Il giallo di Garlasco: 10 enigmi irrisolti per un delitto

Chiara Poggi, trovata uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, a 26 anni, in una foto inedita, ritratta dal suo fidanzato Alberto Stasi

Chiara Poggi, trovata uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, a 26 anni, in una foto inedita, ritratta dal suo fidanzato Alberto Stasi

Una porta a soffietto. Poi l’arma del delitto, che non è mai stata trovata. E perfino il movente. Sono questi i primi tre di dieci enigmi irrisolti, i dieci misteri del giallo di Garlasco: l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nel piccolo centro del Pavese il 13 agosto 2007, ad appena 26 anni.
Giovedì 17 dicembre sarà il giorno di San Lazzaro. Quel giorno il tribunale di Vigevano pronuncerà la sentenza: Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara che è anche l’unico imputato, sarà dichiarato innocente o colpevole.
In attesa del verdetto, ecco una ricostruzione delle tesi in campo sulle dieci questioni che due anni dopo l’omicidio sono ancora aperte. A partire proprio dalla porta a soffietto, quella che dà sulle strette scale che portano alla tavernetta di casa Poggi, l’ambiente dove è stato scoperto il cadavere della ragazza.

Quella porta era aperta o è stata chiusa dopo l’aggressione, quando l’assassino ha fatto cadere il corpo di Chiara prima di fuggire?
Dopo tante udienze trascorse a dibattere sul computer di Stasi e sui file che vi erano stati archiviati, o sulle sue scarpe pulite o sporche, è questa l’ultima, fondamentale domanda che il giudice Stefano Vitelli ha rivolto ai suoi periti. Anche questa risposta, da qui al 17 dicembre, servirà a stabilire se il fidanzato di Chiara ha mentito oppure no.

1 La porta a soffietto era aperta o chiusa?
Stasi racconta di essere entrato in casa Poggi, per cercare Chiara, la mattina di quel 13 agosto. E sostiene di avere trovato chiusa la porta a soffietto. Soltanto dopo averla aperta, e dopo avere sceso due gradini, dice di avere scorto il corpo della fidanzata in fondo alle scale. Per l’accusa e per la parte civile Stasi mente: non è mai entrato a cercare Chiara, ma prima l’ha uccisa e poi ha inscenato un ritrovamento che in realtà non è mai avvenuto. La difesa ricostruisce tutto all’opposto: Stasi è entrato davvero sulle scale e da lì ha potuto scorgere il corpo insanguinato. Del resto, i primi carabinieri intervenuti sul luogo del delitto testimoniano che al loro arrivo la luce delle scale era accesa e che la porta a soffietto era aperta. Così entrano in gioco le macchie di sangue versate intorno a quella porta. Se i periti, attraverso la temperatura e la traiettoria delle tracce ematiche, fossero riusciti a dimostrare che l’assassino ha chiuso la porta prima di fuggire, il racconto di Stasi sarebbe stato confermato in pieno: Alberto sarebbe dovuto entrare per aprirla, per farla trovare appunto aperta ai primi soccorritori.
Il consulente di parte civile, Antonio Barili, propone al contrario una lettura accusatoria: le macchie del corridoio e del vano scale, nelle foto disponibili, sono simili tra loro. Questo è il segno che l’umidità dei due ambienti al momento del primo sopralluogo non doveva differire: quindi, a suo dire, la porta a soffietto prima dell’arrivo di Stasi era aperta. Se fosse stata chiusa, l’ambiente si sarebbe saturato, l’umidità avrebbe raggiunto rapidamente il 100 per cento, così le macchie sui primi gradini sarebbero rimaste umide. Ma questa tesi è contrastata dalla difesa di Stasi: le foto delle macchie non sono state scattate subito dopo l’aggressione, quindi la valutazione è frutto di una supposizione e nulla più.
Così il dubbio resta irrisolto, esattamente come alcuni interrogativi di contorno: perché Stasi, se è colpevole, avrebbe dovuto “inguaiarsi” descrivendo come chiusa la porta al suo ingresso? E perché avrebbe dimenticato di dire di avere acceso la luce, in modo da giustificare la visibilità del corpo più in basso? E se non l’ha accesa lui, la luce, chi è stato?

