
Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema alla Camera dei deputati | (Mauro Scrobogna/LaPresse)
La domanda che in questo momento scuote il Partito democratico è anche la più ovvia: “Chi glielo ha fatto fare?”. Chi glielo ha fatto fare a Pier Luigi Bersani di sostenere con tutto il suo peso politico di segretario, e mettendoci la faccia personalmente, la candidatura in Puglia di Francesco Boccia, pur sapendo che Nichi Vendola (qui le foto) avrebbe facilmente sbaragliato le primarie battendolo col 73% delle preferenze?
La risposta è quasi altrettanto naturale: la fedeltà a Massimo D’Alema, grande sponsor non solo di Boccia, e del progetto a lui connesso, l’alleanza Pd-Udc (che ora correrà da solo, appoggiando la Poli Bortone); ma soprattutto, fino a ieri, autoproclamatosi padre-padrone della Puglia (dove ha la base elettorale) ed appunto della segreteria Bersani.
Eppure già nel 2005 Vendola aveva battuto Boccia (non con queste dimensioni: allora prevalse l’esponente di Rifondazione contro ogni pronostico, 51% contro 49). Eppure D’Alema è dal “popolo della sinistra” considerato ormai un handicap, più che un valore aggiunto. La domanda resta dunque in piedi. E si tira dietro parecchi dilemmi sulla strategia di Bersani e sulla sua capacità di reggere a una probabile batosta nelle regionali di marzo.
Come i sue due predecessori Walter Veltroni e Dario Franceschini, Bersani è giunto alla segreteria del Pd dopo una sconfitta elettorale: Veltroni alle Politiche e alle regionali sarde; Franceschini alle amministrative del giugno 2009. Sconfitte pesanti sì, ma gestibili. E come Veltroni e Franceschini, Bersani ha commesso lo stesso errore: anziché lavorare ad una linea e ad alleanze politiche sui tempi lunghi, giocarsi la leadership quasi subito, in una partita di potere locale – le Regionali in questo caso – troppo ravvicinate per dipendere da lui, e in gran parte compromesse in partenza.
Per di più nella scelta dei candidati la segreteria ha mostrato il massimo dell’incertezza: affidandosi in alcuni casi ai dirigenti in carica, come in Piemonte; in altri subendo candidature esterne, come con Emma Bonino nel Lazio; in altre ancora imbarcandosi in faide locali, come appunto in Puglia. Adottando talvolta il meccanismo prodiano delle primarie, altre volte decidendo la scelta dall’alto. Un guazzabuglio, dove tra l’altro alcune regioni sono ancora prive di candidatura: Campania, Calabria e Umbria, e tra queste l’ultima, considerata una sicura roccaforte, è a sua volta divisa tra la governatrice uscente Rita Lorenzetti (considerata vicina a D’Alema) e l’ex tesoriere veltroniamo Mauro Agostini.
Chi lavora a fianco del segretario, come il suo vice Enrico Letta, giura che non era questa l’idea di Bersani, che avrebbe voluto dedicarsi a “ricostruire” per l’ennesima volta il Pd, trasformandolo di fatto in un partito socialdemocratico di impronta diessina, e mettere in piedi una solida alleanza con l’Udc e ciò che è recuperabile dell’estrema sinistra, per presentarsi così, con questo centrosinistra, alle Politiche del 2013. Non solo: il progetto prevedeva ovviamente un programma politico imperniato soprattutto su un piano economico alternativo a quello del centrodestra, mentre su istituzioni e giustizia si sarebbero cercato il dialogo con il governo.
Ma allora perché non ha tenuto il punto? Perché si è lasciato invischiare nei meccanismi spesso incontrollabili del potere locale e nelle trame dalemiane? Perché, di fatto, si è caricato su di sé le responsabilità della probabile sconfitta?
I sondaggi danno il Pd perdente in quasi tutto il Centro-Sud, anche se nel Lazio Emma Bonino mostrerebbe una buona tenuta. E soprattutto lo vedono a rischio in Piemonte, sul cui significato strategico è perfino inutile discutere. Poi c’è il comune di Venezia, mentre a Bologna il sindaco Flavio Delbono ha gettato la spugna. Un panorama di macerie, a fotografarlo ora, dove Bersani avrebbe potuto giocare il ruolo del ricostruttore, ed invece potrebbe finire sepolto.
Non solo. Molti si chiedono quanto sia coerente il progetto di alleanza riformista con l’Udc con la candidatura di Emma Bonino nel Lazio, e con il sostegno che la segreteria dovrà ora garantire a Vendola. Insomma, l’eterno dilemma: dove vogliono andare i Democratici? Che opposizione intendono fare, e con chi? Quale proposta di governo presenteranno fra tre anni?
Sono le questioni che hanno travolto Veltroni e Franceschini, partiti per correre una gara di mezzofondo e sfiancati dopo le sconfitte sui 100 metri. Stesso errore per Bersani. Nel Pd si sfoderano già i coltelli di sempre: Rosy Bindi (presidente del partito) e Franceschini (capo dei deputati) cominciano già a parlare di “errori gravi”, di “incapacità a parlare al popolo della sinistra”. Gli stessi slogan che hanno preannunciato le rese dei conti degli ex segretari. Al tempo stesso, D’Alema viene descritto come un “belva furibonda”, un ex leader tradito dai suoi.
Lo showdown arriverà ovviamente dopo le Regionali. Ma a ben vedere – e nonostante tutto - Bersani ha ancora una chance. L’ultima. Se riuscirà finalmente a tenersi al di sopra del gioco al massacro tra le varie anime del Pd; e soprattutto se riuscirà a far capire ai suoi e alla sinistra che dopo tre segretari in due anni non c’è più alcun barile da raschiare, ma solo da sfondare.
E un Paese da consegnare al centrodestra ancora per cinque anni: stavolta però senza il bersaglio ed il “nemico comune” Silvio Berlusconi.
- Lunedì 25 Gennaio 2010
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Il 26 Gennaio 2010 alle 14:22 Prodi, gli spiccioli di Delbono e il Pd senza capo (né coda) - Italia - Panorama.it ha scritto:
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Il 26 Gennaio 2010 alle 19:00 Largo al Veneto. E la Serenissima vuole: Olimpiadi, autonomia e visibilità - Italia - Panorama.it ha scritto:
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Il 28 Gennaio 2010 alle 13:22 In Puglia Berlusconi chiede un nome nuovo. Ma Poli Bortone dice no - Italia - Panorama.it ha scritto:
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