redditi.
Vita frugale.
Mi alzo alle 5 del mattino. Lavoro fino alle 10 di sera. Sto da 35 anni con la stessa donna.
Quand’è l’ultima volta che le ha regalato un gioiello?
Circa 20 anni fa.
Lei è un mostro…
Non ce lo possiamo permettere. Negli ultimi vent’anni abbiamo lavorato solo per il fisco.
L’unico lusso sono le auto.
Quali auto?
Le Ferrari.
Ma lasci perdere… Abbiamo difficoltà a pagare gli stipendi a fine mese: scriva questo che mi fa onore.
Allora lei non è ricco?
E cosa vuol dire ricco? Avere le Ferrari? Ne posso avere pure cinque. Ma ha capito di cosa stiamo parlando? Quattrocento milioni. Se fosse vera quella cifra, non starei nemmeno a parlare con lei. Però sono tranquillo: sono nella ragione. Il problema è che poi la ragione te la devono dare.
Insomma, la Guardia di finanza avrebbe preso una cantonata.
Qua siamo ormai al giustizialismo fiscale. Sa quant’è la capitalizzazione del Banco di Sardegna? Ottanta milioni di euro. Mi segua: con quei soldi potrei scalare qualche banca. Ma lasci perdere… Mi sta convincendo davvero che sono ricco.
PER LA FINANZA È L’UOMO DEI RECORD
Fino a due settimane fa pochi avevano sentito parlare di Sergio Piscedda. Poi l’inattesa ribalta: per la Guardia di finanza in quattro anni avrebbe nascosto al fisco 400 milioni di euro, grazie a un intreccio di società estere con sede negli Stati Uniti, in Qatar e in Guinea. Un semisconosciuto imprenditore sardo indicato come uno dei più grandi evasori italiani: dai controlli degli ultimi otto mesi Piscedda risulterebbe quello che ha occultato la cifra più cospicua.
Cinquant’anni, tre figli, è nato a Capoterra, una ventina di chilometri da Cagliari, e vive nelle vicinanze. Le sue aziende, spiega, “lavorano a livello regionale, nel settore dei movimenti terra, appalti pubblici, calcestruzzo, frantumazione inerti e prefabbricazione industriale”. Possiede anche un’immobiliare, un agriturismo e alcuni supermercati.
Interpellato da Panorama, l’imprenditore sardo ha deciso, per la prima volta, di dare la sua versione dei fatti. La verifica della Guardia di finanza sarebbe “un colossale errore”: la società accusata, la Pmc, si occupa di movimento terra. “Ha sede in Guinea ed è intestata a mio figlio, che risiede all’estero da dieci anni”. I finanzieri, sostiene Piscedda, avrebbero mal interpretato una serie di email e alcuni documenti riguardanti appalti mai vinti.
- Lunedì 12 Ottobre 2009
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