
Il ministro dell'Economia, Giulio tremonti
“La verità è che non succederà niente. Ma quale autunno caldo…”.
Nelle 48 ore seguite alla sua dichiarazione sul valore sociale del posto fisso, Giulio Tremonti ha continuato a ripeterlo, smentendo chiunque dipingesse scenari di chissà quali novità politiche armate dal ministro. Oppure contro il ministro.
Non è unanime il parere sulla previsione. Almeno non lo è se vi fate un giretto in quell’istituzione largamente inutile (senza offesa, non vorrei beccarmi una citazione in giudizio per vilipendio) che è attualmente diventato il Parlamento. Ma è il parere del ministro stesso. Del presidente del Consiglio.
E del leader dell’unico partito alleato al Pdl, la Lega. “Non sono previsti né attacchi di Tremonti al cielo, né del cielo a Tremonti” mi dicono a Palazzo Chigi. Eppure, il mestiere è mestiere. E si passa per pazzi, se non si mettono in fila gli elementi per i quali Tremonti è sempre più protagonista da una parte e sempre meno amato dai colleghi (dalla folla si direbbe il contrario, guardando i sondaggi in crescita) dall’altra. Dopo l’elogio del posto fisso, Tremonti ha passato tre fasi.
Prima lo stupore nel vedere la frase montare come un’onda di agenzia in agenzia, commento dopo commento. Poi la soddisfazione, martedì 20 ottobre. Malgrado la strumentalizzazione di cui il ministro pensava di essere oggetto (”ho solo detto che al caldo si sta meglio che al freddo”), i grandi giornali non lo hanno messo nel mirino con commenti ostili. Anzi, i più erano schierati con uno o addirittura due editoriali (la torinese La Stampa in pole position) con commenti favorevoli. Dopodiché 24 ore di seccature crescenti: indiscrezioni su colleghi di governo che protestavano con il premier; Libero che orgogliosamente diventa il quotidiano più critico di Tremonti, manco fosse La Repubblica, annunciando documenti di parlamentari e ministri pdl contro il ministro dell’Economia, e sparando titoli del tipo: “È il posto di Tremonti a non esser più sicuro”.
E infine la Confindustria, con il presidente Emma Marcegaglia che, dopo 36 ore di calibrato silenzio, raccoglie la richiesta pressante venutale dalla base, dai piccoli imprenditori e dal Nord. Tutti a dirle: “Rispondi a Tremonti, l’ideologia del posto fisso non ce la può ammannire questo governo, con i chiari di luna attuali”. Marcegaglia ha aspettato, soppesato. Ma poi ha parlato. “Stabilità sì, impossibile ritorno al passato no“. Con Tremonti si è spiegata dopo. L’indomani sui giornali la polemica campeggiava. Ma senza ko reciproci.
L’impresa sta attenta a non pregiudicare i rapporti. Ha reagito perché la flessibilità e l’adeguamento del welfare alla flessibilità sono suoi caratteri identitari per promuovere più occupazione e più mobilità sociale, ma anche per evitare veti politici alle dure ristrutturazioni che ormai si annunciano in vasti settori della manifattura, visto che la ripresa tarda e tarderà. Su questo con la Confindustria il dialogo era in corso e se ne vedranno i frutti.
Il ministro è disposto ad aprire un confronto diretto sul fondo per ricapitalizzare l’impresa che la Confindustria ha lanciato da Mantova mercoledì 21 e giovedì 22 ottobre. E l’impresa ha bisogno di Tremonti perché, tra rifinanziamenti dei crediti d’imposta, conferma di qualche posta tagliata a Industria 2015, sostegno contro Bruxelles che vuole ulteriormente indurire gli obiettivi energetici dello schema 20-20-20, senza il Tesoro si può al massimo concertare la convergenza con i ministri di settore, ma è lui che smuove o blocca poi il quattrino.
È nel Pdl, anzi nei gruppi parlamentari e nel governo, che il ministro ha oggi meno fan. Si è visto nelle obiezioni alla Banca per il Mezzogiorno. Si vede nelle richieste di chi è interessato alle filiere ridimensionate da Tremonti nei progetti in carico al ministro Claudio Scajola.