2 I passi e le scarpe di stasi sul luogo del delitto
Un altro quesito di fondo riguarda i passi di Stasi: entrando in casa Poggi, l’imputato avrebbe dovuto per forza sporcarsi le scarpe di sangue? E perché, se è così, le suole non ne hanno trattenuta traccia? I tre periti del tribunale hanno risposto in tre modi diversi. Per il chimico Francesco Ciardelli le scarpe dell’imputato, intercettando il sangue secco, avrebbero potuto trattenerlo ma anche rilasciarlo. E anche per il medico legale Lorenzo Varetto il sangue calpestato, se secco, dopo pochi passi sarebbe potuto sparire dalle suole. Secondo Nello Balossino, esperto di elaborazioni d’immagini, è impossibile che Stasi non abbia intercettato sangue, se si considerano tutte le macchie presenti nel corridoio; le possibilità aumentano ancora se si tolgono le tracce più piccole e secche, non in grado di macchiare la suola.

3 Le macchie di sangue: erano fresche o secche?
Legato al tema delle impronte c’è un altro nodo da sciogliere: le macchie del sangue di Chiara erano secche o ancora liquide, nel momento in cui si presume che Stasi abbia scoperto la fidanzata, come dice? Secondo il medico legale Varetto, all’ingresso dei soccorsi le tracce più piccole erano già secche, quindi all’arrivo di Stasi dovevano essere “almeno parzialmente secche”. Pertanto le sue scarpe avrebbero potuto anche non sporcarsi: questa tesi è stata accolta dalla difesa, ma viene respinta dall’accusa che interpreta in modo opposto le foto scattate durante il primo sopralluogo. Le macchie erano ancora liquide all’arrivo dei soccorsi, quindi in grado di lasciare tracce e di indicare un decesso più vicino al ritrovamento del corpo.

4 Qual è l’arma impiegata? Un martello o cos’altro?
Si è sempre pensato a un martello, ma l’accusa ultimamente ipotizza possa essere stato anche un paio di forbici, impugnato al contrario, a uccidere Chiara. La parte civile non esclude che la vittima sia stata colpita con il portavasi trovato nel salotto. Il perito del giudice propende per un martello, ma differente da quello con punta biforcuta, da carpentiere, sparito dal garage dei Poggi. “Io francamente non sono riuscito a capire che oggetto potesse essere” ha dichiarato in aula il perito. “Avevo pensato a un martello da muratore, diverso da quello da carpentiere, con una massa battente da una parte e uno scalpello dall’altra”. In nessuno di questi casi il tipo di arma può dire qualcosa sull’assassino.

5 Il dna sulla bici di Stasi è del sangue di Chiara?
Il dna di Chiara trovato sui pedali della bici di Stasi, per l’accusa e per la parte civile, è probabilmente sangue e ha a che fare con il delitto. Per la difesa di Stasi invece non si può dimostrare che il profilo genetico derivi da sangue e non da saliva, da sudore o da altro. Secondo il perito del giudice quel dna, morfologicamente, non ha molto a che fare con i globuli rossi, come invece sostenuto dall’accusa: “Si segnala viceversa, sia per dimensioni che per morfologia, una somiglianza di queste strutture con dei funghi” ha detto Carlo Robino. Un’altra traccia di dna di Chiara è stata trovata sul dispenser del portasapone, vicino alle impronte digitali del fidanzato. Per l’accusa Stasi si è pulito in bagno dopo l’omicidio e così ha lasciato il dna della vittima. Per la difesa, invece, quelle tracce possono essere state lasciate in qualsiasi altro momento perché sia Chiara sia il fidanzato frequentavano abitualmente la casa.

