
Giorgio Napolitano al Quirnale
Dopo avere vissuto tanti anni sulla linea del fuoco, come capocorrente della Dc e come direttore del Popolo, oggi Sandro Fontana scrive libri e dalla sua Brescia può permettersi il lusso di guardare la politica attraverso le lenti dello storico: “La lettera di Giorgio Napolitano su Bettino Craxi, la cui nettezza mi ha sorpreso in un uomo così misurato” dice Fontana a Panorama “conferma che la vera missione del suo settennato è la pacificazione del Paese, il superamento della guerra civile strisciante che ci affligge da quasi 70 anni. E più lui vedrà che questa guerra continua, più inasprirà i suoi interventi”.
A oltre metà del suo settennato, iniziato nel maggio 2006, Napolitano non ci riserverà forse le sorprendenti mutazioni quirinalizie di un Francesco Cossiga, che venne prima ribattezzato “sardo-muto” e poi diventò “il Picconatore”; né quelle di Giovanni Gronchi, scelto a metà degli anni Cinquanta per propiziare la “svolta a sinistra” e poi ispiratore del governo Tambroni appoggiato dal Msi. Ma di certo si comincia a intravedere una figura alquanto diversa da quella dell’algido notaio, puntiglioso, sì, ma piuttosto allergico allo scontro frontale.
Il messaggio inviato lunedì 18 gennaio da Napolitano alla vedova di Craxi, Anna, con i sorprendenti riferimenti alla “durezza senza eguali” usata nei confronti dell’ex leader del Psi e alla violazione del “diritto a un processo equo” nei suoi confronti, è un dito nell’occhio del partito di Mani pulite. E rappresenta una ricollocazione della figura del capo dello Stato al centro dei giochi politici, dopo una fase in cui le batterie del Quirinale erano state puntate (ricambiate con fuoco di pari intensità ) contro il premier Silvio Berlusconi e contro il centrodestra.
Non che la polemica con il Cavaliere adesso possa dirsi archiviata. Ma basta parlare a taccuini chiusi con gli uomini del Quirinale per comprendere che, nella seconda parte del suo settennato, Napolitano intende accelerare il disgelo con la maggioranza e puntare, anche a costo di forzare toni e contenuti dei suoi interventi, su due grandi obiettivi. Il primo è quello di vedere approvate con un largo consenso (e quindi senza la coda velenosa del referendum confermativo) le riforme della seconda parte della Costituzione, necessarie per conferire più efficienza al sistema politico. Il secondo obiettivo è quello di chiudere la lunga guerra fra politica e magistratura, che avvelena ormai dal febbraio 1992, data d’inizio di Tangentopoli, la vita pubblica italiana.
“Dalla sua lunga esperienza nel Pci” osserva il costituzionalista Augusto Barbera, che fu suo compagno nella corrente dei cosiddetti miglioristi del Partito comunista, “Napolitano ha assorbito il senso dell’interesse generale, un tratto fondamentale del togliattismo, che poi fu ripreso soprattutto da Giorgio Amendola, il padre dei miglioristi. Uno che pure nel clima dell’autunno caldo del 1969 esortava gli operai infuriati contro gli industriali a non perdere mai di vista gli interessi complessivi dell’economia nazionale”.
Per capire Napolitano e le sue mosse presenti (e future) sulla scacchiera della politica, bisogna quindi partire dalla sua lunga biografia politica. Togliattiano, uomo di partito e di un partito popolare come era il Pci (a differenza del suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, che era invece figlio dell’elitario Partito d’azione), filosocialista, appassionato della cultura anglosassone, grande sostenitore della centralità del Parlamento per essere stato capogruppo dei deputati del Pci tra il 1981 e l’86 e poi presidente della Camera tra il ’92 e il ’94, il presidente è decisamente anche incline, per avere vissuto la tempesta di Mani pulite dalla parte delle vittime (la stessa corrente migliorista fu decimata dalle procure), a guardare con sospetto gli eccessi della magistratura.
Sulla sua formazione pesa anche una maniacale attenzione ai mass media, da lettore onnivoro. La sua giornata inizia alle 7 del mattino con la lettura della rassegna stampa e prosegue con il lavoro in studio dalle 9.30 alle 13.30 e poi dalle 16.30 alle 20, intervallato e seguito da altre letture: giornali italiani e stranieri (ama molto Le Monde), e anche romanzi, con una passione antica per Irène Némirovsky, l’autrice ucraino-francese di Un bambino prodigio, e una più recente per Erri De Luca.
Sebbene il politologo Gianfranco Pasquino gli attribuisca, a differenza dei suoi ultimi predecessori, “una straordinaria conoscenza dei protagonisti, dei meccanismi e della complessità della politica italiana”, le persone con le quali Napolitano si apre sono assai poche. Nel centrodestra: Gianni Letta, Gianfranco Fini e, da qualche tempo, anche Umberto Bossi, del quale apprezza l’ultima versione, più posata e dialogante.
