Il “Taglialeggi” Calderoli ora sforbicia 50mila poltrone

Roberto Calderoli è raggiante

Semplificare l’assetto istituzionale e, tagliando enti e poltrone, risparmiare. Passato presoché sotto silenzio, il primo colpo di scure alla pubblica amministrazione in stile Bisanzio lo ha assestato il Consiglio dei ministri di giovedì 19. Con il via libera al codice delle Autonomie, preparato dal ministro per la Semplificazione (alias “Minsitro Taglialeggi”) Roberto Calderoli, si falciano 50mila poltrone e si risparmiano un bel po’ di quattrini: “diversi miliardi”, gongolava il ministro leghista. Il provvedimento taglia-burocrazia, che ora dovrà affrontare l’iter parlamentare, stabilisce chi fa cosa nei diversi livelli di governo ma soprattutto razionalizza le autonomie locali.

“Si tratta di un altro importante risultato ottenuto in tempi brevissimi da questo governo, che alle chiacchiere preferisce i fatti”, commentava Calderoli. Una cura dimagrante per il mammuth dell’amministrazione statale che ha come effetto immediato quello di raggranellare un po’ di risorse. E le comunità montane? “Cesseranno di esistere a livello dell’ordinamento statale e passeranno, come deciso dalla Corte costituzionale, sotto le Regioni. Le Regioni se vorranno farle esistere dovranno fare una loro legge, rispondere rispetto ai loro elettori e pagarsele“.

Regioni ed enti locali, però, non sono soddisfatti del risultato, perchè dopo un lungo lavoro di confronto, proseguito fino a ieri sera, non tutti gli emendamenti da loro richiesti sarebbero stati accolti dal governo. In particolare, dicono, sarebbero “saltate” le “modifiche volte a un profondo decentramento dallo Stato a favore di Regioni, Province e Comuni, che sono le premesse di un vero federalismo”. Se così fosse, la riforma si ridurrebbe a un “semplice restyling”, non garantirebbe “un equilibrio tra i vari livelli di governo e il federalismo fiscale non avrebbe sostenibilità”, commentavano, bocciando il testo, la Conferenza delle Regioni, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani e l’Unione delle Province d’Italia.

Il provvedimento, infatti, rientra in quel progetto complessivo di riforma dello Stato che ha il suo cappello nel federalismo fiscale. La norma rivede le funzioni assegnate a Comuni e Province, apre la strada alla possibilità di ridurre numericamente le Province (e conseguentemente delle Prefetture), ma nel contempo ne potenzia i compiti. E soprattutto riduce i numeri degli organi di governo locale, mettendo ordine nel sistema degli enti e archiviando i doppioni.

Calderoli ha quantificato, a oggi, in 34 mila i soggetti che svolgono funzioni sovrapponendosi di fatto alle competenza di Comuni e Province. “Il numero esatto neppure si conosce” ha detto “ma grossolanamente la cifra è questa”. La Carta delle autonomie effettuerà una “potatura”. Tra gli enti destinati a chiudere, le comunità montane. “Oggi sono 367: il numero spaventa” ha commentato il ministro leghista. “Più del 50% dei comuni sono all’interno di Comunità montane, il che non ha senso”. Un passaggio spinoso, quest’ultimo. “Le comunità attualmente sono 185 e non 367″, ha replicato infatti l’Uncem (Unione comunità montane), contestando i dati del ministro. Quanto ai sindaci dei piccoli comuni montani si sentono calpestati e parlano di “scippo”.

L’altro capitolo corposo della norma riguarda assessori e consiglieri. “Li ridurremo a 30 mila”, ha assicurato Calderoli, annunciando un taglio di 50 mila poltrone tra Comuni e Province. Gradualmente saranno abolite anche le circoscrizioni comunali e “con loro 6.605 consiglieri e dei 344 presidenti”. Quanto farà risparmiare tutto questo? Fare i conti è difficile. Ma una stima, per quanto riguarda il sistema comunale, il ministro l’ha fatta, quantificandola in circa 150 milioni: oltre 20% di quei 600 milioni indicato come il costo annuale sostenuto per chi oggi governa e legifera nei Comuni.

Mentre i due responsabili degli enti locali del Pdl Giovanni Collino e Mario Valducci brindavano (”Gli elettori ci hanno dato il mandato per cambiare l’Italia e la riforma degli enti locali è parte fondamentale di questo disegno”), c’era già chi arricciava il naso. Paolo Fontanelli (”la voce di Pisa e della Tosca in Parlamento”), del Pd, accusa il governo di fare “propaganda” e fa notare che prima bisogna chiarire con quali risorse e con quali norme si attuerà il federalismo fiscale.

Commenti

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Il 20 Novembre 2009 alle 15:05 indigesto ha scritto:

Solo palle! All’esame del Parlamento figuriamoci se passerà. Piuttosto, se insiste, passerà il Governo!

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