L’indagine sul presunto complotto barese ai danni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, annunciata alla fine di gennaio da Panorama, prosegue e si arricchisce ogni giorno di nuovi capitoli.
Uno degli ultimi colpi di scena dell’inchiesta sul cosiddetto affaire D’Addario è stato l’acquisizione da parte degli investigatori di alcuni fotogrammi scattati da un detective privato.
Le immagini immortalano almeno due incontri fra alcuni dei personaggi chiave della vicenda. Incontri che sarebbero avvenuti prima che la escort Patrizia D’Addario andasse a testimoniare dal pm Giuseppe Scelsi, l’8 giugno 2009, sulle sue visite a Palazzo Grazioli, la residenza privata del premier, dove era stata condotta dall’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini. Per l’accusa, quei rendez-vous potrebbero essere qualcosa di più di una coincidenza.
L’esistenza delle immagini era stata annunciata per la prima volta il 31 gennaio da Libero, e due giorni dopo Il Fatto quotidiano aveva rivelato i nomi dei soggetti fotografati: il senatore del Pd Alberto Maritati, il pm Scelsi, l’avvocato di Patrizia D’Addario, Maria Pia Vigilante, e «un giornalista». Maritati stesso (vedere il riquadro a pagina 54) ha ammesso gli incontri in un’intervista televisiva con Mauro Giliberti di TeleRama, sottolineando però di avere incontrato persone «che conosco da quarant’anni», come Scelsi e Vigilante.
E chi è «il giornalista»? Si tratta di Maddalena Tulanti (oggi responsabile al Corriere del Mezzogiorno di Bari), coautrice dell’autobiografia di Patrizia D’Addario ed ex cronista dell’Unità, dove ha lavorato, fra gli altri, con Massimo D’Alema, ex direttore della testata.«La conosco, ma non la frequento» ha dichiarato Maritati davanti alla telecamera. E non ha escluso che il giorno in cui ha incontrato l’avvocato Vigilante ci fosse anche Tulanti. Maritati, peraltro, ha insistito a definire «demenziale» l’idea del complotto, incolpando Panorama di averlo indicato come il «puparo» dello scandalo. Accuse che denotano nervosismo. Infatti nella prima puntata dell’inchiesta sul D’Addariogate Panorama non ha mai nominato Maritati e nella seconda lo ha fatto esclusivamente citando quanto ne aveva scritto Il Fatto quotidiano.
Intanto la vicenda delle foto (ma gli incontri sarebbero stati anche videoripresi dalla polizia giudiziaria) ha assunto i contorni di un giallo. Tanto che in città tutte le agenzie investigative negano di avere fatto quegli scatti e i legali di Tarantini (l’uomo che avrebbe ingaggiato lo 007 privato, dopo avere scoperto che la escort aveva registrato varie conversazioni) assicurano che l’imprenditore non ha mai conferito quell’incarico.
Ma allora per chi lavorava l’investigatore? E chi stava pedinando? A fine gennaio 2010 il presunto detective, alto e sulla quarantina, ha offerto le foto a una giornalista pugliese: Francesca Pizzolante, cronista giudiziaria di TeleRama: «L’uomo» dice la cronista «si è presentato come Nico e mi ha dato un numero di cellulare. Mi ha agganciato davanti al tribunale e mi ha detto di avere alcune foto “delicate” da mostrarmi. Dopo alcuni giorni, il 6 febbraio, mi ha dato un appuntamento in un bar di Bari vecchia. So che, come me, ha contattato altri colleghi».
E che cosa si vede nelle immagini? «Erano due stampe» risponde Pizzolante «che ritraevano alcune persone a mezzo busto dietro la vetrata di un bar, presumibilmente sedute: in una fotografia erano insieme Maritati, Vigilante e la giornalista Maddalena Tulanti; nell’altra c’erano, invece, Maritati e Scelsi». Le foto parevano scattate in giorni diversi? «Non lo so, ma Maritati era vestito sempre allo stesso modo, con un trench mezza stagione blu».
Il dato di fatto, che potrebbe essere anche una pura coincidenza, è che pochi giorni prima che lo scandalo scoppiasse s’incontrarono personaggi che sarebbero ricomparsi nell’affaire D’Addario.