Dall’altra parte: Franco Marini, Massimo D’Alema (che considera ultimo erede del togliattismo e per la nomina del quale a ministro degli Esteri dell’Unione Europea si è invano adoperato), più il gruppo degli ex miglioristi come Emanuele Macaluso, Umberto Ranieri, Gianni Cervetti, Andrea Geremicca.
Fuori dall’Italia, ci sono il premier tedesco Angela Merkel e l’ex ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner.
Oggi, dinanzi alle varie emergenze italiane, nella testa di Napolitano ci sono una serie d’idee molto chiare. La riforma istituzionale (cui ha fatto un cenno indiretto anche nella lettera su Craxi, negli anni Ottanta propugnatore della Grande riforma) è urgente e va fatta con la condivisione più larga possibile, ma non può spingersi fino al presidenzialismo. Dalla centralità del Parlamento non si può derogare.
Da buon anglofilo, l’inquilino del Quirinale propende per una versione italiana del “modello Westminster”: un premier forte, ma sempre sotto il tiro del Parlamento. “È questa” osserva Pasquino “la radice del conflitto con Berlusconi, che invece punta a un rapporto diretto tra il capo della maggioranza e l’opinione pubblica, spesso giocato sulla testa delle Camere”.
A Napolitano il bipolarismo piace, ma il bipartitismo non lo convince. Figlio della cultura socialdemocratica, non ha visto di buon occhio la nascita del Pd, con la fusione di due culture storicamente distinte come la socialista e la cattolica. Senza scoprirsi, ha comunque tifato per la coppia Bersani-D’Alema. Il ripristino dell’immunità parlamentare, prevista da un disegno di legge della senatrice Franca Chiaromonte, figlia di Gerardo, storico dirigente del Pci migliorista, è una soluzione che auspica.
Quanto ai giudici, ne deve tutelare l’autonomia come presidente del Consiglio superiore della magistratura; ma è preoccupato dalla deriva correntista e corporativa che ha preso la categoria, e non ha mai esitato a bacchettare pubblicamente gli sconfinamenti del Csm nell’attività del Parlamento. Quanto a Berlusconi, come osserva Macaluso, “ritiene che rispetto alla tradizione politica del Paese sia un’anomalia, però ne ha preso atto e non vuole esasperare i rapporti, il suo obiettivo non è la fine del Cavaliere”.
In questo quadro, il riconoscimento dei meriti politici del craxismo rappresenta un importante snodo del settennato. Contiene un monito verso gli eccessi del giustizialismo (che infatti gli è puntualmente valso duri attacchi da parte dei dipietristi); esprime un implicito apprezzamento per il sistema dei partiti; consente al capo dello Stato di rilanciare il tema delle grandi riforme e distende i suoi rapporti con il centrodestra. Che infatti, per la prima volta, lo valuta con toni molto lusinghieri. Per il politologo finiano Alessandro Campi, “anche per il modo in cui maturò la sua elezione al Quirinale, con i soli voti del centrosinistra, credo che Napolitano senta sempre più forte l’esigenza di porsi come figura super partes“.
Per Stefania Craxi, presidente della fondazione dedicata al padre, che come sottosegretario agli Esteri ha accompagnato spesso il presidente in missioni internazionali, “il gesto per mio padre rientra nell’opera infaticabile di Napolitano per creare una cultura civile che avvicini gli schieramenti e apra la strada alle riforme delle quali il Paese ha bisogno”.
di Stefano Brusadelli e Paola Sacchi
- Venerdì 22 Gennaio 2010
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Commenti
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Il 23 Gennaio 2010 alle 14:20 cini ha scritto:
Quanto aspira di raggiungere il Presidente Napolitano entro il termine del suo mandato è nobile e ammirabile.
Non sarà di certo un´impresa facile con un Di Pietro e un gruppetto di suoi ex colleghi nella magistratura che continua a manifestare un´ostruzionismo insensato.
Io però penso che alla fine la giustizia prevalerà sul resto e la costituzione verrà modernizzata.
Il 24 Gennaio 2010 alle 19:52 pv21 ha scritto:
Berlinguer parlava di “questione morale” e Craxi rispondeva con la “grande riforma”. Non si è vista nè l’una, nè l’altra. In tutta Europa non c’è Stato che fissi una data di scadenza per i processi. Se togliamo le Norme transitorie il “processo breve” non interessa più neppure a chi l’ha scritto. La FEBBRE del Tribuno impone le sue regole ed i suoi interessi contando su una casta di Primi SUPER Cives che rivendica privilegi e perdute immunità . In bocca al lupo Presidente! (=> //forum.wineuropa.it )
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