Come combattere l’incubo H1N1. Ore 12: a lezione di influenza A

Operazioni a scuola contro il virus A

Operazioni a scuola contro il virus A

“Allora bambini, la prima cosa che dobbiamo fare contro l’influenza è…?”. “Lavarsi le mani” risponde in coro alla maestra la platea di pulcini di una delle prime della elementare Rasori, nell’elegante quartiere Pagano di Milano. “Oppure?”. “Lavarsi i piedi” risponde uno che da grande lavorerà nel cabaret.
Tutti ridono, maestra compresa, poi parte la recita delle regole di Topo Gigio, testimonial del ministero del Lavoro e della salute: da “lavarsi le mani con il sapone” a “resta a casa se hai la febbre”. In realtà sono le prescrizioni dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, contro il virus dell’influenza H1N1, messe in fila dal simpatico topo d’annata.

I bambini da 5 a 14 anni rappresentano la fascia d’età più colpita dall’influenza (4,2 per cento) e Panorama è andato a vedere come hanno reagito le scuole all’emergenza. La situazione va migliorando, le classi che nelle scorse settimane erano state decimate tornano a riempirsi.

In Lombardia è in corso un monitoraggio delle assenze. “Ora siamo stabili sul 16 per cento con punte del 20, paragonabili a quelle dell’influenza stagionale” spiega Milena Piscozzo, collaboratrice della preside alla scuola elementare di via Rasori. La paura della suina un effetto comunque l’ha avuto: “C’è maggiore sensibilità nei genitori, se prima ci mandavano i bambini con la febbre o pieni di raffreddore, oggi ai primi sintomi li tengono a casa“. “In questa scuola non è stato segnalato alcun caso di influenza A” riferisce la maestra Piscozzo, smentita poco dopo da una vispa ranocchietta di 6 anni.
L’influenza vi fa paura? “No no, io l’ho fatta, sono stata a casa da domenica alla domenica dopo. E l’ha fatta anche lui” dice indicando un maschietto, meno orgoglioso della sua malattia.

Reticenza dei docenti? No, il mistero lo svela Roberto Bellini, preside della scuola di via Giusti, nella Chinatown milanese. “Anche da noi, ufficialmente, non c’è stato alcun caso di H1N1. Se ci fosse stato, non l’avremmo saputo, perché, da quando la regione ha abolito il certificato medico di riammissione necessario dopo cinque giorni di assenza, i bambini tornano in classe con una dichiarazione dei genitori in cui si afferma che il piccolo era malato e ora è guarito. E non c’è neanche più il medico scolastico, quindi ci dobbiamo fidare”.

La scuola di via Giusti ha una popolazione particolare, che rispecchia quella del quartiere. Un terzo degli alunni è straniero, quasi tutti cinesi. “Di fronte all’influenza hanno reagito tutti allo stesso modo” dice il preside “anche quando abbiamo registrato punte del 20 per cento di assenze. Ma non è detto che tutti gli assenti avessero l’influenza A”. Già, visto che non solo in Lombardia il certificato non serve per tornare a scuola, c’è da chiedersi come facciano a elaborare le statistiche sull’H1N1, almeno per quanto riguarda gli scolari.

A Roma invece il certificato è ancora obbligatorio. “Nel passato si chiudeva un occhio se i ragazzi non lo portavano dopo 5 giorni di assenza, oggi non si entra a scuola senza il lasciapassare firmato dal medico” dice la vicepreside della Esopo, la più affollata scuola media del quartiere Trieste. L’influenza è arrivata il 20 ottobre: “Nella mia seconda, 10 presenti su 28 studenti. E nella scuola, su 570 ragazzi, 120 a casa con l’influenza, quattro con la H1N1. Fatto il tampone, i genitori ci hanno avvertito. Abbiamo chiesto alla asl se dovevamo fare disinfestazioni, ma nessuno ci ha risposto”.