Un pezzo di Pdl meridionale. Un pezzo di ex aennini che stanno a metà tra Gianfranco Fini e i vecchi colonnelli. Quattro o cinque capataz nella pattuglia di coordinamento dei gruppi parlamentari, stufi di essere perennemente all’oscuro dei documenti contabili proprio in sessione di bilancio (all’Economia ridacchiano che il Parlamento ci metta mediamente un mese a capire che cosa davvero sta scritto nelle tabelle). Parecchi altri che temono ci sia Tremonti dietro Umberto Bossi, che ora sembra aver ottenuto alle regionali Veneto e Piemonte, per magari riservare il colpo gobbo all’ultimo momento: tornare a più miti consigli, chiedere e ottenere solo la Lombardia, con tanti saluti a Roberto Formigoni. Alcuni parlano ai propri compagni di scranno.
Altri in Transatlantico. Qualcuno a Berlusconi. Gianni Letta dichiara di tenersene rigorosamente fuori. Con Tremonti già ha aperto altri conti, più delicati dei mal di pancia che vengono da parlamentari e ministri.
Letta parla con i grandi banchieri dell’armata anti Tre-bond. Letta segue in Telecom Italia la partita filo Franco Bernabè. Letta ha il filo aperto con Agcom, Antitrust e Paolo Romani per le scelte di sistema televisivo, banda larga e Hiptv, decisive per Mediaset e Sky. Letta tiene discretamente aperto sempre il telefono rosso con le grandi aziende pubbliche in teoria controllate dal Tesoro e che potrebbero tornare utili il giorno che la politica volesse spaventare i capi della Confindustria “privata”.
Sui poteri forti, però, Tremonti replica con gli interessi. Non da Palazzo Chigi, ma con una rete di contatti diretti che potrebbero riservare sorprese. Per esempio Francesco Greco, il coordinatore del pool finanziario della procura di Milano, descritto dal Giornale come l’ammazzasette che tiene in pugno decine di società quotate alle prese con problemi di continuità aziendale, ha un’unica persona con cui parla nel governo: Tremonti. Anche a Lecce, il 24 e 25 ottobre, all’ennesimo Aspen con ben cinque sessioni di lavoro fitte fitte di manager. Tanta gente, per un uomo solo.
- Venerdì 23 Ottobre 2009

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Commenti
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Il 25 Ottobre 2009 alle 12:45 DestraLab » Solitudine? ha scritto:
[...] lettura pre-accordo su quella che sembra essere diventata la madre di tutte le questioni: Tremonti e la solitudine (apparente) del numero primo. Almeno a leggere la stampa di oggi, dato che riempie le prime pagine di tutti i giornali con tutti [...]
Il 25 Ottobre 2009 alle 15:07 enrico fumagalli ha scritto:
Tremonti è il tipico violino convinto di essere il solo a capire, cambia talmente tante volte opinione e non ne azzecca una che duri. L’unica cosa che gli è riuscita bene, fu quella ad insegnare al suo datore di lavoro, come evadere, altro non sa fare ed è per questo che il buon Silvio gli è riconoscente, nominò persino Ministro un delinquente, quell’avvocato dal nome da brividi e come consulente politico che fondò Forza Italia un Dell’Utri che voleva chiamarla FM, Forza Mafia ma forse si spcopriva troppo. Via Berlusconi Tremonti potrebbe solo arrostire castagne, lavora al caldo e si toglie dalle palle.
Il 17 Novembre 2009 alle 13:58 Tremonti quinto ministro d’Europa, D’Alema “ferrato negli intrighi”. I giudizi fi fine anno del Financial Times - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] Tremonti resta secondo i sondaggi uno dei tre ministri più popolari del governo di centrodestra e potenziale candidato alla successione a Silvio Berlusconi“. Scrive ancora Ft: “Le sue radici socialiste, la sua difesa dei diritti dei lavoratori [...]
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