
di Andrea Marcenaro
«Possibile mai che a questo Bertolaso non si trovi una magagna?». Era il 21 aprile dell’anno scorso e, allontanandosi dal concerto per clavicembalo e orchestra con soprano e tromba eseguito in Campidoglio dall’Ensemble collegium musicum dell’Accademia musicale italiana, l’ormai ex sindaco di Roma Walter Veltroni se n’era uscito con quell’espressione d’innocente fastidio. Innocente e comprensibile. Non era facile in effetti, per l’opposizione, trovare una magagna a Guido Bertolaso. In realtà una avevano cercato di appioppargliela nel maggio 2008 i pubblici ministeri napoletani Giuseppe Novello e Paolo Sirleo, a causa della gestione dei rifiuti partenopei del 2006. Ma l’operazione, nome in codice «Rompiballe», oltre al senso più proprio del suo nome non era andata. E l’uomo dalla perenne felpa blu, manco fosse stato il Sergio Marchionne della Protezione civile, vedeva crescere d’ora in ora prestigio e immagine. Proprio crescere. E proprio a vista d’occhio. Fino al punto di diventare un emblema vivente per chiunque, stanco di sentire la politica impegnata costantemente nel dire, intendesse finalmente vederla fare. È diventato uno stereotipo, ormai.
Ma quelle tre parole, fare senza dire, hanno davvero costituito l’alfa e l’omega del Bertolaso pubblico. Ne hanno definito i pregi quanto, a ben guardare, i limiti. È stato sempre nella sua natura sentirsi un tecnico. Doveva anche essere nella sua natura fiancheggiare la politica. Mai viverla, fiancheggiarla. E meglio se democristiana. Questo ha sempre fatto, Bertolaso, fin da ragazzo, non appena è diventato dottore.
Dottore era diventato a Liverpool, giovane specializzato in malattie infettive con negli occhi la figura del dottor Schweitzer. Bravino, il Bertolaso medico, ma ancora meglio si scoprì come organizzatore. Tirò su ospedali dal niente. In Thailandia, due baracchette nella giungla trasformate in efficienti corsie grazie a 300 mila dollari strappati con caparbietà alla nostra ambasciata di laggiù. Nonché all’incontro col primo grosso nome della politica, l’Emilio Colombo democristianissimo ministro degli Esteri: «Bertolaso? Certo che era ambizioso. Ma non chiedeva favori, presentava progetti» ebbe a dire più tardi il ministro.
Dopo l’Asia venne l’Africa. Dopo Colombo, Giulio Andreotti. Dopo la prima esperienza da soldato quasi semplice, la responsabilità dell’Italian medical team, degli aiuti sanitari nel mondo in un periodo, alla chiusura degli anni Ottanta, dove il denaro destinato alla cooperazione internazionale cominciava a girare copioso. Andreotti ne buttava a palate nell’operazione etiopica del Tana-Beles. I socialisti in una fantasmagorica quanto sfortunata metropolitana in Argentina. Bertolaso non osò una parola contro Andreotti. O meglio, fiancheggiava con fare distratto. In compenso faceva. Le uniche parole ripetute come un mantra erano queste: «La sanità italiana nel mondo è una vetrina della nazione. Deve rimanere pulita».
Un fatto è certo: dai suoi uomini mai un rimbrotto, mai una dichiarazione storta, nemmeno un accenno di fronda. Sapeva gestire i collaboratori. Ho avuto occasione di vederlo ballare con i suoi, medici, infermieri ed elettricisti, in una festa tuareg del villaggio di Diré, nel Mali, vicino a Timbuctu. Non posso affermare, in tutta coscienza, che la festa pullulasse di ballerine brasiliane. Era andato a controllare l’efficienza di un ospedale impiantato laggiù, e ha festeggiato poi, con entusiasmo, in una festa esageratamente locale. La popolazione, questo invece si può dire, lo amava molto.
Nel frattempo, in Italia, si era molto legato al ministro degli Esteri Beniamino Andreatta. Nell’arco dell’ultimo trentennio Bertolaso ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità sotto vari governi: dall’Andreotti V al Berlusconi IV. E non ha mai pronunciato una sillaba su questioni che non gli competessero: «Sono un servitore dello Stato, non dei governi» ama ripetere. Indipendenza, forse, o forse altro. Se di moda si trattasse, però, occorrerebbe ammettere che gli piace assai, dal momento che la segue da una vita. Fare senza dire. Fare solo ciò che ti compete. E mai, mai, invadere il campo altrui. O impancarsi su questioni generali: «Non è nel suo costume» ebbe a difenderlo Agostino Mozzo, direttore del dipartimento della Protezione civile e da sempre suo braccio destro: «Lo conosco dal 1982, lo stimo, non è nel suo costume». Non lo è radicalmente. Che si tratti di Eluana Englaro o della riforma delle pensioni, dell’indulto o della guerra in Iraq, di Calciopoli o delle sorti della lirica, non ricorderete una dichiarazione del dottor Bertolaso.
