
Pier Luigi Bersani, 58 anni, diventato segretario del Pd dopo aver vinto le primarie del 25 ottobre 2009
Non è certo un caso che Antonio Di Pietro alzi ogni giorno di più i toni della provocazione nei confronti del Partito democratico. Ma sull’ultima sfida non gli è andata proprio bene. Perché il nuovo leader del Pd, Pier Luigi Bersani, gli ha risposto chiaro e tondo che alla manifestazione del 5 dicembre contro Silvio Berlusconi i suoi non ci saranno.
Uno smacco per l’ex pm e per la deriva piazzaiola dell’Italia dei valori. Resta però in piedi qualche domanda. Bersani riuscirà a segnare le distanze anche sul tormentato tema della giustizia? Riuscirà ad affrancare il Pd dalla demagogia forcaiola nella quale Di Pietro ha ingabbiato l’antica e mai smentita vocazione riformatrice del Pd?
Panorama ha girato la domanda a tre autorevoli intellettuali del Pd, tenendo soprattutto conto del giudizio che ciascuno di loro ha di Bersani e della sua linea politica. Ecco le loro argomentazioni.
Gianni Cuperlo*: Se sarà se stesso, il segretario vincerà la sfida contro il populismo
Si può rispondere in due modi. Il primo è coerente col braccio di ferro voluto da Antonio Di Pietro all’indomani delle elezioni. La scelta di accentuare la polemica verso il Partito democratico nella speranza di travasarne una quota dei consensi. Dentro questo schema c’è poco da fare, noi democrats siamo destinati a soffrire. L’alternativa, come spesso capita, esige un cambio di campo. Tradotto, il problema è fondere l’indignazione di molti con la fine del ciclo che ha visto la destra prevalere, prima di tutto, sotto il profilo culturale. La realtà è che il declino di Silvio Berlusconi non implica in sé la fine del berlusconismo.
Nel senso dell’idea che è venuta avanzando dei partiti e della politica, con il corollario di una folle legge elettorale. Il punto è che nello scontro di questi anni ha prevalso una semplificazione del linguaggio e della realtà come chiave del tempo. La politica, le culture politiche in particolare, hanno smarrito non solo i vecchi ancoraggi ideologici (che nessuno rimpiange) ma la loro stessa autonomia di proposta e di pensiero. Un bel pasticcio che ha finito con il rafforzare un sentimento populista e un presidenzialismo depurato di contrappesi. Per noi l’effetto è stato di pedalare in salita. Con una parte dell’opposizione (Di Pietro avanti a tutti) che si è fatta interprete speculare di quella medesima impostazione.
Il risultato? Un Paese che poteva subire la seduzione del Cavaliere oppure contrastarla duramente, ma sempre all’interno di una stessa cornice: istituzioni svuotate, partiti personalizzati e una radicale spinta antipolitica. In sintesi, non risolveremo il nodo Di Pietro se non affrontando il legame tra la crisi della democrazia e le forme della politica e dei partiti, compresi quelli della nostra metà campo. A quel punto sarà comunque necessario costruire alleanze larghe e competitive, compresa l’Italia dei valori, ma al centro del tutto si collocherà una forza cosciente della sua natura di “partito” estraneo alle sirene del populismo comunque si presenti. Insomma, Pier Luigi Bersani vincerà la sfida, se farà Bersani, e con quel pizzico di orgoglio in più che in politica, a volte, è tutto.
* deputato del Pd, sostenitore della mozione Bersani
Andrea Romano*: Finiamola con l’esibizione di superiorità etica
Dopo aver ascoltato i leader del centrosinistra presentarsi al Paese con il vasto programma di riformare l’abc della politica, siamo tutti in grado di apprezzare il senso della misura di Pier Luigi Bersani. Il nuovo segretario del Pd ha riscoperto le virtù del realismo politico e la consapevolezza dei propri mezzi, archiviando il superomismo veltroniano per una più sobria gestione del piccolo capitale ricevuto in eredità . Il problema è tuttavia che nel capitale che Bersani si appresta a gestire una quota di rilievo è detenuta dal rapporto con la giustizia, così come si è costruito nei vent’anni della transizione postcomunista italiana.
