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	<title>Italia &#187; Marcello Dell&#8217;Utri: lo zio di Sicilia</title>
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	<description>Canale Italia di Panorama.it</description>
	<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 18:29:09 +0000</pubDate>
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		<title>Marcello Dell’Utri: lo zio di Sicilia</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Apertura#1]]></category>

		<category><![CDATA[Gaspare Spatuzza]]></category>

		<category><![CDATA[Marcello-DellUtri]]></category>

		<category><![CDATA[massimo-ciancimino]]></category>

		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

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		<description><![CDATA[Assedio giudiziario Riscontri? Nessuno. Accuse? Per sentito dire. E da un morto che non può smentire. Marcello Dell’Utri, fra ricordi palermitani, ironie e citazioni letterarie, racconta l’inchiesta che lo vuole mafioso. E tanto altro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-13192" src="http://blog.panorama.it/italia/files/2010/02/dellutri-large.jpg" alt="Marcello Dell'Utri: lo zio di Sicilia" width="500" height="423" /></p>
<p><strong>di Pietrangelo Buttafuoco</strong></p>
<p>Eccolo, il siciliano. Ecco il mafioso. È un gatto di marmo, imperturbabile, e però ironico: «Chi è più cretino, il cretino o chi gli corre dietro? È un modo di dire palermitano». E gli corrono dietro tutti a <strong>Massimo Ciancimino</strong>. Il dichiarante, il testimone privilegiato al processo Mori, a Palermo, dove ogni giorno ne viene fuori una, tipo: la mafia inventa Forza Italia. «Tutti appresso a lui: la procura, la stampa, i politici, la libera opinione pubblica».<br />
<span id="more-13066"></span></p>
<p>Eccolo, <strong>Marcello Dell’Utri</strong>. È il fratello terribile di Silvio Berlusconi, l’artefice del patto tra la mafia e lo Stato nella fondazione di Forza Italia, l’uomo di raffinate letture che scende a patti con la teppa: «Altro che. Perfino io, guardando me stesso dall’esterno, mi riconosco tale. E perché non dovrei, se lo scrivono i giornali, se la magistratura militante asseconda questa stessa lettura? Solo chi mi conosce ride sopra tutto ciò, chi non sa nulla di me, invece, è portato a credere a tutto ciò. E mi chiedo: ma perché i Totò Riina, i Bernardo Provenzano e tutti gli altri mafiosi detenuti, visti i benefici di cui godono quelli che accusano Berlusconi, non cominciano adesso col dire che io e Silvio, invece che andare per trans, andavamo per mafiosi? E infatti: abbiamo fatto le stragi, armato i killer, chiesto il pizzo e comandato, infine, tutta la criminalità organizzata. Ecco, perché non dicono tutto ciò? Sarebbero portati a esempio dai giornali, dalle trasmissioni tv, dai magistrati, così come è successo con <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, come sta succedendo al figlio di quello che ha fatto di Palermo, la bellissima città dei giardini, un obbrobrio urbanistico che tutti oggi guardano con sgomento. Ecco: cosa trattiene Riina e Provenzano dal fare tutto ciò, il fatto di essere delle persone serie? Ma questo riconoscimento di serietà, certo, non lo voglio dare a dei criminali efferati, altrimenti mi aprono un altro capitolo come quello del Mangano eroe».</p>
<p><strong>Forse perché non sarebbero ritenuti credibili, non potrebbero fornire riscontri.<br />
</strong>E quale credibilità, quale riscontro sta portando adesso il giovane Ciancimino? Questo dice serenamente che andava da Provenzano, all’epoca il più pericoloso dei latitanti, si recava da lui per consegnargli i celebri pizzini e nessuno, nessuno, si poneva il problema di arrestarlo? A me sembra che si stia ripetendo il solito schema, ovvero il giovanotto in questione si scappotta un bel po’ di guai: cinque anni di condanna, pena mai. Con una lievitazione graduale dell’oggetto inquirente dove, dopo una serie d’ammiccamenti sparsi durante una deposizione, si passa alle allusioni, quindi alle illazioni per arrivare infine all’accusa, rende servigio al teorema degli inquirenti…</p>
