“Sai che bello svegliarsi con il canto del muezzin!” scrive Bobo su un blog. “No alla moscheizzazione territoriale” gli risponde un altro. Corrono sulla rete i commenti al referendum che domenica 29 novembre ha sancito il divieto “costituzionale” di costruire nuovi minareti in Svizzera.
La scelta è stata condannata con forza nelle sedi ufficiali, dall’Unione Europea all’Onu, dai giornali agli intellettuali di tutto il mondo. Ma, a giudicare dai risultati del sondaggio (sotto i grafici) che Panorama ha commissionato alla Euromedia Research, ancora una volta la “pancia” degli italiani ragiona in modo diverso dal cervello delle élite culturali, che peraltro avevano pronosticato un fallimento del referendum svizzero.
Il 60,3 per cento degli intervistati, scelti tutti nelle otto regioni settentrionali perché sono quelle che ospitano la maggior parte dei luoghi di culto islamici (462 su 749), è contrario “alla presenza di minareti in Italia”. Il dato sale al 70,5 per cento quando si chiede un parere sull’edificazione di un minareto “nella città in cui vive”. Il 67,8 per cento degli intervistati voterebbe contro i minareti se un referendum fosse indetto in Italia , e solo un 15,3 per cento non andrebbe a votare, a conferma del fatto che il problema è sentito. I no calano un poco quando si parla di moschee: il 58,4 sarebbe contrario a edificarne “anche senza minareto”, il 60,3 per cento ritiene che siano luoghi di culto dove si fa anche attività politica, il 12,8 per cento le ritiene addirittura frequentate da “possibili terroristi”.
Marcello Pera, l’ex rettore della Normale ed ex presidente del Senato che ha fatto della fede un’identità anche ideologica, sostiene che il voto svizzero “si è espresso contro i politici europei che non vogliono nemmeno sentire parlare della questione musulmana“. Una conferma, insomma, che la politica è lontana dal sentire comune.
E d’accordo con la scelta degli svizzeri si dice Daniela Santanchè, protagonista di feroci polemiche contro l’Islam, a partire dal suo no al burqa. “Sono certa” sostiene “che se si facesse un referendum da noi il risultato sarebbe lo stesso. È una decisione da rispettare, perché in democrazia il potere spetta al popolo, e il referendum è lo strumento migliore per esprimere la sua volontà”. Santanchè trova “giusto che gli svizzeri abbiano difeso la loro cultura, anche urbanistica: l’appartenenza non può essere messa in discussione e gli svizzeri tutelano la loro identità culturale”.
Posizioni condivise nel centrodestra: il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano dice che gli riesce difficile “immaginare un minareto sullo sfondo del prato svizzero in cui corre Heidi”, la bambina protagonista del cartone animato. Ma c’è anche chi, in Svizzera, ha votato contro il referendum da posizioni oltranziste, addirittura per “protestare contro i cristiani che da noi non sono attivi e si meritano tutto questo”.
Parla così il colonnello Elmar Theodor Mäder, per sei anni comandante della Guardia svizzera pontificia e tornato in patria nel dicembre 2008, a fine incarico. Spiega a Panorama: “Io non mi rallegro se vedo più minareti, però una cultura e una religione non si fermano con le leggi, ma con l’attivismo cristiano. In Svizzera tutti dicono: ‘Non vogliamo altri musulmani’, ma nessuno coltiva la sua fede”.
Con il voto, secondo Mäder, “la Svizzera ha voluto dare un segnale alle autorità che non fanno abbastanza per l’integrazione dei musulmani. Ma anche loro fanno troppo poco per integrarsi. Se vogliono vivere da noi, devono adeguarsi ovviamente senza perdere la loro identità religiosa. Noi vogliamo rispettarli: ma alcuni di loro non vogliono integrarsi”.
Sul fronte islamico, naturalmente, prevale la preoccupazione di nuove crociate. Dice Mahmud Asfa, l’imam della moschea di via Padova a Milano che ha appena ricevuto dal Comune l’Ambrogino d’oro, riconoscimento per i migliori cittadini: “Il referendum è negativo per la comunità musulmana elvetica, per tutti i musulmani, ma soprattutto per la Svizzera: è un paese democratico che vieta i minimi diritti di culto a una comunità che lavora e partecipa allo sviluppo della società”.
L’imam è un moderato. La mattina del 12 ottobre scorso aveva subito “condannato con forza” il fallito attentato kamikaze contro la caserma Santa Barbara di Milano. Ma oggi è davvero preoccupato: “Chi ha votato sì al referendum” dice “non sa cosa sia una moschea: e infatti nelle regioni dove già esistono i minareti la gente ha votato contro”.
La moschea, predica Asfa, “è un luogo di culto, d’insegnamento e di educazione ad amare il prossimo. Non ho mai sentito che nelle moschee in Europa venissero formati degli estremisti”.