L'ingresso di casa Poggi

6 Qual è l’ora della morte? E quanto è durato il delitto?
L’accusa all’inizio aveva posto l’omicidio tra le 11 e le 11.30; la difesa tra le 9 e le 10. La perizia medico-legale non ha risolto i dubbi perché, per Varetto, “l’ora del decesso non è determinabile”. Nel 95 per cento dei casi può essere avvenuto tra le 7.30 e le 12.30: una forbice troppo ampia, che non dà certezze.
Il dibattito si è allungato anche sulla durata dell’omicidio. Per la parte civile tutto è accaduto in meno di 10 minuti, presumibilmente nei 26 minuti tra le 9.10 e le 9.36 in cui Stasi non ha un alibi. Per il perito del giudice (e la versione è stata accolta dalla difesa) il delitto non è durato pochi minuti e la macchia di sangue alla base delle scale del soggiorno non ha impiegato poco tempo a formarsi, perché è frutto di ferite lievi.
Secondo il perito del giudice, Varetto, “le scale della cantina presentano imbrattamenti di sangue sui primi gradini e poi, a partire dal terzo o quarto gradino, una presenza di sangue così abbondante da occupare il gradino, colare sul gradino inferiore e poi su quello inferiore ancora”. La testa del cadavere non viene trovata alla base di questo rivolo ininterrotto, ma più avanti: e ciò pare mostrare un’interruzione nello scivolamento del corpo. Insomma, il delitto deve essersi protratto nel tempo: “Il corpo non è stato scaraventato giù in una determinata posizione” dice Varetto. “E chi l’ha fatto cadere non poteva sapere che sarebbe stato trovato più avanti, se lo scivolamento è stato spontaneo”.
Stasi però ha raccontato di avere visto il corpo in fondo alle scale, nella posizione finale. E se fosse l’omicida, per rendere una testimonianza tanto veritiera, avrebbe dovuto rimanere in casa ad aspettare che il cadavere occupasse l’ultima posizione: ma così i tempi della sua permanenza accanto a Chiara si dilaterebbero. Non starebbero più nei 9 minuti sostenuti dalla parte civile e condivisi dall’accusa.

7 L’alibi dell’imputato è nel suo computer?
Tra le 9.36 e le 12.20 Stasi ha un alibi di ferro. I periti informatici Roberto Porta e Daniele Occhetti hanno recuperato i file temporanei sfuggiti agli esperti del Ris: in quelle ore l’imputato ha salvato ripetutamente il file della tesi che stava scrivendo, quindi non può avere ucciso. La procura di Vigevano ha evitato di presentare una controconsulenza, mentre la parte civile ha obiettato che il pc di Stasi è portatile e poteva essere usato ovunque. La parte civile non esclude che possa avere manomesso l’orario del pc per precostituirsi l’alibi.

8 È davvero la pornografia il movente dell’omicidio?
“Stasi considerava il suo interesse per la pornografia come un aspetto della sua personalità che non doveva essere rivelato” ha sostenuto il pm Rosa Muscio. Per accusa e parte civile il movente del delitto può nascondersi nel rapporto di coppia, in una foto, un filmato, un segreto inconfessabile scoperto da Chiara nella vita o nel pc di Alberto. Però nessuno ne ha trovato traccia. I periti informatici escludono anzi la presenza di materiale pedopornografico sul computer del fidanzato (le immagini contestate sono state comunque cancellate mesi prima).
Le immagini pornografiche, invece, erano catalogate in una cartella non facile da trovare. Chiara, la sera prima di morire, è rimasta una decina di minuti da sola, in casa, col computer del fidanzato. Ne avrebbe impiegati più di quattro per trovare quelle immagini, quindi difficilmente ha aperto quella cartella. Per l’accusa e la parte civile invece avrebbe potuto trovarle più rapidamente e non si può escludere che la causa della lite sia in quel pc. Dagli scambi informatici avvenuti prima del delitto comunque emerge un rapporto fatto di complicità, affetto e disinibizione.
Un interrogativo riguarda un’email in cui Alberto, da Londra, scrive a Chiara che come richiesto le avrebbe comprato un dolce, una “lemon curd” destinata a un’amica di lei. Il fidanzato chiede scherzosamente se l’amica le abbia almeno offerto una cena. “No” è la risposta che Chiara scrive il 26 luglio, due settimane prima di morire. “Però mi porta tutti i giorni un dolcetto, cornetto, brioches”. Chi è questa persona? Portava la colazione a Chiara a casa o in ufficio? Può essere lei l’assassino? E può avere qualcosa a che fare con la bici nera da donna, notata davanti a casa di Chiara?