Rigidità è la parola d’ordine, conferma Antonella Agati, insegnante di lettere nella media Maiorana al Nuovo Salario, periferia di Roma. “Abbiamo avuto pochi assenti, con qualche caso di A, ma nessuno si è fatto prendere dal panico. I ragazzi ci scherzano anche, dagli all’untore se un compagno tossisce o starnutisce. Le gite sono confermate, a dicembre tutti a teatro. Puntiamo sulla prevenzione, diciamo agli alunni di non fare gli eroi e di rimanere a casa se stanno male. Certo, loro ci prendono alla lettera. Il problema sono i genitori che a volte li rimandano a scuola troppo presto, perché devono lavorare e non sanno dove lasciarli”. E la scuola non può opporsi? “No se c’è un certificato. Ci sarebbe da ridire sui medici: spesso neanche vedono il paziente, parlano al telefono con i genitori e si fidano di quello che viene loro detto”.

In alcuni casi il buon rapporto genitori scuola facilita la gestione dell’emergenza. Alla scuola Corridoni di Milano, il preside Angelo Silvo è stato avvisato da alcune madri che uno dei suoi allievi era a casa con l’H1N1. “Ho contattato la famiglia dell’assente che ha confermato” spiega il preside, fiero della sua scuola appena restaurata dove i piccoli godono anche del privilegio dell’acqua calda, citando l’episodio come esempio di “sinergia e controllo sociale”. “Siamo ricorsi al gioco per convincere i più piccoli a seguire le regole: se in quarta diciamo ‘contate sino a 20′ quando vi lavate le mani, a quelli di prima diciamo ‘fate tanta schiuma‘” spiega Marina Tandoi, collaboratrice del preside e docente in una delle classi più colpite a fine ottobre dalle assenze, presenti solo 6 su 24.

Per i più piccoli, questa sarà per sempre “l’influenza delle bolle”, come l’hanno ribattezzata alla scuola Stoppani di Milano. “Di sicuro avremo bambini con le mani più pulite” conferma Manuela Rossi della scuola di Villasanta, un paese immerso nel parco di Monza, dove a fine ottobre sono rimasti a casa 70 bambini su 300. “Giocare con la schiuma è piacevolissimo, anche se può essere pericoloso perché i bagni diventano un lago scivoloso. Ma quello che non riusciamo a evitare è il contatto fisico: si lavano le mani per 20 secondi e poi si abbracciano”.

In classe per imparare la prevenzione contro il Virus A

In classe per imparare la prevenzione contro il Virus A

A Milano come a Roma, in ogni classe c’è un armadio pieno di rotoloni di asciugatutto e sapone liquido: sono le famiglie a portarli, i fondi della scuola bastano a malapena a comprare la carta igienica. Succedeva prima dell’influenza A, ora la collaborazione dei genitori è aumentata. Anche nelle materne, dove molte mamme hanno tenuto i figli a casa nei momenti più duri. Anna Maria Bellitto, maestra alla materna Mengotti a Vigna Clara, Roma nord, racconta: “La prima settimana di novembre, su 86 bambini, erano presenti solo in 40. Le madri dei piccolissimi hanno prolungato le assenze per stare tranquille. Altre hanno deciso di tenerli a casa. Erano i giorni in cui anche in tv non si parlava d’altro, e non hanno voluto rischiare. Noi seguiamo alla lettera le istruzioni del ministero: ogni ora portiamo i bambini a lavare le mani, ogni giorno puliamo con l’alcol i giochi. In tutte le aule c’è una pattumiera per i fazzolettini. Abbiamo raccontato la favola dei batteri che, se non vengono buttati lavandosi le mani, poi ci assalgono e fanno male. E i bambini ci seguono, per nulla spaventati”. Un po’ meno le mamme. All’uscita della Mengotti i genitori non parlano che di suina. Spiega Costanza Bisceglia: “Ho tenuto mia figlia a casa tre settimane durante il periodo in cui sembrava che la A mietesse vittime ogni giorno. Alla materna si va per giocare e allora la faccio giocare a casa e sto più tranquilla”.

Suor Vittoria, preside dell’istituto Falconieri ai Parioli, fronteggia con molto pragmatismo l’emergenza nella sua scuola che va dalla materna al liceo. “Abbiamo avuto alle elementari due casi, segnalati alla asl. Per precauzione ho fatto restare a casa anche i fratelli liceali dei bambini ammalati”. E i ragazzi rispettano le regole di prevenzione? “Non è facile farle seguire, ogni tanto mi prendo certe arrabbiature… Dopo tanta propaganda, per esempio, vedo due alunni delle medie che bevono dalla stessa bottiglietta. Lancio un urlo, che fate? E loro: ‘Beviamo dalla stessa bottiglia perché l’abbiamo pagata a metà’”.

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