L’imam non l’avrà sentito, ma per i servizi di sicurezza di tutto il mondo molte moschee sono purtroppo punto di riferimento e di formazione anche per gli estremisti islamici. Il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, da ministro dell’Interno aveva detto che “non sono pericolosi i minareti, ma i seminterrati o i garage che nascondono segreti luoghi di preghiera”.
Con la saggezza di chi è abituato a smorzare le polemiche, Mahmud Asfa afferma che “il minareto non è importante da un punto di vista religioso, anche se architettonicamente è diventato il simbolo del luogo di culto musulmano. Però esistono molte moschee nel mondo arabo prive di minareto. Di recente il Comune di Milano ci ha dato il permesso di costruire alcune piccole moschee: se riterranno che è meglio, le faremo senza minareto”.
Ma se domani si svolgesse un referendum in Italia? “E perché mai?” domanda l’imam. “In Italia oggi esistono appena due moschee col minareto, una a Roma e l’altra a Segrate, alle porte di Milano. Poi ci sono alcune centinaia di luoghi di culto: noi chiediamo che questi ultimi siano degni, mentre il minareto non è certo una discriminante, è solo un simbolo architettonico”.
In realtà ci sarebbe anche il minareto della moschea di Catania, donata dalla Libia alla Sicilia nel 1980: entra nelle statistiche, anche se da tempo la moschea è inattiva. La stessa moschea di Colle Val d’Elsa (Siena), che oggi è in via di ultimazione dopo le contestazioni contro il sindaco del Pd, Paolo Brogioni, dovrebbe avere un minareto: “Se ci sarà” dicono in comune “sarà di vetro per non turbare il panorama e per evitare polemiche”.
Non bada alla diplomazia invece Youssef Nada, l’uomo d’affari di 78 anni che fa parte del sodalizio dei Fratelli musulmani, residente a Campione d’Italia e accusato nel 2001 dalla procura di Milano di essere “il banchiere di Osama Bin Laden” e poi prosciolto dalle accuse. “Voi europei” attacca “non avete capito niente e questo referendum dimostra la vostra ignoranza sulla religione islamica. Il minareto non significa nulla per noi, tanto è vero che il Corano non ne parla mai. Io, quando prego, non ho bisogno di un minareto, ma soltanto di una moschea”.
Per Nada, però, la questione minareti riguarda tutti gli uomini di fede: perché oggi lo scontro è tra cristiani e musulmani, ma domani potrebbe essere tra cattolici e protestanti o tra ortodossi e buddisti. “Non possiamo continuare così” scuote la testa. “Se non si difende la libertà di religione in tutti i paesi, questa guerra non finirà mai”.
C’è poi chi la butta decisamente in politica. Come Khalid Chaouki, il marocchino responsabile immigrazione dei giovani del Partito democratico e fondatore del sito www.minareti.it. “Il risultato del referendum svizzero” esclama “è un segnale pericoloso e allarmante, perché è il risultato di due anni di campagne in vari paesi europei, tra cui l’Italia, dove l’attacco al fondamentalismo islamico si è esteso alle comunità musulmane, sino a colpirne perfino i luoghi di culto”. Chaouki, però, è convinto che in Italia un referendum sul modello svizzero non avrebbe successo: “Qui abbiamo anticorpi, come la Chiesa cattolica e lo spirito cristiano, che offrono più garanzie di certe istituzioni e certi uomini dello Stato: questo è un paese multireligioso, dove c’è rispetto per le minoranze“.
E cosa pensa, allora, dell’idea della croce sulla bandiera, avanzata da alcuni leghisti? “È una provocazione” risponde Chaouki. “Sarebbe un guaio se un simbolo di unificazione fosse usato per assecondare istinti islamofobici e razzisti”.
Diverso il parere dell’europarlamentare Magdi Cristiano Allam che, oltre a essere contrario ai minareti, vede così di buon occhio la croce sulla bandiera italiana da averla messa anche nel logo del suo nuovo movimento Io amo l’Italia. “L’idea” spiega Allam “m’è venuta parlando con Giorgio Forattini dopo la sentenza della Corte europea che vuole togliere i crocifissi dalle nostre scuole. Io sento che l’Italia deve riscattare l’identità cristiana. Forattini si è appassionato e ha deciso di donarci il logo per il nostro movimento, con la croce sulla bandiera italiana. Questo dono è un miracolo, come lo è il fatto che la Lega, spesso in contrasto con la Chiesa, ora voglia la croce sul tricolore”.
La proposta è inaccettabile per Piergiorgio Odifreddi, matematico, agnostico, autore di libri di successo come Hai vinto, Galileo!, che se possibile vorrebbe più minareti e meno chiese. “A me non importa nulla della bandiera” sbotta “figuriamoci della croce. Essendo ateo mi è difficile trovare qualche differenza tra le religioni, se non dal punto di vista architettonico. Per questo, se fossi svizzero, avrei votato sì ai nuovi minareti e vorrei piuttosto che si fermasse la costruzione di nuove chiese cattoliche, perché ci sono pochi minareti e troppe chiese“.
