
«Non so quale consenso egli pensi di avere, ma non ha certo il mio né quello di molti che con lealtà seguono Fini e con altrettanta lealtà sostengono il governo Berlusconi e non si prestano al gioco delle tre carte. Se per davvero Italo Bocchino intende candidarsi a presidente del gruppo del PdL alla Camera “per consentire alla minoranza di esercitare il suo ruolo”, allora lo farò anch’io».
Così il finiano doc Roberto Menia, sottosegretario all’Ambiente, ha apostrofato la decisione del finiano docg Italo Bocchino di rassegnare le dimissioni da vicecapogruppo di Montecitorio per candidarsi a presidente del PdL alla Camera al posto dell’ignaro Fabrizio Cicchitto. Poche parole, quelle di Melia, che rimandano allo scontro in atto, non tanto nel partito di governo, ma nella stessa (piccola) corrente di minoranza di Gianfranco Fini, che appare tutt’altro che compatta – a leggere le cronache di questi giorni – sulla linea strategica da tenere nei prossimi mesi, qualora Berlusconi e Bossi fossero davvero tentati dall’ipotesi di andare alle elezioni anticipate.
Il battibecco tra i due fedelissimi di Fini - a meno di una settimana dallo scontro nella Direzione Nazionale – dimostra come la « conta» interna - richiesta da Bocchino per sostanziare la sua richiesta di rieleggere capogruppo e vicecapogruppo del PdL alla luce delle divisioni emerse la scorsa settimana – potrebbe riservare più di una sorpresa al presidente della Camera qualora volesse davvero, come sospettano in molti, rosolare a fuoco lento il partito e il governo in vista di una eventuale (ma improbabile nel breve periodo) soluzione istituzionale o tecnica benedetta dal capo dello Stato e benvista anche dai poteri forti (leggasi Draghi e Montezemolo).
Attualmente Fini può contare su tredici voti certi su 173 nella Direzione Nazionale del PdL e su un numero di parlamentari che, a essere generosi, si aggira su una quarantina di deputati e una quindicina di senatori, secondo le ottimistiche stime del finiano al cubo (ed ex rautiano) Fabio Granata. Non tanti da far cadere il governo ma sufficienti – se rimanessero uniti - per portare la guerriglia in seno al partito di maggioranza su tutti i temi più contestati, come il nuovo provvedimento contro le intercettazioni.
Questo, sempre che Fini riesca a mantenere unita la truppa. Cosa tutt’altro che scontata, a leggere l’ultimo scontro Bocchino-Melia: a meno, naturalmente, che non sia vero quanto quanto sostiene il professor Alessandro Campi, teorico della Fondazione finiana Farefuturo: dopo la crisi, ci sarà un governo tecnico. In tal caso, la poltrona - per i finiani più tiepidi - sarebbe assicurata e, c’è da scommetterci, la piccola corrente del presidente della Camera ritroverebbe quella compattezza che finora è stata raggiunta solo al prezzo di estenuanti mediazioni.
- Martedì 27 Aprile 2010
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Commenti
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Il 27 Aprile 2010 alle 19:26 pv21 ha scritto:
Sono i tatticismi di una “tregua armata” scelta da FINI dopo che non ha avuto il privilegio di essere cacciato da Berlusconi (perchè senno’ mi cacci?). Tregua armata che agita i sogni della Lega che si gioca tutto sui decreti attuativi del suo federalismo fiscale. Intanto la Borsa ha perso 3 punti e la crisi pesa sul paese come Se Fosse STAGNAZIONE …
http://www.vogliandare.it/nat/.....ps1.html
Il 30 Aprile 2010 alle 16:53 almartini ha scritto:
Grazie a Feltri, possiamo vedere quanto lo sputtanamento mediatico di questa fase sia utile a capire il totale stato di asservimento cuila retorica politica italica ha assoggettato tutti e tutto, in un modo asfissiante, per fortuna destinato al collasso.
Ho parlato ieri sera con una persona, che mi diceva che se gli altarini si dovessero scoprire tutti ne sentiremmo delle belle, specie a sinistra, con tutto quell’apparato potentissimo, che in modo scientifico è volto a sfruttare ogni risorsa pubblica disponibile, fino all’ultimo centesimo. Se mettiamo nella cesta, mogli, compagne, consorti, figli e figlie, fratelli e sorelle, e anche cugini e amici intimi, la massa di gente che trae profitto in Rai e in una miriade di altre posizioni imprenditoriali e professionali, dovute al gioco politico e alla parentela, sarebbe impressionante. Nel polo dei Ds, tutto tace, a partire poi da quel Di Pietro, vera essenza del populismo demagogico da lavaggio del cervello all’ammasso, che a distanza di tre giorni dagli attacchi di Feltri, (fuoco amico), ancora non ha speso una sola parola, su vicende probabilmente del tutto legali ma anche del tutto fuori dal mondo. Il perché di un tale silenzio è chiaro e si riassume con una sola frase: Conflitto di Interessi. Che non è solo quello di Berlusconi, come si ostinano a declamare i Travaglio e i Bersani di turno, ma anche quello delle Cooperative, una base non piccola dei loro elettori. Per questo non hanno mai varato una legge sul conflitto, nonostante l’uomo di Goldman Sachs, Romano Prodi, ne abbia avuto per ben 6 anni la possibilità. Qualcuno si sorprende se Santoro, Gad lerner, la signora Gabanelli, insomma i genietti della informazione libera, non hanno mai affrontato il tema delle società esterne alla Rai, e insomma chi ci lavora e chi sono? Aspettiamo che sia di nuovo Feltri, per alcuni una carogna al servizio di Berlusconi, per me uno con le palle e basta, a mettere i panni in piazza, sia pure per fuoco amico? Se l’unico a far fuoco è l’amico Feltri, cosa si deve pensare della accolita del gruppetto di ex Servire il Popolo, LC, Movimento Maoista, Potere Operaio, e altri, cioè quei nomi fatti sopra e altri ancora? Augusto Minzolini è un ex comunista pentito? No, è stato buttato fuori dal Pci, assieme ad altri, dopo aver manifestato dissensi con alcune linee e direttive (come le chiamavano allora, veri e propri dogmi). Il calcio nel sedere fu l’uomo di ferro del purismo comunista a darlo: Walter Veltroni. Ma per gli sciocchi e i retorici, Minzolini è solo un voltagabbana.
Sul perché poi Fini abbia lasciato dimissionare Bocchino ho solo questa spiegazione: accettiamo che si dimetta ma poi noi andiamo avanti in parlamento con la nostra linea di minoranza, espressa dal gruppo mio e dei miei uomini.
Giovanna Buontempo, la moglie di Italo Bocchino, il finiano di ferro che ieri ha dato le sue dimissioni in aperta polemica con Berlusconi, ha un’azienda che produce fiction per la Rai, e ha ottenuto un appalto di sei milioni di euro per una produzione.
a. marini perdentipuntocom.blogspot.com
Il 30 Aprile 2010 alle 23:08 A cosa punta davvero Gianfranco Fini? - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] dopo una settimana di tira e molla, alla fine ha rassegnato le dimissioni. Tutto nasce da un episodio. Bocchino sta [...]
Il 3 Maggio 2010 alle 13:17 thanatos ha scritto:
Ma la facessero finita questi (pochi) finiani !! Penso che Fini fa tutto questo can can soltanto per diventare il leader della sinistra,e allora faccia il salto della quaglia scalzi Bersani e Di Pietro e lasci lavorare in pace il Governo.
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