
Il presidente della Camera Fini con il premier Silvio Berlusconi
“Il destino del Pdl è diventare una grande forza maggioritaria, avente al suo interno una destra, un centro e una sinistra“. Come il partito Repubblicano in America, anche se ad alcuni osservatori sembra più una nuova Dc.
E invece: che nel Pdl ci sia spazio per diverse anime e non per un pensiero unico, se lo augura il professor Alessandro Campi, direttore editoriale della fondazione Farefuturo molto vicina al presidente della Camera (nonché co-fondatore del Popolo della libertà) Gianfranco Fini. Panorama.it lo ha intervistato per capire cosa stia succedendo all’interno del primo partito italiano alle prese con un autunno caldo per il Premier.
A proposito dei finiani, prima Libero poi il Secolo hanno parlato, il primo male e il secondo bene, della destra del “ma anche”. Insomma, un’altra etichetta che gli italiani stentano a capire. Professore, ci spieghi un po’?
Per come la interpreto io, fa parte di quei giochi di società che compaiono nei media, ma c’è anche un senso legato alle polemiche di queste ultime settimane, ossia se il Pdl debba essere un partito monolitico o pluralistico. L’articolo del Secolo, in particolare, dimostra che dal punto di vista storico nella destra hanno sempre convissuto pulsioni contraddittorie. Abbiamo avuto destre patriottiche e libertarie, rispettose della tradizione, ma aperte alla modernità. È una lezione, quella della tradizione della destra italiana, che non bisognerebbe perdere per poter guardare avanti. Un tratto un po’ eretico e trasformista, come nel futurismo o in personaggi come Montanelli e Longanesi: intellettuali indipendenti che hanno avuto il coraggio di cambiare idea, sapendo conciliare ribellione e trasgressione, accanto alla voglia di ordine.
Certo che quel “ma anche” ricorda Veltroni. Non è che porta male?
Si tratta appunto di un gioco di società, una trovata mediatica che può anche essere considerata poco felice visto la fine che ha fatto Walter Veltroni. La differenza è che noi non vogliamo contemporaneamente tutto e il suo contrario, altrimenti si rischia davvero di cadere nel veltronismo. Bisogna contare su un nucleo di valori stabili, una cosa diversa della politica italiana che ha cancellato la storia precedente. E questo è un po’ il problema che ha avuto Veltroni: costruirsi una nuova identità solo con il “ma anche”, ossia con tutto quello che c’è a disposizione, un patchwork di valori senza un’identità su cui poggiare.
E la politica del “ma anche” non stona con il decisionismo del Pdl?
Non stona affatto. Anzi il decisionismo è figlio di una continua sfida contro ciò che si ha di fronte. L’importante è non prendere decisioni solo in base alle scelte fatte in passato e non esserlo solo a parole. Anzi nella mia visione la cosiddetta politica del “ma anche” di destra è coerente, anzi coincide con il decisionismo.
Però mette in imbarazzo un alleato come la Lega e qualcuno nel Pdl?
Funziona come elemento critico. I nostri detrattori ci ritraggono come dei provocatori che rischiano di far perdere al Pdl il consenso degli elettori, ma secondo me il nostro contributo è invece una ricchezza. Il Pdl ha bisogno di mettere insieme grazie a un corto circuito virtuoso le diverse famiglie che lo compongono: socialisti, cattolici riformisti, liberali e conservatori, facendole interagire in modo creativo.
Non è che, in fondo, volete sottrarre un po’ di voti al centrosinistra?
Potrebbe anche essere vero. In questo caso, significherebbe che questo progetto è veramente funzionale alla natura maggioritaria del Pdl, che deve essere in grado di parlare a sensibilità diverse. In Italia abbiamo una grossa tradizione di elettorato secolare e ortodosso, che ha volte sfocia nel clericalismo, ma c’è anche una parte d’Italia laica, liberale e aperta alla modernità. Per questo un Pdl che sia in grado di parlare alla maggioranza del paese e quindi anche alla sinistra non è una bestemmia. Un grande partito maggioritario ha una destra, un centro e una sinistra. Come per esempio in America il partito Repubblicano, che ha al suo interno sia gli integralisti cristiani, contro l’aborto, sia gli anarco-capitalisti, che sono invece a favore. Insomma, si può convivere anche se la si pensa differentemente su alcuni punti. Ma non su troppi, altrimenti si fa la fine di Veltroni.
