
Un manifesto del Partito Democratico
Una volta erano le Botteghe Oscure: rigidi e fumosi rituali, dietro ai quali si avvolgevano macchinose procedure per nominare i direttivi del vecchio partito comunista. Oggi, invece, sono le Primarie.
Saranno gli elettori (tutti, non solo gli iscritti) a decidere il segretario di un partito, il Pd, che ha un’altra sigla rispetto al “grande Partito Comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer” (così suonava un antico refrain), ma che, nonostante si proponga come laboratorio di una “nuova stagione politica”, pare averne ereditato certi vecchi tic comportamentali.
Mancano poche ore dall’inizio delle votazioni e i tre candidati mettono in campo le ultime carte. Dario Francechini, in perfetto stile veltroniano, sta collezionando le figurine dei vice per dare fascino al proprio cast: il giornalista nero, già del Pd ed ex Idv, Jean-Léonard Touadi e una non meglio specificata donna (Debora Serracchiani?); Pier Luigi Bersani sta perdendo la pazienza di fronte alle continue affermazioni unitarie del segretario uscente: “Se vincerò nominerò Pier Luigi responsabile Economia del partito”, e lui, vincitore della gara nei circoli, ribatte: “Prima farebbe bene a chiedermelo. E se io volessi fare il filosofo anziché il responsabile Economia?”; Ignazio Marino sta perdendo la linea e si trova sempre più vicino alle posizioni di Di Pietro: batte il ferro della questione morale, delle tessere e chiede al partito: “Pulizia fino in fondo”.
Mancano poche ore dall’inizio delle votazioni e i residenti del loft democratico, così prodighi di annunci e proclami, sembra abbiano perso la parola sull’abc del voto: sul “come, dove, chi” del grande evento di domenica 25.
Nessuna esternazione, nessuna spiegazione, nessun commento, soprattutto da parte delle figure di “garanzia” che dovranno presiedere al controllo del regolare svolgimento delle consultazioni. L’onorevole Maurizio Migliavacca, responsabile nazionale dell’organizzazione del Pd (in un certo senso, il “ministro degli Interni” del partito) è troppo impegnato per rilasciare dichiarazioni e spiegare come avverà il voto, hanno fatto sapere dal suo staff.
Un’altra figura “istituzionale”, il segretario della commissione di garanzia Giampietro Sestini, ha invece risposto di non poter concedere interviste: presupporrebbero valutazioni politiche e ciò non rientra tra i sui compiti.
Insomma, in Via Sant’Andrea delle Fratte le parole, almeno sul voto, latitano. Eppure domenica sarà un appuntamento fatidico per il Pd. Eppure, per non arrivare impreparati a questo “grande giorno per la democrazia” (così definì le Primarie l’indimenticato Walter, quando lo incoronarono nel 2007), qualche chiarimento sarebbe opportuno.
Vero che sul sito dei democrats (con buona pace di chi non ha un computer e una connessione) ci sono lunghe paginate sul manuale del voto.
Altrettanto vero che le regole per l’elezione del nuovo segretario (il terzo in due anni, mica male) sembrano mutuate dagli antichi riti bizantini. Lo ha denunciato anche il professor Prodi che, armato di pin e chiavetta (e supportato dalla moglie Flavia, dice il Corriere) voterà domenica dagli Stati Uniti, dove si trova per un ciclo di lezioni alla Brown University, nel Rhode Island: intanto scegliamo il capo, poi “ci sarà tempo per le correzioni“, sentenzia. A cominciare proprio dallo Statuto che, tra congressi, pre-primarie dei circoli, primarie vere degli elettori, ballottaggio post primarie, è a dir poco cervellotico. “Sì è abbastanza complicato, anche se siamo ancora in fase sperimentale. Una semplificazione si renderà necessaria”, ha commentato l’ex prmier.
In mancanza di risposte, meglio dare i numeri. Oltre centomila seggi, suddivisi in centosettantacinque collegi, ospiteranno i simpatizzanti (e non solo) del partito che potranno scegliere tra le mozioni di Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino, votando i loro rappresentanti di lista.
Per partecipare, però, non basta il documento d’identità e il certificato elettorale: occorre sborsare anche due euro e firmare una dichiarazione in cui si sottoscrive di riconoscersi negli ideali, nella proposta politica del partito e di impegnarsi a sostenerla alle elezioni. Possono votare anche i residenti all’estero, i sedicenni, gli elettori stranieri (quelli dell’Unione Europea residenti in Italia) e gli immigrati regolari, cioè muniti di permesso di soggiorno e di un documento che attesti la residenza effettiva.
Due, le schede: una azzurra per l’elezione del segretario e dell’assemblea nazionale, l’altra rosa per scegliere invece il leader regionale e l’assemblea locale.
Alla fine chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi.
Ma in queste condizioni, con due sfidanti potenti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto, soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno.
In questo caso, bisognerà pigiare il tasto del telecomando indietro, far sparire i gazebo e tornare nelle fumose stanze del partito perché, dice il regolamento: “Qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice (il 7 novembre, ndr), in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi”, dai delegati.
Bersani e Franceschini hanno già detto che non ce ne sarà bisogno: per loro, la nuova guida sarà chi prenderà più voti alle primarie. L’outsider Marino ha storto invece la bocca, rifiutandosi di sottoscrivere un gentlemen’s agreement (megli noto come Lodo Scalfari): le regole, ha detto il chirurgo, si dovevano cambiare a bocce ferme, non ora.
Ma quello sugli eventuali accordi post-elettorali non è stato l’unico fronte aperto in casa democratica. Oltre ai mal di pancia dei vari Parisi e Rutelli (con quest’ultimo sempre più propenso a lasciare il partito che ha co-fondato), e al rischio di un numero eccessivo di schede bianche, in molti all’interno del Pd si sono chiesti il perché di una doppia votazione.
Nelle settimane scorse, infatti, gli iscritti avevano già scelto il loro segretario: con il 55% Bersani aveva staccato Franceschini e Marino, fermi rispettivamente al 37% e all’8%. Con le primarie, quella designazione potrebbe ora cambiare, tanto che nei giorni scorsi lo stesso Massimo D’Alema, sponsor principale di Bersani, aveva manifestato dubbi qualora l’elettorato non avesse confermato la volontà degli iscritti.
Ad aggravare l’esito incerto delle primarie, arriva ora l’ipotesi, ventilata da qualche giorno sulla rete, che a votare possano andare anche elettori di centrodestra nel tentativo di spostare l’ago della bilancia. Lo scenario non sarebbe così remoto: per esprimersi, oltre ai due euro, basta sottoscrivere una “semplice” dichiarazione.
Tra gli elettori del Pd, i dubbi serpeggiano.
Dubbi che Panorama.it avrebbe voluto sottoporre ai dirigenti della squadra democratica. Ma le bocche sono rimaste cucite. Almeno fino a lunedì.
- Venerdì 23 Ottobre 2009
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Commenti
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Il 23 Ottobre 2009 alle 20:13 indigesto ha scritto:
Ma si, vincerà Bersani, sperando che metta Pierino dietro la lavagna. l’unica preoccupazione che dà Bersani è che pronuncia troppo la parola “serio”, come Prodi!
Il 25 Ottobre 2009 alle 15:04 nicksergio ha scritto:
Almeno il PD una versione straccia di dibattito interno e di democrazia c’è l’ha!Nel PdL decide tutto solo Berlusconi,gli altri stanno solo per applaudire e far passerella….
Il 27 Ottobre 2009 alle 19:23 Rutelli dà l’addio al Pd di Bersani: “Davanti a me un’altra via” - Italia - Panorama.it ha scritto:
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