Insomma, a sentire lui è quasi una questione di “par condicio”, mentre il risultato del referendum di Berna rientra nel solco di una tradizione xenofoba e razzista. A chi dice che l’islam ci sta invadendo, Odifreddi risponde “che la base culturale dell’Europa non è il Cristianesimo, bensì la democrazia e la scienza, avversate tutte e due proprio dal cristianesimo”.
Gli replica Roberto Cota, deputato leghista: “La Chiesa è una cosa. I valori cattolici fondano la nostra identità e noi abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di difenderli. Per questo io avrei votato no ai minareti”.
Diversa la posizione del nuovo direttore del quotidiano cattolico Avvenire, Marco Tarquinio. Per lui la querelle è “una riposta rabbiosa e superficiale a una questione seria”. È vero che la Svizzera ha un rapporto problematico tra stato e fedi, ma “è un peccato” aggiunge “che proprio dal cuore dell’Europa arrivi un segnale ambiguo, venato d’intolleranza e miope”. Non ci si è preoccupati, quindi, di quanto di pericoloso può essere predicato nelle moschee (se, quando e dove accade), ma del fatto che le moschee siano riconoscibili. “Fortunatamente” conclude Tarquinio “in Italia un referendum così non lo faremo mai“.
Se poi accadesse il contrario, il cattolicissimo Vittorio Messori voterebbe sì ai minareti. “E non vale l’obiezione che in Arabia Saudita non si possono costruire chiese” aggiunge. “Si vergognino loro, noi siamo diversi, per noi la libertà religiosa è una cosa seria” dice lo scrittore, per il quale “è una questione di realpolitik: non c’è niente di meglio per rinvigorire una religione che farla sentire perseguitata. Ecco perché la nostra ostilità è un grande piacere all’islam che verrà sconfitto da un panino al prosciutto, da un buon barbera e dalle minigonne”.
(ha collaborato Fabio Marchese Ragona)
- Giovedì 10 Dicembre 2009

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Commenti
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Il 15 Gennaio 2010 alle 13:46 Vulcano immigrati: le cifre di una situazione “in bianco e nero” - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] 1,2 milioni sono musulmani, 860 mila cattolici e 1,1 milioni cristiani ortodossi; 1.500 i sacerdoti stranieri. [...]
Il 2 Marzo 2010 alle 2:28 lucia rosi ha scritto:
Prima di tutto vorrei precisare che gli italiani non si sono mai opposti alla costruzione di luoghi di preghiera di religioni diverse dal Cattolicesimo,proprio perché la libertà di culto è un valore insito nella nostra cultura e società.Ma per l’islam la cosa è un po’ diversa e chi crede nella buona fede dei musulmani e degli imam o è uno sciocco o non conosce la storia o tanto meno non conosce “i dettami” del corano.A me preoccupano di più i musulmani praticanti(che chiamerei integralisti)piuttosto di quelli “all’acqua di rose” che,tra l’altro, non chiedono né moschee,né minareti! Le moschee,checché ne dica l’imam tizio o caio,sono luoghi dove si fa proselitismo, se non terrorismo,(c’è una documentata “letteratura” in proposito!) dove si parla una lingua non italiana e,quindi non comprensibile, dove le forze dell’ordine hanno difficoltà ad entrare liberamente per i controlli di routine.Inoltre,permetterete che gli italiani,ancora,se pur per poco ancora, padroni a casa loro(si fa per dire!!) possano decidere cosa volere o non volere sul proprio territori???Chi non è d’accordo può sempre “andarsene” nei paesi musulmani,dove,naturalmente non sarà coccolato come facciamo noi con loro e dove non sarà certo insignito “dell’ambrogino d’oro”!Mi meraviglio dei cattolici,che, non contenti di essere sempre meno numericamente,si consegnano mani e piedi ad una cultura violenta,senza principi morali e priva di amore!Ma vogliamo capirla una buona volta che noi, per i musulmani, siamo “cani infedeli” da convertire in tutti i modi all’islam?Altro che femminismo,altro che aborto,altro che carriera per le donne,ma perché ci vogliamo consegnare alla barbarie e all’inciviltà???Infine i quartieri delle nostre città presi d’assalto da certi stranieri ed in special modo dagli islamici sono diventati delle bidonville,vedi via Padova a Milano,un tempo strada gioiellino oggi immondezza a cielo aperto!Ma cosa deve diventare l’Italia prima che ci rendiamo conto del madornale errore che stiamo commettendo???
Il 18 Agosto 2010 alle 13:50 Minareto sì, minareto no. Se la polemica sulle moschee diventa un referendum - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] da élite. La pancia del paese, e soprattutto del Nord, ha le idee piuttosto chiare: secondo un recente sondaggio di Panorama, il 58,4 per cento degli italiani che vivono in otto regioni del Settentrione è [...]
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