Le indagini sul presunto complotto procedono di pari passo con quelle aperte dalla procura sulla fuga di notizie legata alle registrazioni della escort e ai verbali di Tarantini. In questo secondo filone, gli inquirenti hanno messo nel mirino, fra gli altri, un alto ufficiale della Guardia di finanza che avrebbe effettuato decine di telefonate, la maggior parte a vuoto, a un’altra donna coinvolta nell’inchiesta.
Ma anche le indagini patrimoniali su Patrizia D’Addario stanno offrendo interessanti spunti. La settimana scorsa Panorama ha rivelato che gli inquirenti avevano individuato un conto corrente sul quale era depositata una somma «non lontana dal milione di euro». Il giorno dopo l’uscita del settimanale, D’Addario ha convocato una conferenza stampa riservata solo ad alcune testate. E ha dichiarato: «Io e la mia famiglia abbiamo dei soldi sul libretto bancario: sono ciò che ci resta dell’eredità di mio padre dopo la vendita di alcuni immobili».
La escort ha però preferito non indicare la cifra presente sul conto. Si è solo premurata di aggiungere che il gruzzolo non è costituito solo dalla vendita di case e terreni: «Ci sono anche i proventi della mia precedente attività di escort, di cui non ho mai fatto mistero».
In una denuncia del luglio 2007, Patrizia aveva però dichiarato ai carabinieri che gli incassi non erano lauti: «Con Giuseppe Barba (il suo ex amante e protettore, ndr) dividevamo i guadagni al 50 per cento; però tutte le spese erano a mio carico: camere, pranzi, benzina…».
Per un periodo gli introiti addirittura crollarono: «Dai primi di giugno 2007» continua Patrizia «Barba mi portava a prostituirmi sulla statale 98. Il costo della prestazione su strada, su sua disposizione, doveva essere di 50 euro: un prezzo accettabile per avere più clienti possibile, ma io al fine di scoraggiare i clienti ne chiedevo 100 o 200».
Successivamente D’Addario torna a vendersi in appartamento, ma i guadagni, almeno a leggere la denuncia, per lei terminano del tutto: «Gli incontri avvenivano quotidianamente e con una consistenza di due o tre rapporti al giorno, per un importo che variava da 250 a 500 euro a prestazione, che il Barba incassava totalmente perché a suo dire aveva urgente bisogno di soldi».
Di certo le sue dichiarazioni dei redditi non aiutano gli inquirenti a risalire alle effettive consistenze delle sue entrate. Si va dal milione di lire denunciato nel 1999 ai 15 mila euro di media degli anni successivi, con un picco di 26 mila nel 2004 (tutti redditi da fabbricati). Di certo i soldi sono il filo d’Arianna che gli investigatori stanno cercando di riavvolgere per comprendere la genesi dello scandalo e per capire se davvero la escort abbia ricevuto qualche altro compenso per avere cercato di mettere in difficoltà il presidente del Consiglio.
Per gli inquirenti qualcosa non torna nell’autobiografia della donna, consegnata alla giornalista Tulanti: una «spalla» lunga 237 pagine su cui piangere e compiangersi. Tanto da diventare un’eroina della sinistra caviar, beatificata in un mirabile ritratto del Manifesto il cui assunto è: la povera escort sfruttata, ma indomata dal sultano-padrone, si è prostituita per sopravvivere e per costrizione. Peccato che in banca abbia centinaia di migliaia di euro («Quei soldi» obietta lei «servono per costruire il mio residence, è come se non ci fossero»): un malloppo neppure immaginabile per i comuni mortali.
Ma Patrizia D’Addario è sdoganata nei salotti delle compagne più pensose e impegnate. Di proletario, intendiamoci, ha ben poco: infatti il sabato a Bari, insieme con la figlia quindicenne, è stata più volte notata a fare incetta di abiti griffati in un negozio del centro. La famiglia vive in un bell’appartamento, e lei risiede in un residence a pochi passi dal mare di Palese. E Barba, l’uomo che la iniziò alla prostituzione, è ormai uscito dalla sua vita.
La verità è che D’Addario è la signora delle contraddizioni e dei misteri. C’è chi la considera una persona dalla personalità fragile (sfortunatamente un germe di famiglia) e chi una novella Mata Hari. «È una donna tutta chiacchiere» taglia corto Rocco, imprenditore delle Murge che per sei-sette anni l’ha frequentata. «L’ho aiutata dopo la morte del padre» ricorda. «Era appena tornata da Miami, dove aveva lasciato una vita quasi da telefilm».
