Bicameralina? Maggioranza e magistrati attendono le mosse del Pd (e di D’Alema)

Il palazzo di Giustizia a Genova

Il palazzo di Giustizia a Genova

Riforma della giustizia? Tutti in attesa di Bersani (pardon, di D’Alema). La maggioranza ha proposto una nuova stagione di riforme bipartisan. La “bicameralina“, appunto. Una proposta “indecente”, secondo Di Pietro: partecipare a un nuovo tavolo di confronto istituzionale, partendo dai risultati (affossati) della Bicamerale di fine anni ‘90. Il Pd, che ha incoronato domenica Bersani come nuovo segretario (con l’ombra del Lider Maximo, suo principale sostenitore), fa melina.
I magistrati, intanto, anche quelli della componente più moderata, stanno sul chi va là. I tempi per l’apertura del dialogo tra governo e opposizione, insomma, non sono ancora maturi, ma i presupposti ci sono.

Obbiettivo del Pdl: avviare un confronto su un disegno di legge costituzionale di riforma dell’ordinamento giudiziario che preveda la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Come? Ripartendo dai risultati della Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema nel 1997.
Tra i punti principali della Bicamerale, infatti, c’era l’articolazione del Consiglio superiore della magistratura in due sezioni, una per i giudici e una per i magistrati del pubblico ministero, oltre a nuovi criteri di composizione e funzioni per il Consiglio superiore della magistratura (Csm), l’organo di auto governo dei magistrati.

E la “bicameralina”, appunto, dovrebbe realizzare ciò che non si è riuscito a fare dodici anni fa, anche per snellire una macchina, quella della giustizia, per troppi anni abbandonata e ormai arrugginita, come ha sottolineato più volte il ministro Angelino Alfano (anche in quest’articolo scritto per Panorama).

Alcuni spiragli per l’apertura di un dialogo, lasciando stare il solito  “niet” di Antonio Di Pietro (”Una proposta indecente, quella della Bicameralina”, ha dichiarato parlando di “crimine politico”), vengono proprio dalla elezione di Pier Luigi Bersani a segretario del maggior partito del centrosinistra. L’ex ministro la scorsa settimana, infatti, non aveva detto proprio di “no”. Si era limitato ad avvertire la maggioranza di “non pretendere di dettare l’agenda”. Diversa, invece, la posizione di Franceschini, ex segretario e suo avversario: “Con me nessuna bicamerale”. Ma l’(ex) segreDario ha perso, secondo un copione previsto da molti. La vittoria di Bersani (e quindi di D’Alema), fa ben sperare al centrodestra, senza contare che l’ex ministro piace molto anche a tutto l’Udc, come ha ricordato Pier Ferdinando Casini intervistato da Daria Bignardi.
E l’Udc, poi, si è mostrato l’unico partito disponibile a un tavolo sulla giustizia: “Il dialogo non si rifiuta mai”, ha spiegato Casini. Seguito a ruota dal presidente vicario dei deputati dell’Udc, Michele Vietti: “Siamo pronti a vedere le carte, sperando che non sia un bluff“.

Ma desiderosi di vedere le carte in mano alla maggioranza sono anche le associazioni sindacali più moderate dei magistrati. “Ci accusano spesso di fare polemiche strumentali, ma per ora non c’è alcuna proposta sul tavolo e c’è poco quindi da commentare“, dice a Panorama.it Stefano Schirò, presidente di Magistratura Indipendente (MI). “La separazione delle carriere, comunque, è un problema che non riguarda il funzionamento della giustizia. Il processo civile è lento, perché ci sono troppe cause e manca un’attività di filtro dei giudizi, mentre quello penale è troppo farraginoso. A questo contribuisce anche un numero eccessivo di avvocati rispetto alle esigenze del paese”.

La politicizzazione dei magistrati? Esiste, ma si tratterebbe di un fenomeno limitato: “C’è un fondo di verità in questa critica: l’esistenza di una minoranza, all’interno della magistratura, politicizzata. Ma essendo una minoranza, appunto, non è poi un problema perché la maggioranza delle sentenze viene formulata da magistrati autonomi e indipendenti”, prosegue Schirò. E i tornelli di Brunetta? “Non servono a cambiare la situazione: mancano uffici per lavorare e spesso molti magistrati sono costretti a studiare le sentenze a casa. E a casa, si sa, si lavora di più perché non ci sono limiti di orari. Quindi coi tornelli, paradossalmente, si lavorerebbe meno. Anzi, sarebbe una pacchia“.

Una posizione cauta, quella di MI, ribadita in un intevento del vice segretario Stefano Amore su l’Occidentale. “Ragioniamo sulle riforme, anche costituzionali, da realizzare nel settore della giustizia, ma rendiamoci conto che alla base dei tanti problemi italiani c’è, soprattutto, una profonda crisi culturale ed etica”.

Ma a osservarla dal punto di vista culturale ed etico, la strada verso la separazione delle carriere e la riforma del Csm è (ancora) lunga.

Commenti

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Il 26 Ottobre 2009 alle 22:32 indigesto ha scritto:

Quando s’imboccano le strade sbagliate ci si addentra sempre più nelle stradette laterali nella speranza di trovare una via d’uscita. Le modifiche alla Costituzione, stilata ed approvata da un’Assemblea, fatta in prevalenza da Galantuomini, ma certamente più di quanti ne abbiano poi contati le successive, hanno rotto quegli equilibri necessari alla collaborazione, ed anche al confronto, tra i diversi Poteri dello Stato. Un Lodo Alfano non avrebbe trovato ragioni per essere proposto se non si fosse limitata l’immunità e l’indipendenza dei Parlamentari, nè avrebbe trovato modo di essere espressa una sentenza quale è stata quella pronunciata dalla Corte Costituzionale, che se pur giusta nel contesto dell’originario Dettato costituzionale, appare strumentale in questo contesto. Sull’emozione di Tangentopoli furono difatti espressi quegli scostamenti dal Dettato che ne hanno alterato gli equilibri: primo passo, difatti, casuale o voluto da un certo potere giudiziario, per alterare detti equilibri a favore dello stesso. Studiata o meno che sia stata la mossa di spingere il Parlamento in una certa direzione, fatto è che ora se ne vedono i risultati e dall’altra parte si rincorrono soluzioni quali il Lodo Alfano, la separazione delle carriere e quant’altro.
E’ chiaro che le forze ispiratrici di allora siano resistenti verso qualchessia Legge che limiti i poteri Magistrati, e più che mai le forze politiche facenti capo all’On. Di Pietro. L’errore di questa Politica sta nel vedere il suddetto quale “puparo” di questo tipo di opposizione, rincorrendo soluzioni rimediatorie che difficilmente troveranno uno sbocco positivo. Più saggio sarebbe proporre il ripristino dell’originario Dettato sull’immunità parlamentare, cosa che in Parlamento potrebbe trovare più larga adesione, o quantomeno metterebbe in chiara luce i disegni di chi si nasconde dietro un legittimismo di dubbio significato.

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