
Il neo capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini con la teodem Paola Binetti
I cattolici democratici sono vivi e lottano insieme a noi. Ma qualcuno ha cambiato look e si è trasformato in cattodipietrista. Giustizialismo, antiberlusconismo e una buona dose di populismo mediatico sono i caratteri con i quali si manifesta oggi la frangia più rumorosa del popolarismo erede di Giuseppe Dossetti. La sconfitta nella corsa alla segreteria del Pd sembra aver accelerato la deriva dipietrista di alcuni popolari, con Dario Franceschini e Rosy Bindi in testa.
La convenzione di Area democratica, corrente di Franceschini, a Cortona prima di Natale si è trasformata così negli stati generali dei cattodipietristi: un movimento trasversale che va dal Pd ai girotondi internettiani del No B day passando, naturalmente, per l’Italia dei valori.
Non a caso una fetta consistente dei popolari ha preso le distanze da Franceschini. Enrico Letta, Franco Marini, Giuseppe Fioroni, Luigi Bobba, Paola Binetti non saranno della partita. Ma il capogruppo del Pd tira dritto: l’alleanza con Antonio Di Pietro non si tocca, “nei calendari parlamentari di gennaio non ci sono le riforme per il Paese, ma i provvedimenti per Berlusconi”, perciò sarà muro contro muro. Franco Monaco, fedelissimo di Franceschini e sostenitore del No B day con Bindi, non usa giri di parole: “Sono scettico sulla fattibilità delle riforme istituzionali e sulla sincerità di chi le propone. A chi ci invita a recidere i rapporti con l’Idv rispondo che abbiamo già pagato a caro prezzo la sciagurata teoria veltroniana dell’autosufficienza. Perché dobbiamo fare un nuovo regalo alla destra?” dichiara a Panorama.
Monaco non è tenero neppure con Marini e Fioroni: “Pretendono di fare il sindacato degli ex democristiani nel Pd e si illudono di andare lontano “. Poi aggiunge: “Certo alcune uscite di Antonio Di Pietro e di Luigi De Magistris sono state sbagliate e inopportune, ma dobbiamo impegnarci a riportare queste forze dentro una cultura di governo. Un grande partito come il Pd non può avere lo snobismo intellettuale di rifiutare il contatto con l’opposizione sociale che è nel Paese, rappresentata anche dall’Idv e dal popolo del No B day, ma soprattutto da un grande insieme di forze sociali e sindacali”.
Tanto è bastato per infiammare il coordinamento prenatalizio del Pd con Franceschini, il presidente Rosy Bindi e Monaco da una parte, il segretario Pier Luigi Bersani, Nicola Latorre, Enrico Letta e Franco Marini dall’altra. E Massimo D’Alema e Walter Veltroni alla finestra. Il costituzionalista Stefano Ceccanti tratteggia così la nuova geografia dei popolari dentro il Pd, “gli uni contro gli altri armati”: “Il cattolicesimo democratico oggi appare diviso in due tronconi, quello di Enrico Letta, appiattito sull’Udc, e quello radicaleggiante di Bindi”.
Ma Ceccanti avverte: “Se Berlusconi nelle prossime settimane inonderà il Parlamento di leggi ad personam, la deriva radicale dei popolari si farà sempre più consistente, anche perché queste spinte non trovano spazio nell’attuale partito di Bersani, perciò cercano sponda su Di Pietro e sul movimento del No B day”. L’impressione di Ceccanti è confermata dagli osservatori esterni al Pd, come il segretario della fondazione Farefuturo, Adolfo Urso: “Naufragato il progetto di governo con Romano Prodi e perduto il congresso, la leadership dei popolari ha subito un’involuzione dipietrista. È una forma di reazione alla sconfitta subita. Storicamente i cattolici democratici hanno sempre puntato a rappresentare la maggioranza del Paese. Ridotti a minoranza, tendono a radicalizzare lo scontro e a estremizzare sempre di più le proprie posizioni, appiattendosi sull’Idv. Pretendono di essere gli unici legittimati a governare: da qui nasce il loro antiberlusconismo.
Ma non si accorgono che rischiano di fare la fine degli indipendenti di sinistra nel vecchio Pci: un fiore all’occhiello nel partito o, meglio, una foglia di fico”.
Urso accusa i popolari del Pd di aver tradito la loro storia: “Per la cultura cattolica democratica la svolta dipietrista rappresenta una tripla eresia: si fa ostruzionismo ostacolando la possibilità di governare e fare riforme; si diventa espressione di una minoranza nel Paese, mentre la vocazione popolare era di rappresentare la maggioranza; si dà spazio a una violenza verbale e a una degenerazione dello scontro politico che è il contrario della tradizione del dialogo e del rispetto dell’altro, anima del cattolicesimo democratico”. Tuttavia, i pompieri sono già al lavoro.
Pierluigi Castagnetti getta acqua sul fuoco delle polemiche che divampano tra i popolari: “Sono preoccupato dell’incapacità del Pd di uscire dalle difficoltà in cui si trova. Smettiamola di guardare all’indietro rinfacciandoci errori e contraddizioni del passato. Davanti a noi abbiamo le elezioni regionali. Basta perdere tempo a commentare di volta in volta le dichiarazioni di Berlusconi e Di Pietro. Il Pd deve tornare a dettare l’agenda politica, se vuole riconquistare i suoi elettori”.
