
La Lega va a cavallo. Si chiama Furioso 52 la mascotte dello tsunami elettorale, come lo ha definito Umberto Bossi, che ha tinto di verde il Nord. Con la presa del Veneto, del Piemonte e l’avanzata del Carroccio in Lombardia ed Emilia-Romagna. Furioso 52, giovane purosangue catalano, è il portafortuna di Luca Zaia, il nuovo governatore del Veneto, con oltre il 60 per cento dei consensi il più votato d’Italia. Persino un ristoratore cinese ha comprato 30 pagine di pubblicità per Zaia sui giornali locali per dargli un consiglio: «Si è bravi governatori solo se si riesce a governare il proprio cavallo».
Lunedì 29 marzo, mentre era già in corso lo spoglio elettorale, Panorama ha seguito il nuovo doge in camicia verde durante le ore fatidiche. Mentre Giampiero Beltotto, portavoce del ministro dell’Agricoltura e neopresidente del Veneto, nel quartier generale leghista di Treviso, il K3, reggeva elegantemente l’urto di una sessantina di giornali e tv, dissetati con prosecco di Valdobbiadene, Zaia cavalcava ancora il suo Furioso 52. Intanto, la madre Carmela raccoglieva insalata nel campo, papà Giuseppe in tuta azzurra stava nell’officina da meccanico sotto casa e la moglie Raffaella, occhi verdi e una cascata di riccioli rosso tiziano, era ancora impegnata nel suo lavoro di segretaria in una piscina.
Eccola qui la storia di Luca Zaia, 42 anni appena compiuti, l’ex pr di discoteca (era il Manhattan di Godega), l’ex presidente della Provincia di Treviso, cresciuto alle Frattocchie bossiane dei giovani amministratori leghisti e ora uno degli uomini più potenti d’Italia. Ma presidente e «gentiluomo», come lo ha definito Bossi. Zaia, nella Marca trevigiana è visto come «Luca, uno di noi». Una storia tutta leghista la sua. Paradigmatica dell’exploit elettorale del Carroccio che sfonda la soglia del 12 per cento su scala nazionale, che in Veneto balza al 36 per cento staccando di quasi 10 punti il Pdl, in Piemonte raddoppia passando dall’8,4 al 17 per cento, in Lombardia, dove ha piazzato il vicegovernatore Andrea Gibelli, vola dal 15,8 al 26,7 per cento, crescendo anche a Milano. Forse il segreto dello tsunami leghista sta tutto in quel «Luca, uno di noi», un riconoscimento raro in elezioni regionali in cui l’ha fatta da padrone l’astensionismo.
Alle 5 della sera, finita la cavalcata con il suo Furioso 52, accompagnato dalla scorta, da Raffaella e dall’amico e braccio destro di sempre Fabio Gazzabin (li chiamano Bill Clinton e Al Gore della Marca), si ferma a sorpresa in un ristorante sul greto del Piave, Le Calandrine. Zaia deve salutare «la Laura e la Edi». Laura lavorava con lui al Manhattan. «Era il 1985, inventai io i primi inviti da discoteca sui volantini» ricorda con Panorama il ministro-presidente.
Il suo cellulare è tempestato di messaggini in dialetto. Gli scrivono: «Grande Luca! Scuminzie già a respirar n’aria nova, e adess via co un Veneto finalmente libero!». Un altro lo invita: «Dai, Luca, che se fasema ’na bella magnada de tordi». «Ma io gli uccelli non li mangio» risponde Zaia, che nel suo nuovo libro Adottiamo la terra per non morire di fame (Mondadori) si definisce «ambientalista non ideologico». I frati del Sacro convento di Assisi che gli hanno scritto la prefazione gli avevano telefonato di buon mattino: «Auguri, fratello Zaia».
Alle 17.30 di lunedì 29 chiama il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, per i primi complimenti. Più tardi telefona il Senatùr. «Eh Luca, per fare il federalismo ora dai una bella sforbiciata agli sprechi». Ma Zaia intanto trova il tempo per assicurarsi che sulla nuova auto di Raffaella, appena acquistata, ci siano «infrarossi per la notte». E Raffaella al telefono sistema le ultime pratiche per l’assicurazione.
Dice a Panorama la nuova first lady del Veneto: «Sono una ragazza normale, che ha fatto sempre la propria vita e che continua a lavorare: anche oggi ho fatto il mio turno». Andrete a vivere a Venezia, sul Canal Grande? Risponde quasi stupito Zaia: «Ma scherziamo? Noi resteremo qui, in queste campagne». Rivela: «Ho raggiunto lo stato zen, mantenendo un sano distacco tra le cariche e la mia vita e anche non leggendo i giornali, sì, come lady Thatcher».
Zaia, Raffaella, lo staff e i giovani della scorta seguono i primi exit poll da una tv sistemata sul muro dell’ampia cucina deserta del ristorante. Nei primi 100 giorni di governo ci sarà da faticare: subito l’introduzione del voto di fiducia, «senza, saremmo condannati al consociativismo con la sinistra» spiega Zaia. E il federalismo rischierebbe di impantanarsi: «Noi ne saremo il laboratorio. Prima il Veneto: non è più possibile che il 95 per cento del bilancio di oltre 100 miliardi di euro siano soldi vincolati. Che resti a noi una quota. Noi saremo la Baviera, la nuova Csu».
Intanto, a Torino, l’avvocato novarese Roberto Cota, presidente dei deputati del Carroccio, è riuscito nell’impresa di espugnare il Piemonte. Fra i papabili per la sua sostituzione di capogruppo alla Camera il varesino, trentenne, Marco Reguzzoni, già vicecapogruppo. Chiosa Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie del Carroccio e ministro della Semplificazione: «Hanno vinto la Lega e l’astensione, cioè quelli che chiedono il cambiamento».
di Paola Sacchi
- Sabato 3 Aprile 2010
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