
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani
“Rischiosa coerenza”: è così, con queste due paroline, che lunedì 25 gennaio Pier Luigi Bersani ha spiegato alla direzione del Pd l’atteggiamento dei vertici nazionali del partito nella vicenda delle primarie pugliesi. Come a dire: sapevamo che avremmo potuto prendere una batosta, ma era necessario mantenere la linea “centrista” di apertura all’Udc, anche a costo di sacrificare l’ex rifondarolo Nichi Vendola.
Com’è andata a finire si sa: il governatore uscente è stato plebiscitato dal popolo della sinistra e Massimo D’Alema, ispiratore e tutore sempre più ingombrante dell’attuale leadership democratica, si è persino preso del “cioccolataio” da Umberto Eco. Senza contare gli insulti, i frizzi e i lazzi che da un capo all’altro della Penisola il “popolo” sta rovesciando su di lui attraverso il web. Improbabile che si arrivi a una resa dei conti prima dei risultati delle elezioni regionali. Ma nel partito tira un’aria davvero brutta.
“La ‘rischiosa coerenza’ ispirò anche l’atteggiamento del generale Custer a Little Big Horn” commenta sarcastico Paolo Gentiloni, responsabile della comunicazione ed esponente della minoranza guidata da Dario Franceschini e dal suo nume tutelare Walter Veltroni. “Quasi si esalta l’eroismo di una scelta sacrificale, si rivendica orgogliosamente una sconfitta disastrosa in nome della coerenza, invece di interrogarsi su quello che è successo e sui rischi che corriamo”.
Già , i rischi. E quello di una Little Big Horn del Pd non è poi uno scenario così remoto. Casi come quello pugliese potrebbero intanto ripetersi in altre regioni: in Umbria, Campania e Calabria, dove minoranza e maggioranza del partito presto torneranno ad affrontarsi sul terreno delle primarie per la scelta dei candidati. L’una per riprendersi una rivincita, dopo la sconfitta subita nel congresso nazionale dell’ottobre scorso. L’altra per imporre una propria autorità , sempre più minacciata non tanto dall’aggressività degli avversari interni ed esterni quanto dallo stato di anarchia in cui sembra sprofondare il partito.
“Diciamo la verità ” incalza Emanuele Macaluso, uno che non è mai stato convinto della bontà del progetto Pd, “il caso pugliese ha messo in luce ancora una volta l’inconsistenza del partito, la sua fragilità politico-culturale e l’estrema debolezza del suo gruppo dirigente”.
E così vede le cose anche Giovanni Pellegrino, un altro che negli ultimi tempi ha deciso di starsene sempre più in disparte: “Io avrei tenuto in vita il Pds, e già non capii il senso della trasformazione in Ds. Il successivo passaggio al Pd è stato poi un mezzo casino”.
In effetti, avere consentito a Vendola, il governatore di una regione colpita da diversi scandali, di rovesciarne la responsabilità esclusivamente sui suoi alleati e di presentarsi come la faccia pulita della politica, stravincendo le primarie, non è stato davvero un capolavoro, e la dice lunga sullo stato di confusione in cui versa il Pd. Come è potuto accadere, infatti, che a pochi mesi di distanza da un vittorioso congresso nazionale la leadership di Bersani e la sua linea di apertura al centro, legittimate dal voto diretto di milioni di elettori, siano state così clamorosamente bocciate dal voto pugliese?
“Sono stati compiuti errori. Ed è inutile tentare di nasconderlo perché se ne sono accorti tutti” taglia corto Debora Serracchiani, la pasionaria friulana. Nel congresso dello scorso autunno, Ignazio Marino contese con Franceschini la segreteria a Bersani. Allora sconfitto, oggi esulta: “Non si vuol capire che agli elettori non interessano minimamente i giochetti fra i leader di partito, i tatticismi, gli incontri segreti, le decisioni prese a tavolino. Questo gruppo dirigente è tornato ai vecchi metodi della politica anni Sessanta e Settanta. In Puglia è accaduto proprio quello che molti di noi avevano chiesto: chi ritiene di essere all’altezza di un ruolo abbia la possibilità di dimostrarlo, e a scegliere sia la gente“.
Già , incalza anche Piero Fassino, sostenitore di Franceschini e responsabile Esteri del partito: “Nella selezione delle candidature non si può prescindere da una valutazione concreta delle persone e delle loro capacità . Vendola ha raccolto molti voti anche perché una parte degli elettori del centrosinistra non ha accettato che lo si sostituisse a prescindere dalle sue qualità umane e politiche e dalla stima raccolta nella società pugliese”.
Dall’altra parte, dal fronte bersaniano e dalemiano, anche se le ferite sanguinano e sono piuttosto doloranti, di eventuali errori commessi durante la campagna di Puglia non si vuole nemmeno sentire parlare. Un atteggiamento destinato a radicalizzare ulteriormente lo scontro, quando arriverà il momento.
La battaglia combattuta al fianco di Francesco Boccia, il rivale di Vendola, “era giusta” dice Enrico Letta, vicesegretario del partito: “È la battaglia di un Pd che sa di dover uscire dall’angolo del suo elettorato tradizionale per poter battere la destra. È un progetto che certo non si ferma”.
