
Blitz dei carabinieri anti mafia | (Ansa)
“…che schifo le femmene comm’a cheste. Comme po’ fa n’azione e cheste ‘na mamma e figlie”. Piangeva Pasquale, quando la madre del boss è entrata nella stanza e si è messa a ridere. Rideva del “coraggio” del figlio, che aveva appena sparato un colpo di pistola alle gambe di un uomo annichilito dalla paura. Da oltre un’ora il boss lo stava minacciando con una pistola ad aria compressa davanti agli uomini d’onore della cosca e a quella stessa madre, che entrava in scena per controllare come stavano procedendo gli “affari”.
Pasquale, il nome è di fantasia, è stata una delle tante vittime del clan camorristico Gallo-Limelli-Vangone, costretto a pagare il pizzo per poter lavorare. Pagare e vivere quotidianamente nel terrore e nell’umiliazione. Il clan sgominato in Campania dal Gico della Guardia di Finanza e dai carabinieri del Ros, gestiva un traffico internazionale di droga, riciclava denaro sporco e estorceva il pizzo a centiniaia di imprenditori e commercianti napoletani.
Il quartier generale era tra Boscotrecase, Boscoreale e Torre Annunziata, comuni dell’hinterland di Napoli. Lì, in quelle abitazioni c’erano i “quaderni di cassa” dell’organizzazione: curati, aggiornati e custoditi. Dalle donne.
E proprio alle donne che gestivano i soldi e criptavano persino gli “acconti” e i “saldo” delle partite di cocaina del clan, era diretta la frase disgustata di Pasquale, pronuniciata nello sfogo con agli inquirenti: “…mi fanno schifo donne come queste. Come può fare un’azione così una madre di figli”.
Eppure: quante donne stanno facendo “carriera” nell’organigramma delle organizzazioni criminali. Dentro Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta: sempre più donne prendono il comando, sempre più spesso assurgono a ruoli di potere. E sono sempre più simili agli uomini.
A Napoli, il 20 gennaio, l’operazione Pandora ha portato alla ribalta donne giovanissime, alcune madri di bambini di pochi mesi (27 anni la più giovane e 53 anni la più anziana): figlie e nonne alla gestione del “forziere” della cosca Gallo - Limelli- Vangone, attivo in Campania ma con il fulcro in provincia di Latina, dove viveva il capo clan.
“Femmine” inflessibili, dure, decise: non si pagavano i carichi di droga se le donne prima non avevano ottenuto i soldi; non avvenivano neppure gli scambi se non c’erano le donne a fare la staffetta; il capo clan non ritirava nemmeno la “merce” se non c’era la madre a controllare che non ci fossero sbirri nelle vicinanze.
Ma gli sbirri lo “scacco alle regine” della droga l’hanno messo a segno. Anzi, scacco matto, a Matera. Delle trentadue persone arrestate dalla Polizia, 8 erano donne. E, anche stavolta, con un certo peso nell’organizzazione, con un ruolo da“manager”: contrattavano sul mercato l’acquisto delle sostanze stupefacenti, si districavano nel “traffico elettronico” di mail per stabilire le modalità di consegna della droga ed erano presenti anche sui luoghi della consegna. Che poteva avvenire, com’è successo, nella corsia dell’ospedale dove una donna era “in visita” al figlio, ricoverato per un incidente stradale. E altre volte, invece, i bambini sono stati usati dalle madri come inconsapevoli vettori: cocaina e eroina nascosta all’interno dei pannolini.
“Fredde, determinate, gelide”. Così le ha definite il colonnello della Finanza Alberto Reda, a capo del Comando di Reggio Calabria. Mentre i colleghi della Polizia operavano in Basilicata e il Gico e i Ros in Campania, i suoi militari stavano eseguendo 38 misure cautelari in carcere a Gioia Tauro. E le due donne finite dietro le sbarre, come quelle di Napoli e di Matera, erano preposte alla gestione finanziaria dell’organizzazione. Erano loro, donne calabresi deterninate e coriacee, le menti delle ‘ndrine e il collante degli affari. “Se i rapporti tra le famiglie traballavano” puntualizza Reda “ecco intervenire le signore a rinsaldare i legami. In nome dell’onore e dei soldi”.
