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	<title>Italia &#187; Pd, scene da un suicidio collettivo: Pier Luigi e i 7 nani</title>
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	<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 12:46:41 +0000</pubDate>
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		<title>Pd, scene da un suicidio collettivo: Pier Luigi e i 7 nani</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 15:52:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo puca</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[A tre mesi dall’elezione a segretario c’è già chi parla di dopo Bersani. E ferve l’attività delle sette correnti per scaricarlo. Senza rendersi conto che sotto le macerie del Pd rischiano di rimanere tutti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_12056" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://blog.panorama.it/italia/files/2010/02/faida-pd.jpg"><img src="http://blog.panorama.it/italia/files/2010/02/faida-pd-large.jpg" alt="Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani" width="500" height="285" class="size-large wp-image-12056" /></a><p class="wp-caption-text">Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani</p></div><br />
Un nuovo partito della sinistra, spiccatamente meridionalista: <strong>Antonio Bassolino</strong> l’ha ipotizzato con <strong>Nichi Vendola</strong> di Sinistra e libertà e<strong> Marco Di Lello</strong> dei socialisti. <span id="more-13035"></span><br />
Il progetto, velato almeno fino alle regionali, presuppone il battesimo della costola sudista del «nuovo Ulivo» federalista tratteggiato da un buon amico del governatore campano, <strong>Sergio Chiamparino</strong>, l’irruente sindaco di Torino che il 2 febbraio ha dichiarato «fallita» l’esperienza del Partito democratico, aprendo ufficialmente il tema del dopo Bersani ad appena tre mesi dalla sua investitura a segretario. Un record.</p>
<p>«Chiamparino si propone per fare il candidato premier alle prossime politiche. Mi sembra interessante» dice Mario Barbi, il più prodiano dei deputati. Non è solo. Chiamparino è «interessante» pure per Goffredo Bettini, per esempio, e per Arturo Parisi e altri ancora. Uomini di spada e di penna. In qualche caso di voti.</p>
<p>E così fanno sette. Come i re di Roma e le meraviglie del mondo. Più modestamente, sono i nani delle correnti del Pd: <strong>Massimo D’Alema</strong> (Brontolo), <strong>Walter Veltroni</strong> (Cucciolo), <strong>Dario Franceschini</strong> (Gongolo), <strong>Beppe Fioroni</strong> (Pisolo), <strong>Piero Fassino</strong> (Mammolo), <strong>Ignazio Marino</strong> (Dotto) e, appunto, l’ultimo <strong>Chiamparino (</strong>Eolo).</p>
<p>Il principe azzurro, anzi rosso, è <strong>Carlo De Benedetti</strong>, detto «l’Ing.», editore del gruppo editoriale L’Espresso. Biancaneve è invece <strong>Pier Luigi Bersani</strong>, il segretario, l’unico privo di una corrente personale, laddove però la leadership è prigioniera delle componenti. E le mele avvelenate sono tante.</p>
<p>«Diamo un senso a questa storia» recita il noto slogan di Bersani. Ecco, il senso è che a spacciare le mele non è la strega cattiva <strong>Silvio Berlusconi</strong>. No, sono almeno quattro nani su sette. I quali, in barba ai fratelli Grimm, scavalcano Biancaneve per tentare pure loro il fidanzamento col principe. Che ricambia, eccome.</p>
<p>Stracciata la tessera numero uno del Pd dopo il fallimento del suo ex unto Veltroni, l’Ing. ha minato ciò che resta del dalemismo. Obiettivo: il crollo di D’Alema e il commissariamento di Bersani per far (ri)diventare <em>Repubblica</em> l’unico vero partito della sinistra e da quel pulpito condizionare la politica italiana. Oltre che salvaguardare gli interessi economici del gruppo, non più dominanti. Almeno l’Ing. è ingegnoso di soprannome e di fatto, ha uno scopo a motivare le sue azioni. L’obiettivo dei nani è viceversa inspiegabile. Uccidere Biancaneve equivale a uccidere se stessi, a pianificare l’ultimo atto di un suicidio politico collettivo. Già morti Veltroni, Franceschini, <strong>Romano Prodi</strong> e gli altri, soppresso anche Bersani, del Pd resterebbero soltanto macerie. Sotto ci finirebbero tutti. Ridotti a cadaveri o zombie politici.</p>
