Nella rete di Massimo: il mondo secondo Ciancimino jr

Massimo Ciancimino in tribunale | (Ansa/Daniel Dal Zennaro)

Massimo Ciancimino in tribunale | (Ansa/Daniel Dal Zennaro)

“Che questo rimanga fra noi, ma è una preoccupazione di fratello maggiore… Io sono preoccupato, professore! Lo sa per cosa? Di mio fratello! Perché io vedo barche da un miliardo e mezzo… macchine da milioni di euro… Io, io, io faccio l’impiegato di banca e ho il vespone 150 e la Smart… stop! E un gommoncino lì… Mio fratello Roberto pure, che è notaio. Lui mi dice che fa affari, ma affari… Non sono soldi, non è che sono soldi ufficiali…”.
Giovanni Ciancimino se ne era reso conto già nel 2004, in una conversazione col tributarista Gianni Lapis, intercettata, trascritta e depositata solo di recente. Prima di andare a confermare le parole del fratello Massimo, sostenendo davanti ai giudici del processo Mori di avere visto pure lui il famoso “papello” in mano al padre, il maggiore dei figli di Vito Ciancimino aveva chiaramente espresso tutti i dubbi sul “pericolo” rappresentato, per il patrimonio di famiglia, dall’ostentazione senza freni del lusso da parte di “Massimuccio”.

Che oggi, vestiti i panni del superteste, sta cercando di riscrivere la storia d’Italia. Sembra sapere tutto lui: dal caso Moro al delitto Mattarella, da Ustica a Dalla Chiesa, dalle stragi di mafia alle trattative tra Stato e Cosa nostra, che durerebbero tutt’oggi.

Fra la rivelazione di un mistero e l’altra, quel che non ha indicato Massimuccio (dicono i suoi detrattori) è dove sia il vero tesoro del padre, mafioso corleonese doc, uno dei padroni storici della Dc siciliana. Soldi sporchi, accumulati prima con le tangenti del sacco edilizio e poi con il controllo capillare di tutte le attività economiche più importanti di Palermo e dell’isola. “Non ha consegnato un bel niente” ha detto il procuratore Angela Tardio nel corso della requisitoria del processo d’appello, in cui Massimo Ciancimino è stato condannato a tre anni e mezzo. “A lui preme solo farsi restituire le barche che gli sono state confiscate”.

Lui, il teste-imputato, risponde piccato: i conti, i soldi esteri, alcuni dei beni del padre li ha indicati. Ma si tratterebbe di briciole, ha sostenuto, difendendosi in primo e secondo grado dall’accusa di riciclaggio e fittizia intestazione di beni. E fra l’altro avrebbe cercato di sviare le indagini, sostenendo che il patrimonio di “don Vito” sarebbe custodito da mani diverse da quelle di Lapis e dell’avvocato Giorgio Ghiron, entrambi condannati assieme a lui.
Chi ha ragione, i pm o l’imputato? Secondo Ciancimino jr, la quota del padre nella società Gas (Gasdotti azienda siciliana) la teneva tale Ezio Brancato, morto nel 2000, consuocero del pm della Direzione nazionale antimafia Giustino Sciacchitano. Da qui i sospetti (agitati da Ciancimino) di sviamento delle indagini a favore delle eredi di Brancato. Anche se il matrimonio tra il figlio di Sciacchitano e la figlia di Brancato è naufragato da tempo.

Si dovrà indagare ancora, ha comunque stabilito la Corte d’appello, alla ricerca dei rivoli della vendita da 120 milioni di euro della Gas agli spagnoli della Gas natural. Ma intanto si indaga soprattutto sulle dichiarazioni di Massimo, ritenuto una miniera di informazioni per quattro procure: Palermo, che indaga sulla trattativa tra Stato e mafia del periodo delle stragi del 1992; Caltanissetta, che cerca di dare un volto ai mandanti esterni degli assassinii di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; Roma, che vuole ricostruire i misteri del caso Calvi; e Catania, che indaga sui presunti misteri delle indagini di Palermo.

Il superteste ha sempre detto che tutto gli sarebbe stato raccontato o sarebbe stato da lui discusso col padre, morto nel novembre 2002. Ci sono, certo, anche i documenti ripescati poco per volta da una cassetta di sicurezza in Liechtenstein: il “papello” con la lista di richieste che Totò Riina avrebbe fatto recapitare allo Stato per fermare la stagione delle stragi; i “pizzini”, il carteggio tra don Vito e Bernardo Provenzano e gli appunti autografi di Ciancimino padre, che scriveva tantissimo e conservava tutto. A interpretarli c’è ancora lui, Massimo, che il 1° febbraio è in aula al processo in cui il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu rispondono della non lieve accusa di non avere voluto catturare Provenzano, nel 1995. E il teste fa altre dichiarazioni, parla di Marcello Dell’Utri come personaggio in diretto contatto con “Binu”, e di Silvio Berlusconi come beneficiario di rimesse e investimenti miliardari dei boss, negli anni Ottanta.

