Eredità contesa: le vecchiette che fanno tremare Ravenna

Le vecchiette che fanno tremare Ravenna

Questa storia è un romanzo che attraversa tre secoli e le cui pagine più importanti si stanno scrivendo proprio in questi giorni. Una storia vera: neppure Charles Dickens, autore di capolavori come David Copperfield e Oliver Twist, avrebbe mai potuto immaginare un simile intreccio pur nelle crude descrizioni della Londra della prima metà dell’Ottocento.

Il teatro di guerra è Ravenna. Da una parte ci sono i poteri forti: lo Stato, la Chiesa, le banche. Uniti e compatti nello stesso schieramento. Dall’altro un manipolo di ex orfanelle. Tutte donne anziane, ormai. Giunte a questo punto della storia hanno da 60 a 80 anni.

Il bottino è un grosso patrimonio, milioni di euro: l’eredità del conte Carlo Galletti Abbiosi, morto nel 1867. I suoi lasciti sono finiti per intero nelle mani di sindaco, vescovo, banchieri e personaggi importanti della città. Fino a quando, una decina di anni fa, due sorelle dal fisico minuto ancora in attesa di una casa popolare, senza figli né parenti, si sono messe in testa che tutto quel bendidio appartiene a loro e alle centinaia di compagne cresciute, come loro, nell’orfanotrofio.

Erano solo in due quando sono partite alla carica. Sono diventate cinque, 10, 20, 30. Hanno bussato alle porte dei migliori studi legali della città: invano. Poi hanno trovato un giovane avvocato: Chiara Boschetti, anche se non ha mai visto il film Erin Brockovich, si è presa a cuore la loro causa e ha trascinato tutti i poteri forti della città in tribunale.

Tutto comincia il 26 luglio 1867, muore a Ravenna Carlo Galletti Abbiosi. Più di 40 sacerdoti celebrano funerali solenni alla presenza di tutta la nobiltà e della popolazione. Nella cappella si tesse l’elogio delle virtù civiche, umane e religiose dell’ultimo discendente del ricco casato. Il conte non ha figli. Si apre il testamento: la moglie Geltrude Galletti Lovatelli è l’erede universale di un patrimonio che deve essere destinato alla creazione di un istituto «dove siano accolte, mantenute e istruite fanciulle tra 7 e 12 anni, orfane almeno di padre».

L’esecuzione della sua volontà e la successiva amministrazione dei beni vengono affidate dal nobile a una commissione così composta: l’arcivescovo di Ravenna, il canonico più anziano della Metropolitana (sede episcopale più importante della provincia ecclesiastica), il parroco della chiesa di San Pietro Maggiore, il sindaco, il presidente della Cassa di risparmio e il primo massaro della Casa Matha, associazione di uomini importanti della città.

La contessa muore nel 1876, l’anno dopo viene aperto l’orfanotrofio. Il conte nel suo testamento ha previsto tutto nei dettagli. Le alunne all’ingresso devono ricevere una dote che deve essere conservata e mantenuta versando loro 26 lire l’anno. Inoltre, quando le orfane sono in grado di lavorare all’interno della struttura, devono percepire due terzi del relativo salario (il resto deve andare all’istituto) che verranno depositati nella Cassa di risparmio e consegnati loro all’uscita dall’orfanotrofio.

Le cose non sono andate proprio così. Incontrando Panorama a Ravenna, quattro ex alunne orfanelle raccontano di condizioni di vita nell’orfanotrofio di totale indigenza, se non addirittura indecorose. Le allieve possono fare il bagno una volta l’anno, lavarsi i capelli ogni sei mesi; vengono date loro scaglie di sapone al posto del dentifricio e fogli di giornale invece della carta igienica; ogni sera c’è il controllo delle mutande e, quando non sono pulite, si è costrette a metterle in testa per fare il giro del refettorio.

Giovanna Ceccarelli è una delle due sorelle artefici di questa battaglia. «Siamo uscite dal Galletti a 18 anni, senza nulla di nulla in mano. Ti facevano andare via a sorpresa, spesso in piena notte. Ti svegliavi la mattina, mancava una tua amica, ti chiedevi che fine avesse fatto, non la vedevi più. Io sono stata mandata in Germania da una coppia di anziani come dama di compagnia. Sono arrivata lì, il marito era morto e la donna mi teneva chiusa in una soffitta con cinque gatti. Sono riuscita a scappare. Con mia sorella siamo finite da un vecchio zio, con due cugini maschi di cui uno malato di mente. Quando lo zio è morto siamo state sfrattate dalla casa».