«È nipote del cardinale Camillo Ruini, ora capisco» ha scritto sui blog un pugno di persone che non capiscono granché. Se la Protezione civile esiste è grazie a un signore che da ragazzo andò nella Liverpool dove impazzavano i Beatles con l’idea di fare il medico: «Vivevo nella stanzetta di un quartiere operaio. Feci la tesi in malattie infettive fotografando i bambini di Liverpool che giocavano tra i liquami e la spazzatura. Ricordavano l’Africa». Ma che poi tra i liquami c’è stato. E nella spazzatura pure. Uno con l’ambizione di far anche carriera, certo. Spezzargliela non sembrerebbe un grande affare.
- Giovedì 25 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 25 Febbraio 2010 alle 21:59 Zione ha scritto:
Per annientare il suo nemico, il Vandalico Giudiciume politico delle Botteghe Piemontesi, ricorse all’alto Tradimento del Popolo Italiano !!!
Se ci sarà, come giusto che debba esserci, una Doverosa e severa Inchiesta che faccia luce sull’operato di Mani Sporche, è necessario che la stessa abbia inizio dagli anni 80 e che, pur sorvolando (per praticità …) sul caso Teardo, abbia ad indagare sugli efferati misfatti compiuti prima ancora di Mani Sporche; nelle Famigerate BOTTEGHE PIEMONTESI, dove una volta si amministrava la Buonanima della Giustizia.
Sì, proprio lì; dove certi Malfamati Gaglioffi, dediti alla Barbarie, per interesse di (ristretta) casta e per congenita malvagità, pur di raggiungere il fine di reconditi e illegali loro intrallazzi, hanno portato a termine Esecrande azioni, dirette a danno di Partiti Politici a loro invisi e conseguentemente, per abbrivio, anche turpitudini ed Empietà su persone Morigerate, Incensurate e Apolitiche che nulla avevano a che fare e non ci entravano un cazzo, colla Politica di chicchessia e col Tribunale dei Cialtroni.
Queste persone sono ancora in attesa di Giustizia da parte dello Stato (che fù stravolto e assente in quel triste periodo), anche perché tante di queste Innocenti Vittime, furono economicamente e moralmente distrutte dall’Infamia di questi Scellerati magistrati, che in virtù dell’ALTO TRADIMENTO fatto al Popolo, hanno fatto una grossa e suinesca carriera, grazie al reciproco passaggio del testimone, in certi criminali covi di mutuo e Brigantesco soccorso.
Il 1 Marzo 2010 alle 3:36 erik36 ha scritto:
Le botteghe piemontesi si difesero da mafia e camorra ed è per questo che sei incazzato, ti fecero il culo a paiolo, aspirante camorrista,sbattuto fuori pure dal tuo partito. Era giudiciume pure quello? In Forza Italia erano tutti puliti, chi ti prese a calci in culo,i rossi?
Il 1 Marzo 2010 alle 10:31 Zione ha scritto:
Enrico Fumagalli, caro il mio Cumpagn Piamunteis e bravo Sumà Pirla, che spesso abiura; sono contento di risentire le tue divertenti Scemenze; non parlo di Calunnie, perchè lo sai che io sono buono e capisco che malgrado le apparenze sei semplicemente un Bonumass, seppure un pò carogna; però ti raccomando di usare cautela nel parlare, perchè altrimenti l’egregia Redazione ti scaccia di nuovo per Indegnità di appartenenza al civile consorzio degli esseri umani e ti rispedisce (questa volta per sempre) nella fogna, da dove difficilmente la notte potrai riemergere per sollazzarci e farci ghignare da morire colle tue dotte elucubrazioni, malgrado i tuoi serpenteschi e ben noti trucchi di trasformismo e di rinnegamento del proprio nome; a proposito, ma bellelì si è estinta la mala genìa di certi Valorosi Giudicioni, emeriti Furfanti Tribunalizi, ludibrio e Massima Vergogna d’Italia ?
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