
Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito
Si sorridono, si capiscono al volo, si studiano, sembrano quasi fare gioco di sponda, ma uno resta il magistrato e l’altro il testimone, uno fa il cacciatore e l’altro il cane da caccia che deve aprire la strada per trovare la preda. O le prede. Antonio Ingroia, 51 anni, e Massimo Ciancimino, 47, si conoscono da ormai quasi 20 anni, da quando uno era un giovane magistrato antimafia e l’altro il figlio di un politico-mafioso dc solo apparentemente caduto in disgrazia.
Ci provò, allora (era il 1993), Vito Ciancimino ad accreditarsi come pentito. Il figlio Massimo, il più scavezzacollo dei suoi cinque discendenti, faceva da apripista per il padre, ma Ingroia, che andava a interrogare “don Vito” con l’allora procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, non gli fece mai da spalla e alla fine lo mollò.
Quindici anni dopo, morto don Vito, finito sotto processo il figlio, Ingroia e “Massimuccio” si sono ritrovati e stavolta Ciancimino jr è assurto a protagonista di “clamorose rivelazioni” rese, guarda caso, durante il “suo” giudizio di appello. Ingroia è persona di troppo acuta intelligenza, tattica e strategica, per non aver capito che l’unico scopo di Massimuccio è salvare il tesoro del padre, più che la libertà personale. Ma il magistrato non baratta, non offre, non scambia. Soppesa la merce consegnata, con una lentezza esasperante, dall’indagato-testimone, chiede, approfondisce. E alla fine, se la merce risulterà di qualità , finirà certamente per utilizzarla.
Però è costretto a coccolare Ciancimino e non perde mai la pazienza, neppure quando il superteste ricorda e soprattutto porta a rate il materiale per i possibili riscontri. Il “papello”, la lista di richieste di Totò Riina allo Stato per fare cessare la stagione delle stragi, gli scritti autografi di don Vito, i pizzini che Bernardo Provenzano avrebbe scritto all’amico politico: Ciancimino li ha tirati fuori poco per volta, da misteriosi nascondigli, e ha fatto storcere il naso a quasi tutti i pm della Procura antimafia, stanchi di assistere a questo stillicidio e autori di una lettera con cui si sono quasi autoconvocati per discutere la questione.
Ingroia però non ha mollato. Per chiamare Ciancimino jr ha atteso che lui rilasciasse un’intervista a Panorama (19 dicembre 2007). Poi ha cominciato ad ascoltarlo formalmente ma ha dovuto accettare che desse libero sfogo alla vocazione di intervistato. Ha mostrato cioè grande pazienza. Massimo ormai ha imposto un suo metodo. Va da Michele Santoro, e accredita le tesi dell’accusa sul generale Mario Mori. Torna sui giornali e scarica una selva di sospetti su Dell’Utri, Cuffaro, Schifani. Poi ad Annozero ci va lo stesso Ingroia, poi ci sono i dibattiti pubblici e il gioco delle parti è perfettamente riuscito, l’obiettivo di smuovere le acque su fatti di estrema gravità mai chiariti è raggiunto. L’unico problema è se da tutto ciò verrà mai fuori un processo e se qualcuno verrà mai condannato. Ma questo, in fondo, è secondario. L’importante, alla fin fine, per Massimuccio, è partecipare. E, partecipando, “mascariare”.
di Riccardo Arena
- Mercoledì 27 Gennaio 2010
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Commenti
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Il 28 Gennaio 2010 alle 22:47 aldo1110 ha scritto:
Ingroia,Spataro,il sosia di Al Capone,Palamara.
Pensate se ,per incominciare ,inviassimo questi tre energumeni a rimuovere macerie a Haiti,con due porta pale tipo Santoro e Travaglio,invece di lasciarli qui’ a diffamare e far danno.
Ho ascoltato ,proprio oggi, la notizia che una procura del sud,(Puglie?)sta indagando la veridicita’ dei racconti
da lupanare della Daddario pulzella preferita di Annozero
.C’e’ da sperare in bene che sia vero,per il bene ed il divertimento del popolo italiano.
Il 1 Febbraio 2010 alle 17:15 Nella rete di Massimo: il mondo secondo Ciancimino jr - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Paolo Guido e Roberto Scarpinato ascoltano, recepiscono, approfondiscono. [...]
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