
Tre ragazzini afgani che vivono nella "buca", all'Ostiense di Roma
La Stazione Ostiense sembra una cattedrale in mezzo ad un esteso deserto. Sarà anche per questo che il quartiere è conosciuto come la Piramide.
La mattina c’è qualche passante che si trascina sui marciapiedi, con poca voglia di iniziare la giornata.
Bizzarro: ad attirare l’attenzione, sono le scritte colorate di un centro commerciale. Dall’esterno sembra abbandonato, ma all’interno due commessi puliscono il pavimento, circondati dagli addobbi natalizi. “Questo centro è penalizzato” dice la donna. “Perché i giornalisti vengono da queste parti a fare domande? Cosa c’è da dire ancora? Bisogna intervenire, e nessuno lo fa!”.
Il suo collega la interrompe e immaginado il perché della nostra visita, indica subito una buca: la tristemente famosa buca (ne hanno parlato Rai3 e l’Agenzia Redattore Sociale) dove, fino a poche settimane fa, vivevano in condizioni precarie oltre un centinaio di profughi afgani. I topi e il freddo facevano loro compagnia di notte, quando cercavano di ripararsi con i cartoni o con qualche coperta trovata sui vagoni. A svegliarli, ogni mattina, erano i rumori: quello dei treni e quello assordante degli escavatori, impegnati nella costruzione di due grandi condomini ad uso residenziale.
“Sono ancora qui, non sono andati via” afferma con certezza. “Entrano nel nostro centro commerciale, fanno i loro bisogni, bevono birra e poi si ritirano a dormire dentro quei cartoni che trovate qui fuori”. Al di là dell’entrata si vedono infatti materassi, resti di un fuoco, scarpe da ginnastica e qualche coperta di lana. “Sotto i tombini mettono le loro cose” spiegano i commessi. “Di giorno vagano per le strade. Non sono cattivi ma qui, dopo le 17, la gente ha paura di uscire di casa“.
Effettivamente, la strada che porta alla buca non è illuminata. “Basterebbe mettere qualche lampione” dice il commesso. Nei giorni scorsi c’è stata una piccola lite: due ragazzi afgani se la sono presa con un passante che stava mandando un sms con il suo cellulare. Temendo di essere fotografati, i ragazzi hanno cercato di portargli via il telefono. L’uomo, impaurito, si è rifugiato all’interno del centro commerciale. “Abbiamo chiamato la polizia e loro sono fuggiti” racconta la commessa. “Lo ripeto ancora, non sono cattive persone, ma se continuano a vivere in queste condizioni, cosa potranno fare, se non andare a rubare?“
La domanda, facile, è: “Il Comune di Roma sta intervenendo?” la commessa non esita un secondo: “Lo farà solo quando accadrà qualcosa di brutto“.
Sembra che il centro commerciale abbia perso clienti da quando sono arrivati i profughi. La gente non ha più voglia di fare gli acquisti, uscire e trovare il degrado. Semplicemenete, ha paura. “Vede, in quel grande cantiere laggiù verranno costruiti molti appartamenti” spiega la commessa, indicando la strada che porta alla buca. “L’ufficio che si occupa delle vendite si trova proprio là in mezzo. E chi se la compra una casa lì?”
La strada diretta al cantiere è soleggiata. Ma immaginandola al buio, di notte, mette i brividi. Vicino all’entrata c’è un operaio, che dice di chiamarsi Nino. Lavora qui da tempo e può testimoniare l’evoluzione della triste vicenda che ha coinvolto questo disperato gruppo di profughi: “È venuta la Croce Rossa a prenderli (per trasferirli al Centro di accoglienza CARA di Castel Nuovo di Porto, ndr). Sono saliti a decine su una corriera e sono partiti” racconta. “Ma non sono andati via tutti, ce ne sono ancora una ventina. E poi, da allora ci sono stati nuovi arrivi”. Lui li vede passeggiare continuamente, dal cantiere alla stazione. Dove vadano, non si sa. Nino li ha anche conosciuti. “Sono cordiali, ma pochissimi parlarono italiano” dice. Intorno al cantiere avevano costruito delle baracche di cartone, per proteggersi dal freddo. Poi quando il bus della Croce Rossa è partito, le baracche sono state buttate a terra.
