
Antonio Di Pietro, ex pm di Mani pulite e leader Idv
Come nelle migliori spy story, l’unico che forse avrebbe potuto raccontare come andarono veramente le cose, purtroppo, è appena morto. L’architetto Bruno De Mico, costruttore milanese e alla fine degli anni Ottanta “pentito” ante litteram di Mani pulite, è scomparso l’8 gennaio: esattamente una settimana prima che Antonio Di Pietro si lanciasse nella preoccupata difesa preventiva contro un “falso dossier in circolazione”, dove si parlerebbe delle protezioni e addirittura di uno stipendio che la Cia gli avrebbe garantito ai tempi di Mani pulite.
Con la sua iniziativa, l’ex pm ha riacceso un antico busillis politico-giudiziario. Si sono ricordati alcuni suoi misteriosi viaggi in America e alle Seychelles, trasformati in irrituali operazioni a caccia di latitanti. Si sono riesumati perfino i dubbi sulla sua laurea in giurisprudenza.
Sorprendentemente, invece, nessuno ha rammentato la vicenda De Mico. Eppure, nel luglio 1992, quando l’inchiesta su Tangentopoli era partita da cinque mesi, era stato proprio l’architetto a proporre ai magistrati del pool l’aiuto di non meglio precisati “ambienti americani”.
La storia emerse nell’ottobre 1996 (con un articolo di Panorama) grazie alla scoperta di una “relazione di servizio” datata 19 luglio 1992, indirizzata all’allora procuratore Francesco Saverio Borrelli e subito posta sotto segreto.
A scriverla era stato un magistrato da poco aggregato al pool, Piercamillo Davigo, che segnalava a Borrelli una strana vicenda, avvenuta all’indomani di uno degli arresti più “pesanti” e clamorosi di quella stagione: il 17 era finito a San Vittore il costruttore Salvatore Ligresti. E il 18 Davigo aveva incontrato l’avvocato Franco Sotgiu, amico di De Mico. Attraverso il penalista, l’architetto aveva proposto il contatto con “ambienti americani”: “Nessuno lo chiese mai” dice oggi Sotgiu a Panorama “però era evidente che quegli ambienti erano la Cia“.
Nella sua relazione Davigo raccontava che poi si erano effettivamente svolti alcuni incontri con De Mico, nessuno dei quali verbalizzato, e spiegava anche la presunta origine della profferta: “Gli americani, irritati con Ligresti e con Bettino Craxi, avevano deciso di colpirli e per questo erano disponibili a collaborare con il pool”.
Secondo quanto Sotgiu ricorda delle parole di De Mico, alla base della presunta vendetta della Cia ci sarebbe stato un misterioso traffico d’armi in Somalia.
Mentre secondo la relazione di Davigo l’architetto aveva aggiunto particolari davvero degni di uno 007: a suo dire, Ligresti avrebbe commissionato indagini su Di Pietro a un colonnello dei carabinieri in pensione. Inoltre, un agente della sua scorta “non era affidabile”. Davanti a tanti rischi, non c’erano alternative: “La collaborazione offerta” concludeva Davigo “non poteva essere rifiutata”.
Gli americani sarebbero entrati in azione dopo un segnale: la partecipazione di Di Pietro alla trasmissione Sixty minutes, trasmessa dalla Cbs. Davigo concludeva affermando di avere chiesto a De Mico se “gli ambienti americani sapessero dove si trovava il latitante Silvano Larini (uno dei “cassieri” di Craxi, ndr)” e che De Mico “si era impegnato a riferire”.
Cosa accadde, dopo? Nessuno lo sa. Nell’ottobre 1992 Di Pietro volò a New York in un viaggio organizzato dall’Usis, un ente culturale statunitense con sede anche a Milano, senza però partecipare ad alcuna trasmissione televisiva. Forse De Mico avrebbe potuto raccontare qualcosa. Ma il 10 gennaio la famiglia ne ha annunciato la morte, avvenuta a Londra. E l’annuncio è giunto a esequie avvenute.
di Maurizio Tortorella
- Venerdì 22 Gennaio 2010
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