
Renato Brunetta, 59 anni, ministro della Funzione Pubblica
Ammettiamolo con sincerità : dovesse passare un mese senza una fiammata brunettiana ci sentiremmo ormai come persi in un mondo vuoto e le giornate trascorrerebbero senza emozioni.
I sindacati non saprebbero con chi prendersela, e pure Giulio Tremonti insieme agli statali, i cantanti, gli scrittori, i registi, i magistrati, la sinistra che “deve morire ammazzata”, Francesco Merlo: tutti questi ci resterebbero parecchio male. Al punto in cui siamo: come fare a meno del “Brunettismo”?
Dopo quasi due anni, come privarsi di quella scossa di adrenalina nella politica che si condensa nell’incursione senza freni in tutti i campi della conoscenza umana? Il Brunettismo è anzitutto magnifica esuberanza, ipertrofia comunicativa: il superministro va in diretta alla radio ogni domenica, scrive e risponde ai giornali, si accomoda nei talk-show a ogni ora del giorno e della notte, parla di sesso e di come si fa godere una donna (è successo anche questo, sulla Sette), e mentre prepara una diavoleria per fregare i fannulloni ci racconta in diretta come si cucinano gli spaghetti aglio olio e peperoncino, e spiega a Barbara D’Urso quali sono gli ingredienti giusti per una pasta e fagioli da leccarsi i baffi.
“Sto facendo la dieta, ma una vita senza vino non è vita” ha confessato un giorno gigioneggiando su Radio due con Claudio Sabelli Fioretti; però qualche minuto dopo già si accapigliava con “quei conservatori” che non vogliono alzare l’età della pensione. Momenti indimenticabili. C’è dell’altro ovviamente.
Nella lotta agli scansafatiche gli stessi economisti snob della sinistra hanno dovuto ammettere che qualche risultato il ministro l’ha ottenuto, le assenze sono diminuite e pazienza se gli hanno dato del maleducato, dell’arrogante, del mangiaoperai e del fascista.
Ma il Brunettismo va oltre la questione degli impiegati: chi si ricorda più che in fin dei conti è soltanto il ministro della Funzione pubblica? Lo stesso governo Silvio Berlusconi, diciamola tutta, non avrebbe più senso senza Brunettismo: senza cioè che rimanga accesa la fiammella della rivoluzione copernicana, che è la versione giovanile del Berlusconismo trasformatosi oggi nella ricerca del consenso universale.
Brunetta invece spacca, divide, bianco o nero. O di qua o di là . Così i registi che chiedono soldi sono parassiti; tra i chirurghi si annidano dei “macellai”; i giudici sono fancazzisti. E i capiufficio non si azzardino a spedire le cartoline di auguri perché bastano le email.
Altro che melassa buonista. Il Brunettismo è sparigliare quando meno te lo aspetti, con una mossa a sorpresa che fa incazzare da una parte ed esultare dall’altra. Come l’idea, buttata lì, di cambiare l’articolo della Costituzione sul lavoro perché non significa niente, o quella sui bamboccioni, fuori di casa a 18 anni a rifarsi il letto da soli. Per legge.
Scherzavo, ha detto, mentre già se ne discuteva in mezza Italia. Da ultimo, dopo averci pensato e ripensato, s’è convinto in barba a ogni logica di sopravvivenza fisica (o forse per infliggere un’altra umiliazione ai fannulloni) che potrebbe restare al governo e allo stesso tempo fare il sindaco. Della sua Venezia, ovviamente, dove il possibile sbarco del Brunettismo viene vissuto con un misto di terrore e di trepidante, messianica attesa: qui, ha detto in un’intervista al Corriere, il ciclo di Cacciari è finito: “Basta centri sociali, figli del degrado. A Venezia si possono creare 40mila posti di lavoro“.
di Giuseppe Cruciani
- Venerdì 22 Gennaio 2010
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