<p>Di per sé squalificata dalle inchieste di Bari, Bologna, Salerno, Napoli, Firenze, Reggio Calabria, Potenza, la nomenclatura s’è intestardita a consumare continue faide politiche. Ed errori, quanti errori, anche del segretario. Bersani è giustizialista se insegue <strong>Antonio Di Pietro</strong>, cattolico per irretire l’Udc, iperlaico quando candida <strong>Emma Bonino</strong> nel Lazio. «Il Pd non è né di lotta né di governo» sostiene l’editorialista di <em>Stampa</em> e <em>Panorama</em> <strong>Luca Ricolfi</strong>.</p>
<p>Ed ecco perché in tanti scappano dal partito. Il giudizio, netto, è del filosofo sindaco di Venezia <strong>Massimo Cacciari</strong>: «Per lasciare il Pd bisognerebbe che il Pd ci fosse. Quando ci sarà, farò sapere se lo lascio o resto». Corrosivo.</p>
<p>«La sinistra nelle varie città e regioni va progressivamente autonomizzandosi dal centro», risultato: «la scomparsa di un vero organismo politico nazionale» puntualizza <strong>Ernesto Galli della Loggia</strong>, firma del <em>Corriere della sera</em>. «Stanno proliferando i partiti personali, cordate che tengono in vita soltanto le carriere dei singoli» accusa l’ex direttore dell’<em>Unità</em> <strong>Peppino Caldarola</strong>. Difficile contraddirli.</p>
<p>Non bastava il caso Vendola, la sconfitta alle primarie pugliesi, la fuga dell’Udc di <strong>Pier Ferdinando Casini</strong> dal patto siglato con D’Alema. Né la faida campana, consumata tra Bassolino e il candidato prescelto, <strong>Enzo De Luca</strong>, e quella calabrese, che vede soccombere Bersani dinanzi ad <strong>Agazio Loiero</strong>. Né, ancora, il continuo perdere pezzi, dal <strong>Francesco Rutelli</strong> fondatore dell’Api ai cattolici finiti nell’Udc, <strong>Enzo Carra, Renzo Lusetti</strong> e <strong>Paola Binetti</strong>. E il no di Prodi alla candidatura a Bologna; e l’ingerenza di Di Pietro, che continua a sottrarre uomini di valore al Pd, come <strong>Lorenzo Diana</strong>, un simbolo della lotta alle mafie. Insomma, non bastava tutto questo, ci voleva pure l’Umbria.</p>
<p>Qui il governatore uscente <strong>Maria Rita Lorenzetti</strong> ha dovuto abdicare per il veto di Area democratica, la corrente di Franceschini e Veltroni, per settimane pressanti sul nome di <strong>Mauro Agostini</strong>. Allora Bersani decide per le primarie, da celebrare il 7 febbraio, e candida una delfina di Lorenzetti, <strong>Catiuscia Marini</strong>. Pochi giorni prima che fanno quelli di Area democratica? Litigano tra loro, Franceschini decide per il candidato di Beppe Fioroni, tale <strong>Gianpiero Bocci</strong>. Agostini si ritira. Veltroni si scinde da Franceschini: prima sostiene per ritorsione la candidata di Bersani e poi condensa, semiclandestino, la sua corrente nella Fondazione democratica. Anti Bersani, naturalmente. E anti Franceschini, perché inciucerebbe con D’Alema. Agostini cita padre Ernesto Balducci: «Quando i nani fanno le ombre lunghe è l’ora del tramonto».</p>
<p>Raccontano dalle segrete stanze del Pd che ora tutto dipende dalle regionali. Il segretario sogna di vincere in almeno otto regioni su 13. Ma già un 7 a 6 gli permetterebbe di scatenare le tre E: egemonizzazione del partito (con la messa all’angolo dei suoi avversari interni); eradicazione della comunicazione (Bersani è l’unico nel partito a non avere giornalisti di riferimento né alla Rai né alla direzione dei due quotidiani del Pd, <em>Europa</em> e <em>Unità</em>, e persino la tv YouDem gli è estranea); emancipazione da D’Alema. L’impresa più ardua. Per <strong>Fabrizio Rondolino</strong>, membro dello staff dalemiano a Palazzo Chigi, «tutti hanno paura di lui perché li ha fatti tutti lui, Prodi, Fassino, Veltroni e gli altri». Ma anche perché è D’Alema il referente dei poteri forti italiani: quanto ancora lo si intuirà dalle prossime nomine a Enel, Eni e Ferrovie.</p>
<p>E poi, a scanso di agguati, D’Alema si è assegnato la presidenza del Copasir, il comitato sui servizi segreti che lo rende ancora più influente. Il 26 febbraio, infine, con la sua fondazione ItalianiEuropei e quella MezzogiornoEuropa di <strong>Andrea Geremicca</strong>, amico fraterno del capo dello Stato, presenterà a Napoli <em>Il patto che ci lega</em>, il libro di <strong>Giorgio</strong> <strong>Napolitano</strong>. Perché un amico al Colle fa sempre bene. Lo sanno i bambini, figurarsi lui.</p>
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