
Ruggero Jucker, condannato per l’omicidio della fidanzata Alenya Bortolotto, potrebbe tornare libero appena otto anni dopo il delitto. «No, per ora non abbiamo chiesto permessi premio. Però in luglio scadono gli otto anni. E allora faremo istanza per l’affidamento ai servizi sociali». Questo annuncia a Panorama Raffaele Della Valle, l’avvocato di Ruggero Jucker. Il penalista è riuscito in quella che può dirsi una vera impresa: perché il suo assistito potrebbe tornare in libertà appena otto anni dopo l’omicidio di cui fu autore il 20 luglio 2002.
La storia di questo caso giudiziario lascia perplessi, perché la gravità dei fatti mal si combina con la brevità della pena. A Milano, all’alba di quel sabato maledetto, Jucker (36 anni) uccise la fidanzata Alenya Bortolotto (26 anni) con 22 colpi di un lungo coltello da sushi. E mentre ancora agonizzava le aprì il ventre, asportandone una parte di fegato che i poliziotti trovarono poi nel cortile della casa.
Gli agenti erano accorsi alle 4.40, chiamati dai vicini che si lamentavano per gli schiamazzi «di un pazzo per strada»: quel pazzo era l’erede di una delle più note dinastie imprenditoriali milanesi. «Io sono il diavolo!» andava gridando Jucker, nudo e coperto di sangue. «Io sono Osama Bin Laden!».
Interrogato, non seppe dare alcuna spiegazione per il delitto. Le indagini furono veloci, ma intense: si scoprì che Jucker nei giorni precedenti l’omicidio aveva dato segni di un crescente squilibrio. Alla fine di un giudizio abbreviato, dopo varie perizie psichiatriche, il giudice Guido Salvini il 24 ottobre 2003 decise che l’imputato fosse da ritenere semiinfermo di mente. Però, con l’aggravante prevalente della crudeltà, stabilì che meritasse 30 anni di reclusione più tre di ospedale psichiatrico giudiziario. Prima del processo la famiglia Jucker aveva offerto un risarcimento di 1,3 milioni di euro alla famiglia di Alenya.
Due anni dopo, in appello, altri giudici decisero diversamente: aggravanti e attenuanti furono considerate equivalenti e la pena fu dimezzata a 16 anni. Accusa e difesa patteggiarono e così la sentenza diventò definitiva.
«Non giudico l’entità della pena» dice a Panorama il giudice Salvini «ma in casi simili sottrarsi con un patteggiamento al processo non rispetta i sentimenti dei familiari che vogliono capire le ragioni di un delitto e finisce per non essere educativo nemmeno per il colpevole. Non a caso, poco tempo dopo la sentenza Jucker, il patteggiamento in appello è stato abolito».
Poi, nel 2006, è arrivato l’indulto. E, tra buona condotta e sconti di pena, Jucker è già pronto per uscire. «Non mi stupisce» commenta Vinicio Nardo, il legale dei Bortolotto. Nei suoi occhi c’è la stessa indignazione dei familiari di Alenya e la consapevolezza dell’avvocato: «È tutto legale. Ora se ne occuperà il tribunale di sorveglianza, che decide sui detenuti e sull’esecuzione della pena». Sarà anche tutto legale. Ma è giusto?
- Sabato 22 Maggio 2010
Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 24 Maggio 2010 alle 19:56 nhico ha scritto:
In un Paese diverso dal nostro, dove l’unica preoccupazione dei giudice è quella di inchiodare alle proprie responsabilità i rei ed in modo particolare gli assassini, un delitto così efferato non sarebbe sfuggito ad una punizione esemplare come l’ergastolo . Quelle 22 coltellate culminate con lo sventramento e l’ amputazione di un pezzo di fegato della vittima ancora viva, da noi invece, sono considerate poco più che un’ingiuria offensiva. Che volete che sia una vita rubata tra torture e l’ espiantazione di organo. Quel ricco figlio di papà ha già sofferto abbastanza e poi deve pensare alla sua futura carriera. Ha ancora tutta una vita da vivere, lui. A parte che quel delitto, per come si è svolto, è ancora tutto da decifrare, ma le dotte toghe sono certe che una volta fuori non verrà preso di nuovo dal raptus omicida, reso ancora più forte proprio dal senso di impunibilità acquisito? E ancora, vederlo libero e festante, per i familiari della vittima non può essere una ineludibile tentazione a farsi giustizia da sé?
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.