A Strasburgo, la corte che vorrebbe sequestrare Gesù

Il palazzo della Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo

Il palazzo della Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo

Il palazzo della Corte europea dei diritti dell’uomo si trova a Strasburgo, in Alsazia, tra i ponti dell’Ill, affluente del Reno (qui la MAPPA). È in cemento armato e vetro per fare entrare la luce del sole che qui, di solito, è avara. Dentro non si vedono crocefissi, bandiere o altri simboli.

Eccetto all’ingresso, dove si nota la testa di Rolv Ryssdal, un defunto presidente norvegese della Corte, oppure nello studio di Paolo Cancemi, capo della divisione giuridica degli affari italiani, dove è appesa una foto di Alberto Sordi.

In questo palazzo, il 3 novembre, una camera di <strong>sette giudici ha condannato l’Italia per aver violato il diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni. Era successo che Soile Lautsi, moglie finlandese di un cittadino italiano, si era molto impegnata per far crescere nella laicità i propri figli di 11 e 13 anni.

Purtroppo per lei nella scuola media di Abano Terme, frequentata dai due ragazzi nel 2001, c’erano dei crocefissi che li disturbavano. Così la signora prima si è rivolta al tar del Veneto e poi al Consiglio di Stato. Poiché nessuno si è sognato di rimuovere quelle croci, è approdata all’ultima spiaggia: la Corte dei diritti dell’uomo.
Ora i suoi figli sono cresciuti, nessun carabiniere farà irruzione per sequestrare Gesù, la Corte ha condannato l’Italia a versarle 5 mila euro come danno morale.

Ma il guaio è un altro: il governo italiano dovrà chiedere alla Grande camera di Strasburgo il rinvio della sentenza, perché, se diventasse definitiva, dovrebbe risolvere la questione davanti al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.
Come quando si tolgono i quadri, molte sagome di vernice più chiara potrebbero rimanere sui muri delle nostre scuole, al posto di simboli religiosi, segni della cultura italiana.
Non è fantascienza, perché di solito le sentenze di Strasburgo le ascoltano. Qualche giorno fa, una lesbica francese che convive con un’altra donna ha ottenuto il diritto all’adozione, dopo essersi rivolta alla Corte dei diritti dell’uomo, che ha condannato la Francia per discriminazione sessuale. In Italia la sentenza sul crocefisso ha sconcertato quasi tutti. La corte di Strasburgo è stata perfino accusata di distruzione delle icone religiose. “Un conto è che lo Stato non possa imporre il crocefisso” dice Lucia Serena Rossi, docente di diritto internazionale all’Università di Bologna, “ma trasformarlo da imposizione in divieto è eccessivo, considerato che si tratta di una tradizione diffusa”.

Il giureconsulto della Corte, Vincent Berger, uomo pacato dai capelli bianchi, rivela una certa dose d’immaginazione: “Se la sentenza diventasse definitiva” dice “per tutelare le convinzioni religiose individuali ci potrebbero chiedere di tutto: togliere i tempietti votivi dalle strade o altre cose del genere”. Secondo Berger, la Corte potrebbe accettare il rinvio del governo italiano e aprire una procedura davanti alla Grande camera: “Perché è una questione grave che coinvolge molti paesi, un terreno vergine senza giurisdizione. Di fatto, è la prima sentenza sul divieto di un simbolo religioso che non sia un velo, un turbante, un capo di abbigliamento”.

In quei casi, i ricorsi erano stati respinti dalla Corte, che ha sempre giustificato gli interventi degli stati in difesa della laicità. Per esempio, i giudici hanno deciso che non violano la libertà di religione il divieto imposto a un francese di dottrina sikh che rivendicava il diritto a non togliersi il turbante nemmeno per farsi identificare, a una studentessa turca che voleva indossare il velo all’università, anche quello imposto a una maestra svizzera, convertita all’Islam, che pretendeva di presentarsi tutta coperta nella scuola elementare dove insegnava.

All’ufficio interno di smistamento della posta arriva di tutto. Brigitte Lotz, signora dedita alla causa, mostra i plichi appena recapitati dall’Italia: bustone gialle col timbro di studi di avvocati, lettere scritte a mano da cittadini qualunque. Ogni giorno vengono aperte 2.500 richieste di ricorso, il 30 per cento dalla Russia, il 5 per cento dal nostro Paese. Paolo Cancemi riassume che gli italiani protestano soprattutto per le lungaggini dei processi, i trattamenti umani degradanti ai detenuti in regime duro, le espulsioni degli immigrati, l’affidamento dei minorenni. Giungono anche rivendicazioni bizzarre: persone convinte di essere perseguitate dai marziani, altre certe di essere spiate. Un tedesco e un azero hanno provato a darsi fuoco davanti all’ingresso della Corte sostenendo di essere vittime di incredibili ingiustizie. E poi senzatetto che sostano esibendo cartelli, una polacca che si è incatenata.