Anche perché la maggioranza democratica è convinta che il caso Puglia abbia spiegazioni molto più profonde, legate al modo stesso in cui il Pd fu concepito e poi venne alla luce. Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo e coordinatore della vittoriosa campagna di Bersani nelle primarie d’autunno, è implacabile, nella sua analisi: “Abbiamo preso in mano il Pd dopo una lunga stagione in cui si era fiaccato il suo rapporto con i cittadini e si era affievolita la sua stessa autorevolezza. Si era affermata l’idea che il leader potesse sostituire la squadra, che le alleanze con altre forze non fossero necessarie per vincere, perché si puntava sull’autosufficienza. Abbiamo trovato una situazione a dir poco raccapricciante, in cui era stato demolito a picconate qualsiasi principio dell’autorità e della responsabilità dei gruppi dirigenti. Soprattutto nelle periferie, dove il Pd non era altro che la somma di potentati e nomenklature, senza alcuna struttura radicata nel territorio».
Il cosiddetto “partito liquido” voluto da Veltroni, il primo segretario, e da lui costruito a propria immagine e somiglianza. Il Pd del “sì, ma anche” ironizza Pellegrino, incapace di compiere scelte e dove potevano convivere giustizialisti e garantisti, cattolici integralisti e laici radicali, fautori del dialogo con l’avversario e antiberlusconiani per principio. Insomma, tutto e il contrario di tutto. Un partito ecumenico, osserva Macaluso, che non aveva però il collante del leader carismatico, forte, e dunque incapace di assumere una posizione chiara su qualsiasi tema. “Per cui” aggiunge l’anziano ma lucidissimo ex senatore “alla fine a dettare la linea dall’esterno è stato quel partito mediatico che fa capo a Repubblica, Michele Santoro e Raitre“.
“Ora” prova a placare gli animi Matteo Orfini, il giovane braccio destro di D’Alema membro della segreteria del partito con delega alla cultura e all’informazione, “è necessaria dentro il Pd una pax elettorale. Abbiamo bisogno di smaltire le scorie tossiche accumulate negli ultimi tempi. Dopo le regionali arriverà il momento di un confronto aperto. Abbiamo trovato un partito che non c’è. E in queste condizioni dobbiamo cercare, nonostante tutto, di mettere in campo candidati competitivi, per limitare al minimo i danni. Poi vedremo”.
Sì, si vedrà dopo il voto. Si conteranno le regioni conquistate e quelle perse. Ma soprattutto si guarderà ancora una volta al caso Puglia. Per capire se, in mancanza di una politica delle alleanze con i moderati, alla sinistra basterà un affabulatore come Vendola per riprendersi dallo stato confusionale in cui è piombata. Ma una cosa si può dire con certezza sin da ora: tutti i nodi sono comunque destinati a venire al pettine. E le decisioni accuratamente evitate fino a questo momento non potranno più essere eluse.
“Dobbiamo decidere una volta per tutte che tipo di partito vogliamo essere” conferma Pittella. Molti i temi sul tappeto. A cominciare dal rapporto complicato con Antonio Di Pietro, ora un nemico, ora un prezioso alleato come dimostra la decisione di Bersani di averlo di nuovo accanto nel prossimo appuntamento elettorale. E poi le tanto celebrate elezioni primarie. Da alcuni considerate un tabù inviolabile.
Da altri, per esempio da Marco Follini, “non la cura, ma la malattia stessa” di cui soffre il partito; non uno strumento di vera democrazia, ma la causa dei continui “deragliamenti del treno Pd”.
E ogni scelta è destinata a comportare un prezzo. Probabilmente anche molto doloroso.
di Giovanni Fasanella
- Mercoledì 3 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 3 Febbraio 2010 alle 15:20 indigesto ha scritto:
Ma un partito che ha il suo programma in solo punto, quello di battere la destra, mi spiegate che partito è?
Il 3 Febbraio 2010 alle 18:25 aldoz ha scritto:
Questa e’la sinistra degli ultimi 20 anni. Una politica del caos totale in ogni ambito. Il bello e’che non capiscono che gli Italiani non ne possono piu’di questo bordello assoluto.. non ne possono piu’ delle chiacchiere miste tra comunismo e ipocrisia. La gente non ne puo’piu’dello squallore e del grigiore (basta guardarli in faccia con il loro odio e la loro arroganza)di una politica senza capo, coda, cuore e anima. Obiettivo? distruggere Berlusconi, ogni metodo e’giusto, ogni mezzuccio soviet stile ben accetto, ogni minuto di “”politica”" rossa dedicato a quello. Solo che c’e’ un piccolo dettaglio… la maggioranza d’Italiani odia tutto questo, la maggioranza d’Italiani con il voto hanno decretato la fine di questo squallido e vile modo di distruggere l’avversario.
Qui abbiamo l’esempio in piccola parte del pensiero rosso, grazie al Sig.Fumagalli che in ogni notizia, in ogni suo intervento mostra a tutti la sua tristezza, faziosita’, ipocrisia e la tanto amata (da loro)arte del bastian contrario e del sempre contro.
Ringrazio Dio che si puo’votare. E ringrazio Dio che la gente d’Italia non e’rappresentata ne rappresenta tale scempio sociale.
Il 3 Febbraio 2010 alle 20:08 pv21 ha scritto:
Il rischio big bang non è solo a sinistra. Nel paese del Barbiere e il Lupo per paura si fanno cose piuttosto strane. Troppo pochi ricordano le Voci dentro l’Eclissi di uomini esempio di rigore, coerenza e impegno civile. Intanto una casta di Primi Super Cives rivendica privilegi e immunità . Non sono i partiti a rischiare …
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Il 4 Febbraio 2010 alle 12:57 indigesto ha scritto:
Caro aldoz, questo è il loro modo di far politica. Con questi metodi, se il popolo non è più che attento, rischiamo di ritrovarceli di nuovo. Mandano in giro quelli che sembrano “cani sciolti”, ma che sciolti non sono, poichè nulla si fa per nulla, soprattutto da certe parti. E ci stiamo tutti accorgendo di che razza di “moralizzatori” si tratta!
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