<p><strong>Come, il teorema?<br />
</strong>Insomma, prima si fa il disegno, dopo si aggiungono i particolari, fino ad arrivare al colpo di scena, ma senza per questo avere una conoscenza diretta del fatto, solo per sentito dire.</p>
<p><strong>Quello che nel linguaggio dei giudici è il «de relato».<br />
</strong>Solo che in questo caso il de relato è del morto con cui è complicato avere il raffronto. Come si può, infatti, chiedere alla buonanima un sì o un no? A proposito: devo ricordarmi di giocare il 31 e il 47. Su tutte le ruote per non sbagliare. Il 31 è il morto, il 47 morto che parla. Magari ci ricavo qualcosa da questa storia.</p>
<p><strong>Coi vestiti di taglio affettato che gli si sgonfiano dentro ma, soprattutto, con questi occhiali tondi dove le pupille gli galleggiano dentro, come da un fluido, con le gote cave poi, il Massimo Ciancimino, non sembra proprio…<br />
</strong>Ma certo, Chiarchiaro, il protagonista della Patente di Luigi Pirandello, quello che, scoprendosi maschera di menagramo, pretende di avere un riconoscimento ufficiale.</p>
<p><strong>E che si pone davanti ora a una, ora a un’altra vetrina, fino a trovare il commerciante più generoso che lo paghi bene per andare a menare gramo da un’altra parte.<br />
</strong>E in questo caso, come in tutti i casi, la vetrina più conveniente per farsi proteggere è sempre quella della sinistra e della magistratura militante. In Italia, quando non c’è scampo, ci si butta sempre a sinistra.</p>
<p><strong>Come fu che tutta la letteratura di racconto della vicenda Dell’Utri diventò letteratura giudiziaria?<br />
</strong>Ebbi la percezione di quello che stava per accadermi guardando la copertina dell’<em>Espresso</em> nel 1994. Era un articolo di Giorgio Bocca: «Dell’Utri mette sottosopra l’Italia». E chi ero, io? Giustamente Berlusconi poteva anche incazzarsi con un titolo così, lui stava facendo la rivoluzione, non io. Ma un fatto è certo. Se non avessi parlato, se, per un malinteso senso di lealtà e correttezza, non avessi scelto di farmi 17 ore in due giorni di parole davanti ai magistrati, non mi sarei ritrovato incastrato da Gian Carlo Caselli.</p>
<p><strong>Un eccesso d’ingenuità in un siciliano come lei?<br />
</strong>Sono gli altri a pensare che i siciliani siano sospettosi. Forse siamo permalosi, esposti ai tradimenti, come mi capitò col famoso Rapisarda, ma quello che tranquillamente riferivo di me stesso e della mia vita, correggendoli spesso, tipo: «Lei ha mangiato al ristorante La Torre di Babele» e io «Ma no, era la Torre di Pisa», e così via, fino a costruire la mia stessa trappola, è il racconto di una vicenda siciliana (dimostrare fatti senza dolo) deformata dalla volontà di&#8230;</p>
<p><strong>Buttarla in politica?<br />
</strong>Allora: che ci sia la combutta tra la magistratura militante e la catena dei dichiaranti ne sono certo. Non ho come dimostrarla questa certezza, certo, non ho prove se non con la verità di cui io sono certo, in interiore e che a questa età, con i miei anni, mi ha mitridatizzato. Contro di me c’è un’altra verità, quella costruita, questa parvenza di verità che mi alita addosso la minaccia di marchiarmi per sempre mafioso, ma io, arrivato alla mia stagione di saggezza, non mi spavento di nulla, supero tutto, ho paura solo del mal di testa. Cosa posso dirle? Faccio il parlamentare per legittima difesa. Sono parlamentare perché sono un imputato. In questa nostra Italia non è concepibile una normale dialettica fra avversari, un’eterna radice di guerra civile vuole contrapposti il male e il bene perfettissimo, quello stesso bene degli Spatuzza, dei Ciancimino e dei loro manovratori che vede negli avversari…</p>