Per l’ex segretario personale di Dossetti, “è giusto che le riforme istituzionali si facciano insieme, maggioranza e opposizione. Quando eravamo al governo abbiamo sbagliato ad approvare da soli la riforma del Titolo V della Costituzione. La malattia della nostra democrazia è la deriva leaderista e populista. Ora dobbiamo cambiare passo. E sarà l’Idv a decidere se vuole seguirci su questa strada “.
Oltre a Marini e Fioroni, a isolare i cattodipietristi pensano anche i teodem Luigi Bobba e Paola Binetti: “Rosy Bindi ha sbagliato ad aderire al No B day. Rischiamo di venire risucchiati da un antiberlusconismo che non porta da nessuna parte” dichiara Bobba. “Uscite come quelle di Di Pietro e De Magistris non hanno nulla a che vedere con il Pd. Siamo un partito popolare, non populista. Le associazioni e i movimenti cattolici, i singoli credenti chiedono riforme e politiche concrete per il Paese. Anzitutto una riforma del welfare, nuove politiche familiari e sociali. Mettere mano alle modalità di redistribuzione del reddito, riformare le istituzioni: a questo dobbiamo puntare, senza inseguire a tutti i costi l’Idv”.
E il mondo cattolico? Secondo Ceccanti, “il dipietrismo dei popolari è confinato ad alcuni leader che solo in parte hanno il sostegno della base del mondo cattolico”. Come ribadisce il presidente delle Acli, Andrea Olivero: “Per troppo tempo abbiamo rinunciato a fare le riforme di cui avevamo bisogno, a causa della personalizzazione dello scontro tra maggioranza e opposizione. La degenerazione del confronto politico degli ultimi mesi è stata sterile e ha prodotto solo un’ulteriore disgregazione del Paese. Ora è necessario andare avanti. La stagione delle riforme si può aprire, dando credito a chi ha il coraggio di mettersi in gioco. Certo occorre vigilare e avere un atteggiamento etico forte: non si possono svendere le riforme di cui l’Italia ha bisogno, in cambio di leggi ad personam. Ma il muro contro muro non porta da nessuna parte. E il confronto va aperto anche alle forze della società civile“.
Perduto terreno nei confronti del laicato cattolico organizzato, i cattodipietristi hanno cercato una sponda nella gerarchia, sulla scia della vicenda dell’ex direttore di Avvenire, Dino Boffo. Hanno trovato alcuni prelati sensibili, ma con qualche riserva e molti distinguo. I cattodipietristi possono infatti contare, almeno in parte, su alcune figure storiche del clero ambrosiano, dal presidente della Casa della carità , Virginio Colmegna, al responsabile per l’ecumenismo della diocesi di Milano, Gianfranco Bottoni.
Non a caso Franco Monaco, ex presidente dell’Azione cattolica ambrosiana, viene proprio da quel mondo. Anche il cardinale Dionigi Tettamanzi, suo malgrado, è divenuto bandiera dei cattodipietristi: al rigoroso e prudente teologo, uomo di fiducia del cardinale Camillo Ruini, sono bastati pochi anni immerso nel clero ambrosiano per finire additato dalla Lega come arcivescovo rosso e dipietrista. A Cremona, monsignor Dante Lafranconi non fa mistero delle sue riserve su alcune politiche del governo. Scendendo più a sud è la volta dell’ex sacerdote operaio Giancarlo Maria Bregantini. Per 13 anni vescovo in prima linea a Locri, in Calabria, nel 2007 Bregantini è stato trasferito a Campobasso su iniziativa del cardinale Ruini per toglierlo dai riflettori dei media.
Ma invano: come monsignor Raffaele Nogaro, a Caserta, Bregantini continua a far parlare di sé. In Sicilia, Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del Consiglio per gli affari giuridici della Cei, chiede con forza la riforma della giustizia ma raccomanda che non diventi “una rivincita dei politici sui magistrati, né un’occasione per far valere interessi di parte”. In Vaticano invece il segretario del Pontificio consiglio per i migranti, Agostino Marchetto, non perde occasione per contestare la politica del governo sull’immigrazione.
Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, ha scelto invece una linea più pastorale. E prima di Natale è intervenuto anche Benedetto XVI.
Il Papa ha raccomandato ai vescovi di non trasformarsi in “guide politiche”. Una vera doccia fredda per i presuli più esposti in politica.
- Giovedì 14 Gennaio 2010
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Commenti
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Il 14 Gennaio 2010 alle 13:47 indigesto ha scritto:
Non vedo cosa aspettarsi di più da Bindi e Franceschini, in perenne crisi di identità . Ora hanno spazio nel PD, spazio che non troverebbero con Di Pietro. E’la solita storia che si ripete: evidentemente fare i comunisti nella DC ha reso! Fare il Di Pietro e il dipietrista con la Magistratura alle spalle è facile. Penso che il PD si sia reso conto che il giochetto non può durare a lungo e cominciano a diffidare anche della stessa Magistratura. Sicuramente molti di questi giochi verranno a compimento dopo le regionali. Staremo a vedere!
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