Fabio Granata, della pattuglia dei finiani, propone una legge sulla cittadinanza in puro stile “ma anche”. Dice di contare su cinquanta deputati nel Pdl. Dobbiamo credergli ed è questa la loro forza?
Non lo so, avrà avuto le sue ragioni e i cinquanta sono magari quelli che hanno firmato la sua proposta.
Però tra firmare una proposta e votarla in Parlamento, ci sono di mezzo i diktat di partito…
Si sbaglia se si interpreta la proposta di Granata come una provocazione di Palazzo, solo per capire quante truppe abbia Fini e quante Berlusconi. Si è sollevata, invece, una questione di contenuto su un tema centrale per il nostro Paese che deve essere discusso all’interno Pdl. Prima si discute e poi si vota.
E, infatti, la legge sui gay è stata votata solo da una decina di deputati del Pdl. Un po’ pochi, non crede?
Era sostenuta anche dal ministro Mara Carfagna, che non è certo una finiana. Insomma, non si può ridurre tutto a finiani e anti-finiani. Nel Pdl convivono anime diverse e ci sono, per esempio, componenti laiche molto forti anche tra gli ex di Forza Italia, come Cicchitto.
Quale futuro, insomma, per questa corrente?
Non passi l’idea che il Pdl sia un partito con un pensiero unico, altrimenti facciamo la fine del Pd che se l’è presa all’ultima seduta con Paola Binetti, perché la pensa in maniera diversa. E questo la dice lunga su quanto sia democratico il centrosinistra.
Perché la destra del “ma anche” non è riuscita ad arruolare gli ex colonnelli di An?
Quando Gianfranco Fini sciolse An chiuse una storia politica e disse che gli ex iscritti erano liberi. E così è stato: ognuno poi ha fatto le sue scelte secondo la propria coscienza. Sarebbe strano, invece, se tutti gli ex di An si ritrovassero oggi all’interno di una sola corrente.
E di Luca Cordero di Montezemolo che dice?
Montezemolo ha avuto la buona idea di gettarsi nella discussione politica (con l’ennesima fondazione, ndr), che spetterebbe ai gruppi e anche alla classe dirigente di cui egli fa parte, e non vuole formare un partito. Deve essere preso sul serio il suo intervento per far animare il dibattito politico. Gli faccio gli auguri e mi fido delle sue parole: non credo ci sia alcuna intenzione di prestarsi a operazioni politiche trasversali.
- Venerdì 16 Ottobre 2009
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Commenti
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Il 17 Ottobre 2009 alle 16:29 indigesto ha scritto:
Credo che semmai il PDL soffra di qualche andycap lo debba proprio alla visbilità che si contendono i due, finora, maggiori esponenti. Solo chi non sa raffigurarsi un partito senza un “piccolo padre” non riesce ad immaginarne altri che ne siano privi. L’ispirazione liberalprogressista (e non dirigistaregressista della sinistra) conta diverse anime nel PDL, tutte di grande tradizione e che, sia pure in diversa misura, hanno contribuito al benessere di questo Paese. Della sinistra ricordiamo solo i disordini nelle piazze, i lutti e la politica bastiancontraria, nonchè, nei momenti di governo e di sottogoverno, solo misfatti, a cominciare dall’orrendo debito pubblico contratto in periodo di consociativismo obbligato, clientelismo e caduta dell’istruzione, otre all’iniqua tassazione della forza lavoro. La ricompattazione delle politiche, disperse da azioni giudiziarie preordinate, che tendono alla produzione per il benessere del Paese può, si, essere stata opera di una sola persona, ma, esse politiche, sapranno comunque, in ogni caso, continuare con le proprie gambe il cammino ripreso!
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