Stasi in tribunale

9 La bici nera parcheggiata ha un legame con il delitto?
Franca Bermani, una vicina di casa, ha sempre detto di avere visto una bici nera da donna (quella di Stasi è bordeaux, da uomo) parcheggiata la mattina dell’omicidio davanti al cancello dei Poggi, alle 9.10. Anche un’altra vicina, Manuela Travain, dice di avere visto una bici alle 9.23: però non ricorda se il giorno dell’omicidio o prima. In entrambi i casi è un ricordo che conferma la versione di Bermani e la presenza di un altro frequentatore della casa di Chiara, nel primo mattino. Di chi si tratta?

10 La telefonata al 118 da dove è partita?
Stasi non ha chiamato l’emergenza del 118 da casa Poggi, ma dal suo cellulare. Non ha avvisato subito che la sua fidanza era morta, invece ha usato altre parole: “Credo abbiano ucciso una persona”. Trentotto secondi esatti dopo avere iniziato la telefonata, che come sempre è stata registrata, si sente in sottofondo la voce di una carabiniere perché, a quel punto, Alberto è già arrivato in caserma (e lo dichiara lui stesso parlando con il pronto soccorso). Per l’accusa questo è indicativo della menzogna: Alberto non ha chiamato i soccorsi dopo essere uscito dalla casa della fidanzata perché non è mai andato a cercarla.
Secondo i periti informatici, invece, il cellulare di Stasi ha agganciato una cella di rete compatibile con quella di casa Poggi, segno che stava provenendo proprio da lì. Paolo Reale, perito di parte civile, sostiene invece che non c’è certezza sulla cella che avrebbe dovuto agganciare.
Ma Stasi avrebbe potuto rischiare di denunciare il delitto senza passare a controllare che nessun altro se ne fosse accorto prima? È l’ultimo mistero.

di Ilaria Cavo

Commenti

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Il 16 Dicembre 2009 alle 18:19 Zione ha scritto:

Che per questa dolce e sventurata Chiara, sia fatta giustizia; ricordandosi ed evitando l’anabasi di Cogne.

In questo processo, non notandosi reciproca avversione politica fra le parti, come purtroppo verificatosi in altre circostanze e dal supplemento di indagini fatte giustamente eseguire ad integrazione, dal Magistrato
inquirente, si può ragionevolmente ritenere che è stato onestamente e coraggiosamente espletato tutto il possibile, per acclarare questa dolorosa e complicata tragedia e pertanto la gente della strada, spera che non vi sia di nuovo un’allucinante conclusione (ancora temporanea ?) come quella di Cogne; dove quasi certamente il piccolo Samuele è morto per un’ aneurisma cerebrale,
così come affermato dal primo momento da specialisti del ramo e quindi auspica che in caso di condanna non si accampino come prove, blateramenti e supponenze, ventisette (o più ?) sopraluoghi del Ris, esperimenti dell’ F.B.I., cassetta con foto (fra le prime fatte) cancellate per registrarne altre (possibile per risparmio di un paio di Euro in un caso che è costato miliardi ?), farneticazione demenziali, calunnie ai difensori, perizie di cervelloni vari con astronomiche parcelle, mastodontici onorari e Faraoniche spese dissanguatrici del Popolo, e via dicendo; ma che ci siano prove concrete, tangibili e riscontrabili; in modo da non ripetere questa Barbarie.