Se c’è chi, come Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso da Cosa nostra, non disdegna di prendere il caffè con Ciancimino junior, c’è però anche Michele Costa, figlio del procuratore Gaetano, ucciso per la sua intransigenza trent’anni fa, pronto a prenderne le distanze: “Massimo Ciancimino” dice “l’eredità del padre l’ha accettata senza riserve, custodendone (all’estero) l’archivio e godendo di una quantità di denaro tanto enorme e sospetta dal consigliarlo di tenerla nascosta. Restituisca il maltolto”.
“A me non è stato fatto alcuno sconto o trattamento di favore, nell’inchiesta” replica Ciancimino. “Non credo di aver avuto atteggiamenti ammiccanti verso nessuno, in modo particolare verso quei magistrati che tanto stimo e rispetto”.
Ora però anche per lui, Massimo, sono in arrivo guai giudiziari: perché, dopo che ha confessato, fra le altre cose, di avere fatto da postino di pizzini tra il padre e Bernardo Provenzano, i pm hanno dovuto ripescare in archivio (il classico atto dovuto) una vecchia inchiesta per mafia.

E indagini su di lui e sulle sue grandi ricchezze sono in corso in altre parti d’Italia e d’Europa.
A Ferrara, per esempio, è coinvolto, con altre 20 persone in un altro affare, riguardante materiale ferroso messo in commercio con una gigantesca evasione dell’iva. Al centro di tutto una società, la Errelle srl, che aveva sede a Reggio Emilia e che poi si è trasferita formalmente a Panama. Vecchia abitudine. Tracce del tesoro sono state trovate infatti in Svizzera, Romania, Kazakhstan, Paesi Bassi, e a Madeira, Portogallo.

Incerti del mestiere, che capitano mentre Massimo deve districarsi fra interviste a giornali e tv di mezzo mondo, fra partecipazioni (finora due) ad Annozero, facendo così disperare non poco i magistrati, che si ostinano a secretare i suoi verbali e ai quali, nella faticosa opera di riscrittura della storia che si è caparbiamente intestato, ha centellinato la consegna di un documento dopo l’altro. E poi le stesse carte finivano immediatamente sugli schermi del programma di Michele Santoro o sulle colonne del Fatto.

I pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Paolo Guido e Roberto Scarpinato ascoltano, recepiscono, approfondiscono. Potrebbero chiedere di nuovo la sua audizione nel processo Dell’Utri. Però i giudici di quel dibattimento sono già stati molto severi con Massimo: nel respingere una prima richiesta di sentirlo in aula avevano parlato fra l’altro di “un quadro confuso e oltremodo contraddittorio”. Così Ingroia, lo stratega del pool, ordina rigorose verifiche tecniche sui pizzini attribuiti a Provenzano. E, assieme ai pm di Caltanissetta, ha deciso pure una rogatoria in Liechtenstein, per controllare se la capientissima cassetta di sicurezza contenente i segreti di don Vito sia stata effettivamente svuotata. Meglio tardi che mai.

Ciancimino ha più volte sostenuto di essere stato in contatto con un personaggio misterioso, un uomo dei servizi segreti di nome Franco o Carlo, di cui si fidava ciecamente, e che non è stato ancora individuato, anche se ci sarebbe stato già ai tempi del sequestro Moro, quando Massimo aveva 15 anni, durante le trattative del ’92, culminate con la cattura di un Totò Riina “venduto da Provenzano”, e ancora fino al 2006, dunque anni dopo la morte di Ciancimino padre. Lo hanno cercato anche chiedendo atti e informazioni all’Aise, l’ex Sisde. Ma lo 007 non si trova.
L’imputato sostiene che adesso la procura di Palermo, data l’importanza del suo contributo, con un “incidente di esecuzione”, potrebbe fargli restituire i beni, per un valore di 60 milioni, confiscati a lui e ai presunti prestanome. E nel patrimonio di don Vito c’è, o ci sarebbe, la società Sirco, considerata la holding e il forziere degli averi di don Vito (e dunque dei suoi eredi). Alle 17.48 del 29 giugno 2004, tra una serie di frasi pronunciate sottovoce, Lapis confermò a Giovanni Ciancimino che il 15 per cento della Sirco “è vostro! In modo tale… com’era prima! Io non posso non tutelare tutti assieme! Com’era tra l’altro la volontà di tuo papà”. Lui, Massimo, ha sempre negato la partecipazione nella Sirco.

Dati i ritardi nella consegna dei documenti, c’era chi era arrivato a dubitare dell’effettiva esistenza delle carte segrete. “Perché ci deve tenere sulla corda?” sbottò, il 2 ottobre 2008, il pm Di Matteo. “Ma non voglio tenervi sulla corda. Cioè, si deve rendere conto, con tante situazioni, mi creda, non è facile…”.
Il documento è spuntato 13 mesi dopo, nel novembre 2009. Seguito da un’immediata intervista ai microfoni di Rai Sicilia: “Ho consegnato il papello”. La prova che si forma in diretta tv, la nuova frontiera di Massimuccio.

di Riccardo Arena

Commenti

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Il 1 Febbraio 2010 alle 19:48 indigesto ha scritto:

E’ sempre la solita lotta tra cosche e tra mafiosi, che ora si divertono anche a menare per il naso gli inquirenti, lasciando loro intravedere che sanno dov’è la pelle dell’orso, sapendoli troppo desiderosi di farsene una bella e comoda pelliccia!

Il 9 Febbraio 2010 alle 13:48 Le “verità” di Ciancimino jr - Le foto dal processo Mori - Italia - Panorama.it ha scritto:

[...] il pm Nino Di Matteo. È la domanda che si fanno in molti. ”Nessuna ambizione a riavere i soldi che mi hanno sequestrato - risponde il teste - Solo che, dopo l’indagine per riciclaggio in cui sono stato coinvolto [...]

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