Boss in gonnella, insomma, che di femminile però hanno solo la borsetta. Ma qual è il profilo delle donne affiliate alle tre più grosse organizzazioni criminali?
“Sono poche le differenze tra le donne appartenenti alle tre tipologie di mafie”, spiega il tenente colonnello Antonio Quintavalle, comandante del Gico della Guardia di Finanza di Napoli: “Tutte gestisco i soldi delle cosche, stipendiano gli affliati e hanno ruoli stategici all’interno dell’organizzazione. Le donne della mafia hanno lo stesso atteggiamento e sguardo sprezzante dei loro uomini quando vengono arrestate. Amano i vestiti firmati, il lusso, le auto di grossa cilindrata e telefonini di ultima generazione”.
E sono boss di riserva: “Le donne della Camorra subentarno alla guida del clan dopo l’arresto del marito. Mantengono la stessa autorità e a loro viene riconosciuto lo stesso potere che aveva il compagno” prosegue Quintavalle.
Dinamiche simili anche all’interno delle ‘ndrine calabresi. Nonostante dall’esterno possa apparire debole e fragile il ruolo femminile all’interno della famiglia, in realtà , le donne riescono a farsi rispettare e a dettare legge nelle decisioni familiari, lecite o illecite che siano. “Com’è cambiata la posizone della donna nella società odierna, lo stesso mutamento si è verificato anche all’interno delle strutture malavitose, pur rimanendo queste compartimentate ed estremaente selettive”, argomenta il tenente colonnello Daniele Galimberti, del Raggruppamento operativo speciale (Ros). “Le donne hanno assunto ruoli di vertice nelle cosche perché sono riuscite a seguire con determinazione, che spesso mostrano più forte di quella dei maschi, i codici interni della famiglia e dell’organizzazione stessa”.
Ma non si creda che il fenomeno sia odierno: “La donna appare già come figura di spicco nell’organigramma della ‘ndrina agli inizi degli anni ‘90″, ricorda Raffaele Grassi, vice direttore dello Sco, Servizio operativo centrale della Polizia. “Con l’operazione ‘I fiori della notte di San Vito’, nel ‘94, fu delineata chiaramente dai collaboratori di giustizia la figura della ’sorella d’omertà ’, ovvero colei che curava gli aspetti logistici dei latitani e degli affliati alle cosche”.
Anche i numeri parlano chiaro. Nello scorso anno in tutte le operazioni di contrasto alla criminalità organizzata sono spuntate le donne: una, due, sette, dieci. Ad aprile 2009, a Reggio Calabria nell’operazione Artemisia, opera dei carabinieri del Comando provinciale reggino, furono 7 le “femmine” arrestate. Erano state loro a reggere con fermezza le famiglie quando venivano attaccate dalle cosche rivali ed erano state loro a richiamare dal Nord e da altre parti d’Italia, gli affliati alla ‘ndrina in difesa della famiglia al Sud.
E ancora, il blitz del 27 maggio 2009: i carabinieri hanno arresato 64 camorristi: tra loro c’erano 10 donne. “Se non comandano, fanno le messagere” conclude il comandante Quintavalle. “Molti dei pizzini, con istruzioni e comandi, che partono dai boss dal carcere, sulla gestione degli affari illeciti, hanno come destinatarie le donne del clan”.
Solo un ricordo da telenovela le sceneggiate di donne che urlano, strepitano e si buttano in terra per sbarrare la strada alle forze dell’ordine che portano via i mariti? Già : oggi avere uomini in carcere per le mafie è un problema minore: ci sono le donne a garantire continuità .
- Giovedì 21 Gennaio 2010
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