
Nicola Cosentino in una immagine di archivio
Lascia o raddoppia, onorevole Cosentino? E lui: “Non lascio né il posto di sottosegretario né la candidatura alla Regione Campania. Devo tutto al presidente Berlusconi, come gli devono tutto coloro che ricoprono incarichi più o meno importanti”. Eccola, la posizione dal sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, in un’intervista al Giornale di Vittorio Feltri, dopo la richiesta di misure cautelari nei suoi confronti avanzata dalal Procura di Napoli che lo indaga per concorso esterno in associazione camorristica.
“L’unico che può decidere sul mio futuro al governo e sulla Campania è il premier” ha aggiunto. “Decide lui per la corsa alla presidenza della regione perché è stato lui a togliere quella vergogna dei rifiuti. Decide lui anche per il governo perché sono sua espressione diretta. A me Silvio ha dato tutto, credo profondamente nell’amicizia e nella gratitudine che non è un sentimento della vigilia…”.
“Ho sentito pià volte Silvio Berlusconi” ha aggiunto “mi ha detto di tenere duro: ‘Stai su col morale, guarda che mi stanno facendo a Palermo e Milano, andiamo avanti’. E io vado avanti“. “Tutti sanno che le accuse che mi stanno rivolgendo arrivano da un sistema di potere che ha bloccato la Campania per decenni” ha continuato Cosentino.
“Io non credo assolutamente che Bocchino si sarebbe dovuto dimettere nel caso Romeo, credo che per farsi una ragione su chiunque quantomeno occorra una sentenza di primo grado. Fra le cose che mi hanno molto amareggiato una riguarda il suo giornale (di Bocchino, ndr), il Roma che ha seguito l’inchiesta molto da vicino rivelando dettagli coperti dal segreto istruttorio che i miei avvocati nemmeno conoscevano. Il Roma sembrava il Fatto di Travaglio”.
Quanto all’inchiesta, il sottosegretario all’Economia ha sottolineato che “quelle carte riportano propalazioni di pentiti facilissime da smentire“. Se mi avessero sentito, ha detto, “avrei potuto ricostruire la mia storia politica e far capire ai magistrati che nessun boss mi poteva dare voti per essere eletto perché essendo fra i capolista ce la facevo in automatico”.
“Avrei potuto dimostrare” conclude “che se a Casal di Principe nel 1990, con il Psdi, prendevo 1800 voti, non potevo aver fatto il pieno di voti mafiosi nel 1996 (con Forza Italia) prendendo solo 16 voti in più rispetto alla precedente tornata elettorale.
Quando stavo a sinistra non mi ha toccato nessuno, quando sono passato a destra è iniziata la mia fine“. E a chi, come Saviano, s’interroga sulla capacità di Casal di principe, la sua città natale, patria del clan di Gomorra, di esprimere tre parlamentari, Cosentino replica: “Questo è un pregiudizio antropologico e culturale, per cui chi nasce in un territorio sta necessariamente con le cosche. Ovviamente solo se sta a destra è mafioso“.
- Giovedì 12 Novembre 2009
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Commenti
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Il 12 Novembre 2009 alle 17:21 nicksergio ha scritto:
Povera anima…un altro perseguitato per la sua fede politica ,come il padre del PdL.chissà perchè i numerosi membri del PdL che incorrono nelle maglie della giustizia per reati comuni o mafiosi ,tirino in ballo sempre la persecuzione politica…ma non esistono in italia giudici di destra?
Il 12 Novembre 2009 alle 17:23 indigesto ha scritto:
Cosentino ha ragione. Nel Sud non solo chi sta a destra è mafioso. Anche nel Sud la democrazia si avvale del consenso. Vuoi vedere che le mafie non lo sanno? Chi viene eletto nel Sud spesso lo è coi voti dei mafiosi, anche quando non richiesti. Ma poi il conto lo presentano lo stesso! e quando non lo si paga per tempo ci pensano coi pentiti a rivolgersi al “recupero crediti”, un pò come per i comuni mortali fanno le “istituzioni” con l’Agenzia delle Entrate! E’ questo il bello della democrazia, almeno nel Sud!
Il 12 Novembre 2009 alle 18:51 nhico ha scritto:
In casi di questo genere si dice che non solo Cesare ma anche la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Una frase fatta che non dice niente ma alla quale un po’ tutti si attaccano quando vogliono sottolineare una contrarietà verso qualcuno. I fatti della Campania, invece, sembrano parlare un altro linguaggio: quello dell’intrallazzo senza fine e dell’assoluta incapacità della procura di Napoli ad aprire un’inchiesta che sia qualcosa di più di un fuoco fatuo. E si va avanti così da anni, nell’ attesa che qualcosa di concreto succeda in quel palazzo di (in)giustizia. Poi la montagna partorisce il topolino ed arriva la richiesta d’arresto per l’unica personalità che non appartiene alla più sinistra e, soprattutto, dopo averle negato la possibilità di un confronto in procura. Certo niente di più facile per una toga, dei cui atti in buona fede o in malafede non deve dare conto a nessuno, che deviare il corso di questa o quella candidatura politica. Basta un tratto di penna su carta intestata e poi chi vivrà vedrà . Tutto fatto in nome del popolo italiano. Quel popolo italiano che nella stragrande maggioranza non è per niente soddisfatto dell’operato della magistratura. Eppure la casta regina continua a fare il bello e il cattivo tempo su e giù per lo Stivale. Imperterrita.
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