
Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica, con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia
L’ultimo attacco contro il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a capo di un dicastero costantemente sotto assedio, è stato messo a tiro da un collega che di certo non le manda a dire: il veneziano Renato Brunetta. “Sono un economista, lui no”, la battuta del ministro per la Pubblica amministrazione, a proposito dell’ipotesi di tagli alla burocrazia nella finanziaria 2010.
Battuta poi corretta, per la verità , attraverso una nota di Palazzo Vidoni: “Io sono professore ordinario di politica economica e finanziaria, il ministro Giulio Tremonti è invece professore ordinario di scienza delle finanze e di diritto finanziario”. E infatti: “Io economista? Sono un legaiolo”, la risposta piccata del responsabile di via XX settembre, a 24 ore di distanza e senza fare un diretto riferimento al collega.
E non è questo, per la verità , il più clamoroso degli scontro tra Tremonti e altri esponenti del governo. Per dire, gli capitò giusto un anno fa con il ministro della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, a proposito (ancora una volta) di tagli a fondi da destinare alla scuola. “Gelmini, mi hai rrrrotto… La questione è politica. Se proprio insisti, allora andiamo da Berlusconi e gli diciamo: o io o te“, sbottò, secondo la ricostruzione del Messaggero, Tremonti e la Gelmini dovette cedere. Poi toccò al Cavaliere a calmare le acque.
Memore del diverbio con il collega valtellinese, proprio Maria Stella Gelmini, bresciana di Leno, se la prese con un altro lombardo, Umberto Bossi, leader della Lega e ministro per le Riforme, a proposito del ritorno del maestro unico a scuola. “Dannoso, rovina i bambini“, sentenziò il Senatùr. “Io non sono un’insegnante, ma nemmeno Bossi è un eminente costituzionalista“, la risposta piccata della Gelmini. E ancora il Cavaliere a far da paciere.
Un altro “storico” match nel centrodestra è, poi, quello tra il ministro dell’Interno, Roberto Maroni (Lega Nord), e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa (Pdl). I due, infatti, anche se La Russa ha ricordato ai giornalisti che tra lui e Maroni “c’è sempre sintonia”, in verità qualche tempo fa dissentivano quasi su tutto. Hanno litigato sulle ronde: il ministro dell’Interno che voleva includerle nel pacchetto sicurezza (e poi c’è riuscito), mentre il ministro della Difesa era contrario; sulla strage di Castelvolturno, quando Maroni parlò di “atto terroristico” e La Russa di “guerra fra bande”. Fino al possibile scioglimento, come segnalato da Panorama, da parte del ministro dell’Interno per infiltrazioni mafiose del comune di Paternò (Catania), il paese di provenienza del ministro della Difesa (assolutamente estraneo alla vicenda).
Ma i dualismi non sono rari nei governi d’Italia. E non tutti negativi. Anzi, come suggerisce Giordano Bruno Guerri su il Giornale, hanno fatto la storia del paese, come quello tra Vittorio Emanuele II e Cavour per l’unità d’Italia, e tra Mussolini (non ancora capo del governo) e Italo Balbo che portò alla marcia su Roma. E ancora, si chiede Guerri: “Cosa sarebbe accaduto se nel 1976 l’ambizione del giovane Bettino Craxi, e la sua visione del ruolo del Psi, non avessero prevalso sul tradizionalismo di Riccardo Lombardi?”
Anche gli anni più recenti della Seconda Repubblica abbondano di contrasti tra colleghi ministri dello stesso esecutivo. Prendiamo l’ultimo governo Prodi, rovinosamente caduto nel gennaio del 2008. Già tenere insieme una coalizone dalle mille bandiere e dalle mille teste era un’impresa ardua. Ma ancor prima della sfiducia, erano all’ordine del giorno le punzecchiature tra l’allora Guardasigilli, Clemente Mastella e Tonino Di Pietro che era il titolare delle Infrastrutture. I due non passavano giorno senza criticarsi (via blog o a mezzo stampa) e senza mettere in affanno Prodi. Su tutto e soprattutto sull’amministrazione della giustizia. Che era tema di pertinenza del leader dell’Udeur ma sul quale il leader Idv, da ex magistrato, aveva il vizio di mettere sempre il naso.
E pochi mesi prima, infatti, scoppiò una furiosa bagarre tra l’allora ministro della Famiglia, la cattolicissima Rosy Bindi (a quei tempi nella Margherita e ora presidente di ferro nel Pd), e Paolo Ferrero (Rifondazione comunista), ministro per gli Affari sociali, durante il Prodi bis. Motivo della lite? Alla Conferenza sulla famiglia erano state estromesse le coppie omosessuali, per far piacere ai centristi ex Dc, ma mandando su tutte le furie i radicali e la sinistra. Un problema, quello di conciliare valori cattolici e laici, che poi il Pd si porta dietro da allora, non avendo saputo risolverlo negli anni successivi.
E i risultati, oggi, sono sotto gli occhi di tutti.
Sarà anche per questo - per non dare agli eletori l’immagine di un Pdl in stile Unione prodiana - che il ministro degli Esteri Franco Frattini ha invitato i colleghi a ridurre le esternazioni e a smorzare i toni: ben inteso, “legittima polemica”, ma “si doveva fare in sede di partito e non sui giornali“.
- Giovedì 26 Novembre 2009
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Commenti
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Il 22 Gennaio 2010 alle 17:56 Che giornata è se Brunetta non c’è? - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] sindacati non saprebbero con chi prendersela, e pure Giulio Tremonti insieme agli statali, i cantanti, gli scrittori, i registi, i magistrati, la sinistra che [...]
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