Ecco tre, di quei ragazzi. Uno si lava vicino ad uno scarico dell’acqua, gli altri due parlano, seduti sul bordo del marciapiede, di fronte ad uno specchio. Si chiamano Hallaq, Mohammad e Abdallah. Il primo, quello che si specchia, viene da Khost. Ha il viso arrossato e non smette di fissare il suo volto riflesso, come se in quello specchio fossero imprigionati i ricordi di una vita, quella che ha trascorso in Afghanistan. Nel suo paese faceva il barbiere e chissà quante volte avrà tenuto fra le mani uno specchio. Dice di avere 17 anni e di trovarsi a Roma di passaggio (è risaputo che, per molti afgani, Roma rappresenti solo un luogo di transito: le destinazioni più ambite sono Germania, Francia o Inghilterra).
A raccontare la sua storia è il suo giovane amico Mahammad, che parla un po’ di italiano e un po’ d’inglese. “Andremo tutti a Londra“, dice sorridendo. “La mia famiglia è già lì. Guadagnano molti pound e si trovano bene”. I due ragazzi hanno già provato ad oltrepassare la frontiera.
Sono stati fermati in Svizzera e rispediti immediatamente indietro. “Siamo arrivati a Roma cinque giorni fa con un ship!” dicono, con un fare un po’ misterioso. “Prima di arrivare in Italia, siamo passati dalla Turchia e dalla Grecia” spiegano.
Abdallah ha finito di lavarsi e si unisce agli amici. Parla molto bene inglese. Lui ha una storia diversa da raccontare: “Sono andato a Cipro in aereo, con un visto di studio. Sono stato lì tre anni. Stavo così bene che sinceramente non so proprio cosa sia venuto a fare io qui…“. Abdallah vuole raggiungere suo fratello a Londra. Per farlo è passato dalla Grecia, prima di arrivare in Italia. Della Grecia, però, preferisce non parlarne.
Come facciano a sopravvivere in questa buca, è la prima domanda che chiunque si farebbe. “Mio fratello mi manda ogni tanto da Londra 200 sterline. Me le faccio bastare e cerco di aiutare i miei nuovi amici” dice Abdallah. Prima dell’arrivo della corriera della Croce Rossa, lui, e i suoi connazionali, dormivamo intorno alla buca. “Avevamo costruito dei piccoli rifugi con le tende e i cartoni. Ma poi le ruspe hanno buttato giù le nostre case, e ora viviamo così” dice rassegnato.
D’altronde lui viene dall’Afghanistan: sarà una magra consolazione, ma sa bene che nella sua terra c’è ben peggio di questa buca. “I talebani sono dei mostri, ma anche gli americani non sono da meno. Li ho visti con i miei occhi: sparano ai bambini, anche quando il pericolo è finito e i talebani sono andati via. I francesi sono come loro”.
E gli italiani? “No, loro no. Loro sono bravi” dice senza esitare. Nel suo paese i bombardamenti sono all’ordine del giorno e la vita può finire da un momento all’altro. Qui, anche se dentro una buca, la vita va avanti…
(Fine prima puntata)
- Venerdì 4 Dicembre 2009












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Il 11 Dicembre 2009 alle 17:22 Tra la via Flaminia e l’A1: nel Centro per rifugiati dove vivono gli afgani della “buca” di Roma - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] dove sono finiti gli afgani della “buca” di Roma, o almeno gran parte di loro. Non dormono più alla Stazione Ostiense insieme ai topi, ma in una [...]
Il 23 Dicembre 2009 alle 16:50 Gli afgani di Roma, l’assessore Belviso: sì all’accoglienza, stop all’assistenzialismo - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] chi ha seguito da vicino le vicende dei profughi afgani nella capitale (quelli nella “buca” della Stazione Ostiense e quella che ha coinvolto anche i minori, trovati a dormire sui vagoni del treno c’è anche [...]
Il 23 Dicembre 2009 alle 17:05 Circolo Luce Del Sud » Gli afgani di Roma,l’assessore Belviso:sì all’accoglienza,stop all’assistenzialismo ha scritto:
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