A partire dal 1999, contemporaneamente a Rocco, la escort frequenta il suo amante ufficiale e futuro protettore, Barba. Con lui fa un paio di crociere e diversi viaggi. La moglie di Barba, Dina, ha denunciato più volte Patrizia D’Addario e con Panorama ricorda: «Mi scriveva lettere minatorie e una volta, per farmi capire che mio marito era il suo uomo, ha tappezzato con le foto di lui nudo tutti i negozi della zona. Un’umiliazione terribile. Mi spediva anche le immagini di loro due in vacanza, dopo avere ritagliato la propria testa».
D’Addario, a sua volta, ha accusato Dina di averla calunniata, aggredita e minacciata.
La escort in questi anni ha attraversato decine di indagini per truffa, maltrattamenti, sfruttamento della prostituzione, persino per tentato omicidio. E, per galleggiare in mezzo a tanti procedimenti, ha messo a punto un sistema da vera investigatrice. Il primo uomo che ha cercato di incastrare con le sue registrazioni è stato un tecnico comunale che in cambio di un’accelerazione di una pratica le aveva chiesto favori sessuali. La sua denuncia, con microcassetta annessa, giace in procura.
Tra il dicembre 2005 e il gennaio 2006 Patrizia ha provato a mettere alle corde il suo amante-protettore, in un’escalation, secondo i molti testimoni ascoltati da Panorama, degna del film Attrazione fatale. Nel gennaio del 2006 la escort ha bussato in questura per presentare la tredicesima denuncia per violenze e induzione alla prostituzione contro Barba. Ma quel giorno, invece delle solite videocassette, ha allegato perfino un lungo nastro vhs con diversi filmati.
I poliziotti che hanno visto i video sono rimasti assai scossi. Nel verbale d’ispezione datato 7 gennaio 2006, a un certo punto, annotano: «Nella scena viene ripreso un rapporto sessuale tra il Barba e la D’Addario e durante l’amplesso i due parlano di trovare una persona da sfruttare, “cui levare la pila” (cioè i soldi, ndr)».
Nell’inquadratura i due appaiono come novelli Bonnie e Clyde. Barba si lamenta del fatto che lei abbia parlato del suo coltello e della pistola con la polizia: «Quelle cose non si dicono mai» la rimprovera. «Ma tu mi hai messo il coltello vicino alla gola, ti rendi conto di quello che mi hai fatto quella sera? Mi hai spezzato un dito». Poi Patrizia aggiunge: «Per colpa tua sono diventata una porca».
Il protettore della escort finisce in prigione nel giugno del 2006. Anche se i due non hanno mai smesso di frequentarsi. Due mesi prima dell’arresto, l’uomo e Patrizia D’Addario si erano presentati in procura insieme. L’amante aveva deciso di rimettere una querela per tentato omicidio contro D’Addario. Nell’occasione la escort aveva dichiarato che «a oggi convive felicemente con il Barba Giuseppe e di non avere alcun risentimento nei suoi confronti».
Insomma, un continuo tira e molla che alla fine indispettisce avvocati e investigatori, che smettono di darle retta. Tre anni dopo D’Addario diventa la escort più famosa del mondo. Anche se ora chiede di essere dimenticata perché, dice, vuole «riprendere a vivere e tornare a fare l’artista», quale si sente dai tempi in cui faceva la prestigiatrice.
Ma di quel suo passato creativo nell’archivio del tribunale resta solo un suo fotoromanzo erotico, intitolato Diavoli, dove Patrizia recita a seno nudo, bendata e legata. All’epoca il suo nome d’arte era «Patty love». La trama è quasi profetica: Patty si concede a un regista per fare carriera e poi, sentendosi usata, preannuncia minacciosa: «Gli farò pagare ogni attimo che mi ha toccata, palpata, posseduta». Nell’archivio dell’ufficio del giudice tutto sembra improvvisamente chiaro. In attesa che siano gli inquirenti a svelare il mistero D’Addario.
- Venerdì 12 Febbraio 2010

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Commenti
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Il 31 Maggio 2010 alle 19:00 foxgrin ha scritto:
La D’Addario ha fatto il suo lavoro anche se non con tanta etica ma chi l’ha sfruttata è a tutti gli effetti un magnaccia.
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