Odissea, parte seconda: in treno, ostaggio della neve, provando a tornare a casa

La stazione di Rogoredo, Milano ANSA/MILO SCIAKY/DRN

La stazione di Rogoredo, Milano ANSA/MILO SCIAKY/DRN

Tornando a casa: è stato un film del 1978 (con Jane Fonda), è una trasmissione radiofonica su Radio Rai1 (ideata e condotta da Enrica Bonacorti) ed è stata per due giorni e mezzo la mia missione. Compiuta, alla fine. Sono a casa mia, l’antivigilia di Natale. E mi sembra un miracolo. 51 ore dopo la mia prevista partenza da Barcellona, a 7 ore dal mio atterraggio a Malpensa ho varcato l’ingresso della mia abitazione, a Genova.

Il volo Easyjet  EZY9766 alla fine è riuscito a decollare dall’aeroporto del Prat dopo un’attesa di 24 ore (anzi 48, contando quello cancellato domenica sera): dopo una sommossa popolare tra i passeggeri che ha portato al “sequestro” di un dipendente dell’Easyjet (capro espiatorio che ha dovuto scusarsi per i continui ritardi nelle informazioni), alle 15.45 circa l’aereo si è materializzato sulla pista di decollo. L’equipaggio era lo stesso del giorno prima. Alle 17 circa, dopo un fragoroso applauso (questa volta più che giustificato), il velivolo ha toccato terra in una Malpensa completamente imbiancata.

Fine della traversata per i passeggeri diretti a Varese o Gallarate: l’avventura affratella, si sa. E tra noi ci si saluta calorosamente, augurandoci un sentito Buon Natale e un sincero augurio a non incontrarsi più (almeno non in queste condizioni, almeno non in un aeroporto).

Ma per alcuni, e io tra loro, questo è solo l’inizio della seconda parte di un’odissea: dall’aeroporto semideserto (la lista di voli in arrivo cancellati ci fa sentire dei privilegiati), via bus, verso la stazione Centrale di Milano. Il conducente dice che oggi non è riuscito a riempire neanche un pullman. Il traffico fila abbastanza liscio fino alle porte della città: oltre il casello autostradale, fino alla stazione, conto tre diversi incidenti e una quindicina di macchine ferme ai bordi delle strade. Si procede a passo d’uomo. Alla stazione Centrale arrivo dopo un’ora e mezza circa.

La vista davanti ai miei occhi è quella di un nuovo canto dell’Inferno: il girone dei viaggiatori. Nella stazione (bella ora che è completamente ristrutturata) le code alla biglietteria sono infinite. Il tabellone indica ritardi, in partenza e in arrivo, in alcuni casi superiori ai 180 minuti. Le parole “è stato cancellato” risuonano nell’aria a intervalli regolari come un ammonimento divino.
Mi sento fortunato: il mio treno per Genova è in ritardo di appena 45′, ma non posso fare il biglietto perché le biglietterie automatiche lo considerano già partito. Opto per il seguente, Intercity delle 20.10: costo 15 euro e 50.

Al binario, chiedo a un controllore di poter salire comunque sul treno in ritardo, fermo. La sua risposta, secca e gelata più dell’aria attorno, mi mette un senso di inquietudine addosso: “Ma che c… me ne frega a me, è già tanto se riusciamo a partire, figurati se ti controllo il biglietto, vai a farlo vedere a Moretti!”.

Sul treno, fermo, si sta in piedi: cinque carrozze su nove sono chiuse. Una famiglia in partenza per la Campania (non so cosa possa essergli accaduto) offre sorrisi, bevande e cibo: panini e mozzarella. Alle 20,30 i passeggeri del treno, fermo, vengono invitati a scendere e salire su quello del binario accanto, con la stessa destinazione. A quelle carrozze hanno agganciato un locomotore buono: si può partire. Sono le 20,40.

E davvero si parte e anche il freddo polare (il riscaldamento non va), a questo punto, sembra un problema minore. Ma arrivati a Pavia (dopo circa 50 minuti, conto i 30 in situazioni normali) la fermata si prolunga. Cinque, dieci, quindici minuti. Un’altra voce metallica annuncia: “Il treno è fermo per cause tecniche, chi vuole proseguire può aspettare al binario 1 l’interregionale per Ventimiglia“.

Secondo trasbordo di massa, valigie che si scontrano, risate isteriche, maledizioni all’intero corpo istituzionale (e celeste). L’interregionale arriva effettivamente dopo appena cinque minuti e sembra un sogno: semivuoto e riscaldato, alla faccia degli intercity plus. Ma ogni sua fermata è un interrogativo: riparte o non riparte? Sfogliando mentalmente questa margherita, mi addormento.
Ma il buon vecchio interregionale ce la fa. Stoicamente e lentamente (ci ha messo più di due ore, contro i 75 minuti ufficiali), arriva fino a Genova.  Mi risveglio giusto in tempo per scendere. Egoisticamente, ma senza darlo a vedere, esulto: io scendo, io sono a fine  corsa.

Sono le 00.05 del 23 dicembre, Buone Feste a chi è ancora in viaggio.

Commenti

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Il 31 Dicembre 2009 alle 15:03 indigesto ha scritto:

Pare che la soluzione a tuttoquesto si sia già trovata: aumentare le tariffe! Mi sembra il meno. Auguri a chi viaggia, e..buon Anno!

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