Negli anni a cavallo delle due guerre il destino delle figlie di N.N., come veniva scritto sui loro documenti, era durissimo. Molte avevano perso il padre in guerra o entrambi i genitori sotto i bombardamenti. Giovanna Bentini dopo il Galletti era stata presa in casa da una coppia di persone che definisce «bigotte e false». Racconta: «Lui aveva 75 anni e si è invaghito di me. Ha provato a violentarmi, ho provato a denunciarlo ma mi ha pregato in ginocchio. Poi ha detto alla moglie che ero io a provarci con lui. Nel giro di poco mi hanno fatto sposare un nipote disoccupato e malato. Ho avuto una figlia. Ho patito la fame».

Ivana è stata più fortunata. «Forse perché ero assente. La mia mente stava altrove, pensavo ai fatti miei e se c’era da prendere le botte le prendevo e basta: avevo il sedere duro come il granito». Il destino migliore è toccato a Maria, che ha potuto studiare, si è diplomata e ha trovato lavoro alle Poste. Si è sposata, ha avuto dei figli e ha vissuto una vita normale. Nessuna di loro sapeva che sotto il tappeto di miseria che hanno calpestato per tutta la vita si nascondeva un patrimonio che da cenerentole le avrebbe trasformate in persone normali.

La scoperta è di qualche anno fa. Le sorelle Ceccarelli da piccole hanno sentito parlare di un’eredità. La vita con loro è stata poco generosa e decidono di vederci chiaro. Spulciano atti, documenti, registri. Setacciano biblioteche, l’archivio di Stato. Nel testamento del conte c’è una clausola, una condizione risolutiva, come la chiama l’avvocato Boschetti: «Nel caso che le medesime norme non fossero rigorosamente eseguite per qualsiasi motivo, sia anche per legge, io intendo e voglio che la mia stessa eredità, o il compendio dei beni che formerà la dotazione dell’orfanotrofio, cessi di appartenere a questo e si devolvano pienamente liberi a tutte le alunne che in tale epoca si troveranno nel conservatorio e che siano tra loro divisi in parti uguali». Poche righe al cui confronto un bacio del più bel principe azzurro è solo un umido posare di labbra.

L’orfanotrofio è stato chiuso nel 1974. La volontà del conte sarebbe stata completamente disattesa. Almeno questa è la convinzione delle ex orfanelle e del legale che ne rappresenta una trentina. L’avvocato Boschetti ha lavorato sodo e sta finendo di ricostruire le tracce di un patrimonio composto di una ventina di immobili e una trentina di terreni, che però nel corso degli anni sarebbe stato depauperato con vendite di beni ritenute «illegittime».

Un esempio? L’avvocato cita la vicenda di Palazzo Grossi, ceduto nel 1947 a uno sconosciuto, Angelo Tassinari, per un valore ritenuto incongruo: 3 milioni di lire. Sei anni più tardi, però, lo stesso palazzo viene riacquistato dalla Cassa di risparmio di Ravenna. Contro tutti questi atti l’avvocato Boschetti mostra un articolo del testamento: «L’orfanotrofio da me istituito erede proprietario non potrà mai essere congiunto, concentrato e incorporato con altro istituto, né privato né di pubblica beneficenza».

Adesso toccherà al giudice, in sede civile, scrivere le ultime pagine di questo romanzo. La prima udienza c’è già stata. E delle potenziali 339 ex orfanelle che avrebbero diritto a una quota di eredità ne sono già state trovate circa 100, specie dopo l’appello lanciato in televisione a Chi l’ha visto?. Intanto in sede penale un altro magistrato indaga per una presunta malversazione ai danni dello Stato: i fondi pubblici stanziati per il Giubileo sarebbero stati usati per ristrutturare il palazzo sede dell’ex orfanotrofio per trasformarlo non in un centro ricettivo per pellegrini ma in un albergo di classe.

Commenti

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Il 11 Febbraio 2010 alle 15:51 gratis ha scritto:

http://www.youtube.com/watch?v.....YVKI1GnJqA

Il 14 Febbraio 2010 alle 17:40 Panorama in edicola - n°07/2010 - Panorama.it - Panorama.it ha scritto:

[...] nero» di Ignazio Ingrao SPOSE PER FORZA Noi, schiave del matrimonio di Fausto Biloslavo RIVINCITE Le vecchiette che fanno tremare Ravenna di Carmelo Abbate ALL’INDICE Sei mio nemico? Vai indagato di Silvio Del Vigo MISSILE UMANO Un eroe [...]

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