Stralcio dalla Sentenza di conferma della condanna; che oltre a distinguersi per strafalcioni e corbellerie, Crocifigge una Mamma Sfortunata (e la sua Famiglia),
ottenendo solo di aumentare il Pateracchio con queste cervellotiche arzigogolazioni:

“… LA RICOSTRUZIONE DEL FATTO IN TERMINI DI CERTEZZA TALI DA ESCLUDERE LA PROSPETTABILITA’ DI OGNI ALTRA RAGIONEVOLE SOLUZIONE, MA NON ANCHE DI ESCLUDERE LA PIU’ ASTRATTA E REMOTA DELLE POSSIBILITA’ CHE, IN CONTRASTO CON OGNI E QUALSIVOGLIA VEROSIMIGLIANZA ED IN CONSEGUENZA DI UN IPOTETICO, INUSITATO COMBINARSI DI IMPREVISTI E IMPREVEDIBILI FATTORI, LA REALTA’ DELLE COSE SIA STATA DIVERSA DA QUELLA RICOSTRUITA IN BASE AGLI INDIZI DISPONIBILI …”

A questo punto e in attesa dell’Imminente (Profonda) Riforma di questa giustizia, è necessario ricordarci di Viviani in Totonn’e Quagliarell : “… quann è arrivat l’ora, s’add calà o sipario; pezzient o milionarij, s’add arricettà …”. (Boja fauss, l’è andait !!!).

Il 17 Dicembre 2009 alle 18:44 Zione ha scritto:

Garlasco, assolto Alberto Stasi — Decisione del gup di Vigevano.

Il gup di Vigevano, Stefano Vitelli, ha assolto Alberto Stasi nel processo per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto del 2007. Il processo è stato celebrato con rito abbreviato.

L’assoluzione è stata data “per non aver commesso il fatto”. Il pubblico ministero Rosa Muscio aveva chiesto la condanna di Stasi a 30 anni di reclusione.

La sentenza di assoluzione è stata emessa in base all’articolo 530, secondo comma del codice di procedura penale, il quale stabilisce che deve essere pronunciata sentenza di assoluzione “quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova” che l’imputato abbia commesso il fatto.

Chiara Poggi, 26 anni, fu uccisa nella sua villetta di via Pascoli a Garlasco, in provincia di Pavia. Era stato il fidanzato Alberto Stasi, allora 24enne laureando alla Bocconi, a dare l’allarme. Entrando dalla porta socchiusa, aveva detto di aver camminato sul pavimento sporco di sangue, per scopre il cadavere sulle scale che portano in taverna.

Contro di lui secondo il pubblico ministero di Vigevano, c’era un quadro indiziario “grave e preciso” che in effetti aveva portato all’arresto il 24 settembre, a più di un mese dal delitto. Il giudice per le indagini preliminari, Giulia Pravon, però, non aveva convalidato il fermo scarcerando il giovane dopo quattro giorni.

Il 17 Dicembre 2009 alle 21:04 Zione ha scritto:

Chiaro ed esauriente articolo su Garlasco; che di riflesso fa anche luce sull’Anabasi di Cogne, sul delitto di Perugia e casi simili.

Non sempre si ha questa lucidità di analisi e questo coraggio di esposizione; speriamo che qualche scribacchino lo legga e ne tragga un utile e morale insegnamento.

Ma a questo processo non si doveva nemmeno arrivare. (Luca Fazzo su il Giornale).

Diciamoci la verità: se a Vigevano fosse stato applicato davvero il codice di procedura penale, sarebbe stata la Procura della Repubblica a chiedere l’archiviazione dell’indagine a carico di Alberto Stasi.

Perché in questo paese - almeno in teoria - quando il pubblico ministero si rende conto che non ci sono le prove sufficienti a processare un indagato, ha egli stesso il Dovere di chiedere che l’inchiesta a suo carico sia archiviata.

Certo, ci sarebbe voluta una bella dose di umiltà, dopo il pirotecnico arresto dell’indagato ad un mese dall’uccisione di Chiara Poggi. Quella svolta fasulla (tanto fasulla che la presunta prova che incastrava Alberto, le tracce di sangue sui pedali della sua bici, è progressivamente svanita anche dagli argomenti dell’accusa) venne venduta ai media come la fine del film, la soluzione del giallo, la «pistola fumante» che incastrava il perfido assassino dagli occhi troppo chiari.

