Tatò: Clooney non sa licenziare

Georges Clooney, Up in the air (EPA/DALE ROBINETTE)

Georges Clooney, Up in the air (EPA/DALE ROBINETTE)


Quando sullo schermo iniziano a scorrere i titoli di coda del film Tra le nuvole, il suo primo commento è scettico. D’altra parte, aver visto George Clooney nei panni di un apatico licenziatore seriale, ingaggiato dalle aziende per cacciare i dipendenti, a Franco Tatò, 77 anni, uno dei più famosi manager italiani e il più grande tagliatore di teste mai visto in Italia, dev’essere parso un affronto insopportabile. Per capire chi è Tatò basta raccontare questo episodio: tra il 1996 e il 1997, da capo dell’Enel, ridusse il personale da 96 mila a 78 mila unità e, quando la commissione Attività produttive della Camera gli chiese se i tagli fossero finiti, lui rispose: «Chi lo sa, io non metto limiti alla Provvidenza».

Spiega Tatò: «Quella di Clooney è una figura fittizia che in Italia non esiste, perché se esistesse la possibilità di licenziare i lavativi si potrebbero evitare le mobilità di massa. Per colpire chi non lavora bisogna colpire anche chi non ha colpe».

Detto questo «Kaiser Franz», come viene chiamato, si scioglie. E non è facile vederlo così. Quando parla dei suoi licenziamenti seriali mostra un lato del suo carattere che ha sempre nascosto per paura che gli rovinasse la fama di duro costruita in 50 anni di lavoro. «Il senso di colpa per i licenziamenti che si decidono si supera con il principio di necessità: quello che faccio è giusto per la sopravvivenza dell’insieme, cioè dell’azienda. Se non si fa così, invece di perdere il posto in 10 oggi lo perdono in 20 domani». Però il principio di necessità è un alibi che tiene fino a un certo punto. «Clooney non sta male quando licenzia, invece nella vita reale si sta malissimo. Io mi sento malissimo quando licenzio. Si sta male soprattutto quando si devono licenziare persone che non c’entrano nulla. Se in un’impresa ci sono troppi fattorini, la colpa non è loro, bensì di chi li ha assunti, i colletti bianchi, che poi li fanno licenziare da qualcun altro dando la colpa alla recessione. Perciò se tornassi indietro non c’è un solo licenziamento di manager che non rifarei, perché c’è sempre stato un ottimo motivo per allontanarli».

Diverso il discorso per i licenziamenti di massa: «Quelli provocano sempre un turbamento. Infatti io non ho rimorsi personali ma solo grandi dispiaceri collettivi». Il problema è che la realtà raccontata da George Clooney, una specie di avatar di Franco Tatò, è quella che l’Italia deve ancora affrontare davvero.

«Una volta le imprese erano fatte a piramide, il vertice trasformava le informazioni provenienti dalla base in decisioni strategiche» spiega Tatò. «L’informatica ha appiattito la piramide perché le informazioni sono disponibili a tutti contemporaneamente e questo ha reso i colletti bianchi al centro della piramide del tutto inutili. Prima o poi questo processo toccherà anche noi». E allora saranno dispiaceri.

Commenti

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Il 12 Febbraio 2010 alle 17:53 jane55 ha scritto:

Forse qualche volta ci si dimentica che non è il povero fattorino o l’impiegatuccio modellofantozzi, a mandare in malora le aziende, ma quei manager che normalmente giocano ad asso piglia - tutto.Quindi se proprio dobbiamo licenziare senza farci venire sensi di colpa… meglio puntare in alto.

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