Noi, i dannati della San Carlo

Tutti assolti perché il fatto non sussiste. È lungo l’elenco dei dannati che escono dopo quasi cinque anni dall’inferno della Casa di cura San Carlo di Milano, ma merita di essere ricordato per intero: Maria Luisa Sassaroli, Grazia e Alberto Ciardo, Alberto Palmesi, Carlo Giuseppe Schwartz, Carlo Maria Zampori, Gianluca Campiglio, Alberto Fantini e Paola Navone. Merita, perché questo è l’unico risarcimento che otterranno. Il tribunale di Milano il 20 aprile ha stabilito che gli ex proprietari, i dirigenti e i medici della clinica non sono truffatori. La loro fedina penale resta immacolata. Ma il loro caso oggi diventa l’epifenomeno di un sistema giudiziario che a volte rischia di fare danni gravissimi. Senza offrire una compensazione. All’ospedale San Carlo, posseduto della famiglia Ciardo dal 1955, non esisteva alcuna associazione per delinquere orientata a truffare il Sistema sanitario nazionale.

Dei nove indagati, otto hanno anche subito ingiustamente un mese di carcere. E se hanno perso soldi, lavoro e credibilità, è stato per un errore. I giornali che li hanno definiti «trafficoni» prima di aspettare la sentenza hanno fatto male. Mentre hanno sbagliato i pubblici ministeri Tiziana Siciliano e Grazia Pradella che li hanno ritenuti «responsabili dell’eclatante falsificazione di documenti sanitari per ottenere rimborsi dalla Lombardia». Peccato che, nel frattempo, molte cose nella vita degli imputati siano radicalmente mutate. «La vicenda giudiziaria ci ha costretto a svendere la nostra casa di cura»racconta quasi imbarazzato Alberto Ciardo, 46 anni. «Così mia sorella Grazia e io oggi siamo dipendenti stipendiati di quella stessa struttura che era stata la storia della nostra famiglia». Prima della bufera, oltre che azionista della clinica, Alberto era un otorino e lavorava nell’ospedale Bassini di Cinisello Balsamo. Oggi presta servizio alla San Carlo, nella succursale sul Lago Maggiore a Verbania. «Tutto iniziò il 27 ottobre 2005, quando arrivarono i carabinieri del Nucleo antisofisticazioni» racconta la sorella Grazia, oggi addetta alle risorse umane della clinica, cupa nonostante l’assoluzione. «Lì per lì non eravamo preoccupati: anzi, fra noi e i militari si creò un clima di garbata collaborazione». L’operazione portò al sequestro di 15 mila cartelle sanitarie, di cui 700 contestate.

Il 10 gennaio 2007, sei dei nove indagati vennero addirittura arrestati: Alberto e Grazia Ciardo, Alberto Palmesi (presidente del consiglio d’amministrazione della clinica), Carlo Giuseppe Schwartz (direttore amministrativo), Carlo Maria Zampori (responsabile dell’unità operativa chirurgica) e Gianluca Campiglio (chirurgo plastico). Ad Alberto Fantini (direttore sanitario) e a Maria Luisa Sassaroli (madre dei fratelli Ciardo e comproprietaria della struttura) furono concessi gli arresti domiciliari per motivi d’età. «Le irregolarità rilevate rappresentavano il 2 per cento dell’intero fatturato della clinica» calcola l’avvocato Daria Pesce, difensore dei fratelli Ciardo e di Maria Luisa Sassaroli. «Era assurdo soltanto pensare di mettere in piedi una truffa per un ritorno così esiguo». Invece i due pubblici ministeri si convinsero che «gli imputati, in concorso tra di loro, e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, si procuravano ingiusti profitti da indebiti rimborsi, attraverso artifici e raggiri, consistiti nella falsa rappresentazione di patologie». Insomma, avrebbero gonfiato i rimborsi sanitari per ottenere più fondi dalla Regione Lombardia. «Ci hanno dato dei banditi, dei truffatori, degli speculatori che si fanno ricchi sulla pelle degli altri» si sfoga il chirurgo Zampori. «E tutto questo impianto di accuse, allucinanti quanto incancellabili nell’opinione pubblica, si riduce a una specifica operazione: l’asportazione di cisti e di lipomi».

Oggi anche Zampori ha cambiato lavoro: opera da libero professionista, in attesa che gli si riapra la porta di un ospedale. «Ci hanno contestato di avere eseguito gli interventi in regime di ricovero, con il supporto di un’anestesista» continua. «Secondo i pm sarebbe stato sufficiente il day-hospital». Il chirurgo s’indigna: «Nessuno ha voluto considerare la buona fede di un medico. Nessuno ha nemmeno sospettato che a un chirurgo possa stare più a cuore la salute di un paziente rispetto al desiderio di fregare il sistema sanitario». L’assoluzione parte proprio da qui. «Fino al maggio 2006 non esisteva una norma che regolamentasse questo tipo d’interventi» ricorda Alberto Ciardo. «La scelta di ricoverare era a discrezione del medico: dunque non abbiamo sbagliato».

Intanto, però, tutto è cambiato. Fantini, direttore sanitario e uno degli imputati, è morto di cancro il 21 aprile, proprio all’indomani dell’assoluzione. E anche Ciardo non cancella il trauma dell’arresto: «Questa vicenda mi ha tolto il lavoro e l’onore. Ma anche la fiducia» dice. «L’impianto accusatorio aveva un solo risultato: si doveva dimostrare che ci approfittavamo del sistema sanitario». Gli assolti contestano anche l’uso distorto delle intercettazioni: dicono che nelle carte processuali la frase «non eseguiamo più questi interventi altrimenti i Nas non ci metterebbero un minuto a dire che diamo mazzette» è diventata: «i Nas scoprirebbero subito che diamo le mazzette». Oggi Alberto Ciardo non s’illude di riuscire a ottenere un risarcimento, ma lancia comunque un appello: «Da vittima della giustizia, suggerirei a chi vuole riformarla di riflettere sul facile uso della custodia cautelare. Non si possono sbattere gli indagati in prigione con tanta leggerezza». E conclude: «Sarebbe opportuno responsabilizzare i pm. E se si coprissero con un’assicurazione, forse potrebbero ripagare parte dei danni che a volte riescono a fare».

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