I media abboccarono quasi in blocco. Dal giorno dei funerali, d’altronde, i carabinieri di Vigevano non facevano altro che soffiare all’orecchio dei cronisti indizi veri o fasulli che portavano tutti in direzione di Alberto. Un’opinione pubblica scandalizzata e un po’ morbosa si trovò con il suo mostro confezionato e servito in diretta.

Da quel momento in avanti, la Procura della Repubblica di Vigevano è rimasta sempre più prigioniera del mito che essa stessa aveva creato, e vi si è avviluppata sempre di più, seguita - anche se con qualche incertezza, qualche distinguo - dai media.

Ancora oggi, tra gli articoli che preannunciano la sentenza, si legge che Stasi è incastrato dalle sue impronte sul portasapone di casa Poggi, come se non fosse del tutto normale che un ragazzo presenza fissa della villetta del delitto, e che vi aveva trascorso quasi tutto il pomeriggio precedente, si lavasse almeno una volta le mani.

Eppure un sussulto di correttezza avrebbe dovuto portare la Procura a fare abiura della sua ostinazione, riconoscere di avere imboccato con troppa determinazione una sola pista, tralasciando qualunque altra ipotesi investigativa, e di avere disseminato in questa ostinazione una impressionante serie di errori.

Così si è arrivati allo spettacolo surreale delle ultime settimane: man mano che i periti nominati dal gip demolivano una dopo l’altra le certezze dell’accusa, la Procura spostava in avanti e indietro l’ora del delitto a suo piacimento, nella ricerca disperata di una finestra temporale per incastrare il suo colpevole obbligato. Non è stato un bello spettacolo.

La sentenza del giudice preliminare Vitelli fa giustizia di questa inspiegabile e ingiustificabile ostinazione. Nessuno può dire con certezza se Stasi è colpevole o innocente, ma la sentenza ratifica quello che ormai era sotto gli occhi di tutti, e cioè che contro di lui non c’era lo straccio di una prova. Ha avuto la fortuna di trovare dei bravi avvocati e un bravo giudice.

Una Fortuna che, purtroppo, non è riservata a tutti.

Il 18 Dicembre 2009 alle 17:39 Delitto Garlasco in otto foto - Italia - Panorama.it ha scritto:

[...] Il giallo di Garlasco: 10 enigmi irrisolti per un delitto .gallery { margin: auto; } .gallery-item { float: left; margin-top: 10px; text-align: center; [...]

Il 18 Dicembre 2009 alle 20:54 fercas ha scritto:

Secondo me il GUP ha avuto paura di emettere una sentenza di condanna e lo dimostra il fatto che ha disposto perizie su perizie perchè voleva essere strasicuro della colpevolezza dello Stasi; il fatto è che queste perizie abbiano detto di tutto e il contrario di tutto, tant’è che accusa e parte civile hanno prospettato l’avvenuto omicidio in orari diversi e questo ha permesso al giudice di fare Ponzio Pilato: Ci pensi il giudice d’appello a pronunciare la sentenza di condanna; e ualà il gioco è fatto! Cordialità.

Il 18 Dicembre 2009 alle 23:47 Zione ha scritto:

Hanno cambiato l’orario quando è stato dimostrato che le indagini non reggevano, perché non erano state fatte a regola d’arte; per cui si è cercato di arrampicarsi sugli specchi; che come si sà non è possibile; quindi bisogna sperare che si riesca a far luce sulla bicicletta notata anche da altre persone, ferma davanti al cancello e che non si è riuscito a sapere di chi fosse.

Purtroppo se non si pone fine all’andazzo incancrenito di incriminare il primo sospetto che capita fra le mani e poi cercare di trovare le prove, staremo sempre nella melma tribunalizia e continueremo ad avere Famiglie distrutte e antagoniste e nessuna Giustizia per le povere vittime.

In questo spinoso caso, indipendentemente dal seguito che ci sarà, almeno il Magistrato si è dimostrato un vero Giudice ed è riuscito ad applicare la Legge secondo coscienza; per cui lo si sarebbe dovuto apprezzare lo stesso comunque, anche in caso di condanna, perché si è comportato da Galantuomo che non guarda in faccia a nessuno; pertanto spero che il nefasto Giudiciume non gli rompa i molluschi.

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