Il quotidiano della Cei Avvenire ha titolato la vicenda di Abano Terme: “I sette giudici del crocefisso”. Ma chi sono questi giudici? A quali principi s’ispirano? Il presidente della sezione che ha condannato l’Italia all’unanimità è la belga Françoise Tulkens. Gli altri sono il portoghese Ireneu Cabral Barreto, che arriva dalla corte suprema del suo paese; l’italiano Vladimiro Zagrebelsky, scelto dal governo dell’Ulivo come responsabile dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia; la 39enne lituana Danutò Joãienò; l’ex ambasciatore serbo in Svizzera Dragoljub Popoviç; l’ungherese András Sajó che ha fondato un movimento contro la pena di morte; e Isil Karakas, prima donna turca alla Corte.

Nello studio di Tulkens, 67 anni, l’unico simbolo appeso alle pareti è la cartolina di una divinità thailandese. Prima di arrivare alla Corte, ha insegnato 30 anni all’Università cattolica di Lovanio, in Belgio, “dove” ricorda “non c’erano crocefissi nelle aule”. Alla domanda se è cattolica, risponde di sì, ma non è praticante. Chiedo se le sentenze della Corte non siano il frutto di una visione talebana della laicità, una forma rovesciata di religiosità. Scuote la testa e va a cercare un opuscolo azzurrino intitolato Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Poi con la penna cerchia l’articolo 2 sul diritto all’istruzione: “Lo stato, nell’esercizio delle funzioni che assumerà nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, rispetterà il diritto dei genitori di assicurare quest’educazione e quest’insegnamento in conformità con le loro convinzioni religiose e filosofiche“. Chiedo di parlare all’italiano Zagrebelsky. Con un’email risponde che i giudici della Corte non incontrano abitualmente i giornalisti. Torinese di origine russa, Zagrebelsky ha 69 anni, una madre di confessione valdese, e nel 2001 è stato eletto a Strasburgo dopo aver avuto la meglio fra tre candidati del governo di Giuliano Amato. Rieletto nel 2007 su proposta del governo di Romano Prodi, era tra i componenti della Grande camera che, due anni fa, ha condannato la Norvegia per non aver concesso ai genitori di alcuni alunni la dispensa dal frequentare un corso sulla religione cristiana.

Ed era anche tra chi ha respinto, giudicandolo irricevibile, il ricorso presentato da cittadini e associazioni contro la sentenza della Corte d’appello di Milano che aveva permesso d’interrompere l’alimentazione di Eluana Englaro, in coma irreversibile da 17 anni. Il giudice portoghese Barreto, 68 anni, è quello che più si è posto il problema dell’effetto della sentenza sul crocefisso, perché anche dalle sue parti quel simbolo porta con sé una tradizione intrisa di passione, credenze, valori accumulati nel tempo. Ma, alla fine, l’unanimità ha prevalso.
Bisogna dire, però, che non sempre i sette giudici del crocefisso vanno d’accordo. L’ungherese Sajó e la turca Karakas hanno dissentito da Zagrebelsky e dagli altri quando si è trattato di emettere un’altra condanna contro l’Italia. Era il 2002, Sergio Cofferati, allora segretario della Cgil, aveva fatto ricorso a Strasburgo perché, in un’intervista, e perciò fuori dal perimetro della Camera che gli garantiva l’immunità parlamentare, il leader della Lega Umberto Bossi aveva accusato la Cgil di aver contribuito al clima di odio che aveva portato all’omicidio del giuslavorista Marco Biagi. Ma chi decide quali giuristi vadano a Strasburgo? E chi li paga?

Funziona così: i governi dei 47 paesi che hanno firmato la Convenzione sui diritti dell’uomo propongono tre giudici, fra questi i parlamentari del Consiglio d’Europa ne eleggono uno. I giudici sono stipendiati dalla Corte, finanziata dall’Europa che le ha versato nel 2009 56 milioni di euro (l’Italia 6.737.304). Guadagnano 18.426 euro netti al mese incassati in anticipo, non pagano le tasse, non hanno la pensione, ma godono di statuto diplomatico e immunità. Su alcuni blog, ultimamente, li hanno massacrati. I giornali sono stati più miti: il Corriere della sera ha scritto che dovrebbero riflettere prima di agire. Vittorio Feltri sul Giornale si è chiesto se a Strasburgo non giri per caso troppa birra.

I NUMERI DELLA CORTE
La Corte europea dei diritti dell’uomo è stata istituita nel 1959. Da allora ha emesso circa 10 mila sentenze contro gli stati membri, che oggi sono 47. Il Vaticano non è uno stato membro. L’Italia è seconda dopo la Romania per risarcimenti richiesti in seguito alle condanne della Corte: 9.737.505 euro (dato definitivo del 2008). La causa più costosa è quella intentata contro lo stato russo da parte degli azionisti della Yukos, che chiedono 92miliardi di dollari. 56.616.100 euro: è il bilancio previsto dalla Corte per l’anno 2009. 6.737.304 euro: è il contributo italiano alla Corte europea per l’anno 2009. 6.109: sono le richieste pendenti al 14 maggio 2009.

Commenti

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Il 20 Novembre 2009 alle 1:09 indigesto ha scritto:

Forse la birra di cui dice Feltri nemmeno la pagano!

Il 29 Gennaio 2011 alle 21:38 Ecco le 10 assurdità della sentenza contro il crocifisso | UCCR ha scritto:

[...] quale il crocifisso è tranquillamente presente in tutte le scuole, pubbliche e private che siano. Panorama rivela inoltre la particolare confusione della Tulkens: nel suo studio l’unica cosa appesa è [...]

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