Un rapporto fondato sull’esibizione di superiorità etica di matrice berlingueriana e che tanto ha contribuito in questi anni a privare la nostra nazione delle necessarie risorse morali, finendo paradossalmente per incoraggiare l’esibizione di immoralità su cui il berlusconismo ha costruito il proprio canone pubblico. È questo il modo in cui il politico moralista finisce spesso per essere doppiamente immorale: anzitutto perché non dice la verità e in secondo luogo perché sottrae alla comunità una risorsa istituzionale che deve rimanere condivisa.
Qui è la chiave del legame tra il Pd e Antonio Di Pietro. Al di là delle mutevoli alleanze elettorali, al di là delle manifestazioni di piazza e del gioco delle legittimazioni e delle delegittimazioni reciproche, Di Pietro ha saputo dare la massima sostanza a uno dei tratti costitutivi dell’identità del postcomunismo italiano. E finché il ciclo storico di quella identità non sarà concluso, con l’uscita dalla scena politica di tutti i suoi piccoli o grandi protagonisti, quel legame è destinato a non sciogliersi mai compiutamente.
*direttore della fondazione Italiafutura
Emanuele Macaluso*: Elabori una proposta autonoma da Di Pietro
A questa domanda potrà rispondere Pier Luigi Bersani. Spero che ci pensi bene, anche se capisco la difficoltà in cui si trova.
Antonio Di Pietro è stato coccolato da anni, assunto come testimonial, come garante della linea dell’intransigenza, del rigore, sui temi della giustizia, da parte del Pds e dei Ds. E con questo ruolo fu eletto parlamentare nel collegio rosso del Mugello, e successivamente nominato ministro. Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino segretari del partito gli hanno dato fiducia. L’atto più grave fu però fatto da Veltroni, segretario del nuovo Pd, che volle Di Pietro con il suo partito (l’Idv al 2 per cento) alleato nelle ultime elezioni.
E grazie alla porcata elettorale, con lo slogan del “voto utile” per il premio di maggioranza, Di Pietro superò il 4 per cento. L’ex pm così, ben consolidato, ha avviato una campagna demagogica anche contro il presidente della Repubblica su tutti i temi della giustizia, mobilitando le fasce più primitive e giustizialiste della sinistra. E mettendo sempre in difficoltà il Pd. Il quale, non avendo elaborato sui temi della giustizia una sua posizione autonoma, si ritrova sempre in una tenaglia: da una parte c’è Silvio Berlusconi con le sue leggi ad personam e lo scempio delle regole; dall’altra la demagogia giustizialista di Di Pietro.
È chiaro che il pendolo non può che spostarsi verso Di Pietro, che lucra consensi speculando sull’incertezza del Pd. Bersani, se vuole uscire dalla tenaglia e combattere lo scempio berlusconiano, deve elaborare sue proposte sulla giustizia con chiarezza, distinte dalla demagogia dipietrista. La battaglia è su due fronti. Bersani può farcela. Se avrà chiaro che questa scelta è ineludibile.
*direttore di Le nuove ragioni del socialismo
- Lunedì 23 Novembre 2009
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Il 17 Aprile 2010 alle 7:30 Notizie dai blog su Bersani: «vogliamo riforme, non norme per lega e premier» «scusa segre ha scritto:
[...] L’agenda, la giustizia e il rapporto con l’Idv: nel Pd è rebus Bersani Pier Luigi Bersani, 58 anni, diventato segretario del Pd dopo aver vinto le primarie del 25 ottobre 2009 Non è certo un caso che Antonio Di Pietro alzi ogni giorno di più i toni della provocazione nei confronti del Partito democratico . Ma sull’ultima sfida non gli è andata proprio bene. blog: canale italia | leggi l’articolo [...]
Il 24 Aprile 2010 alle 12:01 Notizie dai blog su Populismo e relatività dell’intelligenza in politica ha scritto:
[...] L’agenda, la giustizia e il rapporto con l’Idv: nel Pd è rebus Bersani Pier Luigi Bersani, 58 anni, diventato segretario del Pd dopo aver vinto le primarie del 25 ottobre 2009 Non è certo un caso che Antonio Di Pietro alzi ogni giorno di più i toni della provocazione nei confronti del Partito democratico . Ma sull’ultima sfida non gli è andata proprio bene. blog: canale italia | leggi l’articolo [...]
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