<p><strong>Dei nemici?<br />
</strong>No, degli imputati da mettere al muro. E non ho più paura di nulla, appunto. Mi aspetto giustizia dalla giustizia.</p>
<p><strong>Lei, senatore, è siciliano, tutta una letteratura che si può risolvere in questa battuta di Ficarra e Picone: «Mi vergogno di essere siciliano perché quando sono a Milano e mi dicono mafioso mi scatta dentro un senso di onnipotenza».<br />
</strong>Ma lo sa che a Milano mi succede il contrario? Quelli che si avvicinano a me e se ne ritraggono delusi pensando di trovare uno un poco «’ntisu», solo che neppure tra il serio e il faceto posso vantare quella mafiosità che tutti cercano.</p>
<p><strong>La mafiosità della Bagicalupo, senatore.<br />
</strong>Una cosa gloriosa come quella squadra di calcio è diventata la metafora della criminalità. Ci giocava il fior fiore della Palermo migliore: tutti i figli dell’allora ministro Franco Restivo, i Lanza di Scalea, il procuratore Piero Grasso che anche nei campi di calcio fangosi entrava e usciva coi suoi pantaloncini immacolati… so che ne ha avuto a male di questa mia notazione.</p>
<p><strong>Forse perché c’è una metafora, chissà qual è, e siccome in tutte le cose siciliane il linguaggio non ha innocenza…<br />
</strong>Ma giocava bene, benissimo. Con noi c’erano anche Antonello Perricone, Pietro Calabrese, non c’era solo Carlo Vizzini, ma perché era troppo scarso. Troppo.</p>
<p><strong>Sembra un racconto di Leonardo Sciascia&#8230;<br />
</strong>L’ho conosciuto un giorno a Milano, in una libreria. Mi aggiravo tra gli scaffali quando il proprietario, coccolandomi in quanto cliente spendaccione, mi dice: «Di là c’è Sciascia, lo vuole conoscere?». Io mi limito a rispondere imbarazzato sì, magari lo saluto ma non voglio disturbarlo. Il libraio mi presenta e Sciascia mi porge timidamente la mano, altrettanto imbarazzato di dover fare la conoscenza di uno sconosciuto, ma il libraio, proprio molesto, dice al maestro: «Sa, questo è il dottor Dell’Utri, il braccio destro del dottor Berlusconi». Sciascia fa un’espressione assai significativa: «E cu è?». Inesorabile, il libraio continua: «Quello di Canale 5». Sciascia mostra un sussulto educato e si compiace: «Certo, certo, la guardiamo questa televisione». Soddisfatto di avere trovato almeno quest’appiglio, il libraio prende la copia di <em>Cruciverba</em>, un libro edito dalla Einaudi proprio in quei giorni, e lo porge a Sciascia chiedendogli una dedica per me. Sciascia fa una faccia sconfortata: «E che cosa scrivo?». Il dio del sarcasmo mi venne in soccorso, giusto per non disturbare più quel genio molestato, e fu così che gli suggerii: «Metta cordialmente senza cordialità. Manco mi conosce, non si può sbilanciare». La battuta gli piacque così tanto che gli si sbrogliò lo «scioglinguagniolo». Mi raccontò di quando, da ragazzo, faceva il corrispondente da Caltanissetta per <em>L’Europeo</em>. Il direttore lo incaricò di intervistare Genco Russo, il capo della mafia. Lui si adoperò per trovare contatti, chiamò un avvocato e grazie a questi riuscì ad arrivare da Russo che gli concesse l’intervista. Parlarono, fecero quello che dovevano fare e alla fine, al momento dei saluti, l’avvocato che aveva fatto da tramite porse a Sciascia una copia fresca di stampa di Gli zii di Sicilia, un libro contro la mafia, dicendogli: «Facci una dedica allo zio Genco». Tutto si poteva aspettare il giovane Sciascia, tranne di dover fare una dedica a Genco Russo, ma il dio della genialità gli venne in aiuto. E così gli scrisse: «Allo zio di Sicilia questo libro contro gli zii».</p>
<p>Eccolo il siciliano, ironico. E spietato nella battuta. Nel congedarci dice: «Mi spiace non avere un suo libro da farmi dedicare. Così mi ci poteva mettere “allo zio”».</p>
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