

Due impiegate in un ufficio (Ansa)
Forse esagerano quelli di Libero a scrivere che l’avvertimento della Ue al nostro paese per equiparare l’età di pensionamento delle statali a quella degli uomini a 65 anni è uno dei pochi vantaggi che ci arrivano da Bruxelles. Eppure un barlume di verità c’è nel loro commento alla notizia di ieri sul rischio di sanzioni per l’Italia, nel caso non si adeguasse.
E chissà ora cosa penseranno quei sindacalisti, che da sempre puntano i piedi contro qualsiasi riforma della previdenza. Gli stessi che magari votarono in massa un convinto europeista come Prodi nelle scorse legislature di fronte allo spauracchio di un governo di centrodestra dipinto come “nemico” dei lavoratori (qualcuno, come Cofferati, ha fatto pure carriera con il centrosinistra).
Chi di Europa ferisce, insomma, di Europa perisce. Perché la storia, in breve, è questa: che l’Italia debba mettere mano alla riforma delle pensioni è cosa risaputa, come lo è pure ogni tentativo di sabotaggio da parte dei sindacati, Cgil in testa.
Così, per evitare tensioni, si è sempre pensato che elevare l’età di pensionamento sia certamente necessario, ma che lo si sarebbe fatto comunque dopo. La parola d’ordine è sempre stata una: slittamento.
L’asticella si sarebbe alzata non subito, ma fra due, tre, quattro, cinque anni; la famosa storia dello scalone e degli scalini. Tutte cose che, se raccontate fuori dai confini, verrebbero accolte (e lo sono state di sicuro) tra lo stupore e l’ilarità degli altri cittadini europei.
Ma in questi giorni non è il caso di continuare a spaccare il capello con bizantinismi ai limiti della comprensibilità per chi non conosca la politica e la burocrazia del Belpaese. La Ue è inflessibile: c’è la crisi e l’Italia dovrà alzare l’età di pensionamento delle dipendenti pubbliche da 60 a 65 anni al massimo entro il primo gennaio 2012.
Non è ammesso un giorno in più, non ci sono vie d’uscita: bisogna rimboccarsi le maniche. E fa bene la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia a sdrammatizzare: “Non mi sento spaventata dal fatto che le donne possano andare in pensione anche un po’ più in là nel tempo”.
Perché non occorre addolcire la medicina amara, nonostante gli sforzi del ministro Sacconi: stavolta a Bruxelles non hanno zuccherini e non accettano giustificazioni.
- Martedì 8 Giugno 2010
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Commenti
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Il 8 Giugno 2010 alle 14:15 fercas ha scritto:
Bene ha fatto l’UE a fustigare i nostri politicozzi. L’assurdo è che mia moglie, infermiera professionale con quasi trent’anni di sala operatoria, la quale vorrebbe lavorare sino ai 65 anni, le viene impedito dall’Ente ospedaliero di appartenenza con la scusa che la legge attualmente in vigore prevede un innalzamento graduale e, alla data in cui compirà i 65 anni (gennaio 2012) tale legge prevede l’obbligo per chi ha compiuto i 62! Non è assurdo? Chiedo: Nessuno può darmi lumi in materia? Cordialità.
Il 8 Giugno 2010 alle 17:13 lapolide ha scritto:
Leggo il Titolo e riporto:
- Riforma pensioni: se non ci fosse l’Europa.
Sarebbe più giusto e socialmente utile, secondo me, dire a noi Popolo che sarebbe stato meglio se in Italia non fosse esistito il “cancro ” congentito dei Sincati Rossi che ad ogni “minzione” indicono uno sciopero perchè loro sono inquadrati militarmente dal Partito Staliniano Sovietico del quale sono parte integrante!
Lasciamo perdere l’Europa per favore che non serve ad altro se non a produrre Parlamentari Europei strapagati ( vedi Baffino & Santoro, Gruber in primis….)che poi ci rmandano in Patria per manifesta “nullaggine” mentale ad occupare scranni in Parlamento, in Rai o sulla 7Tv.
lapolide
Il 10 Giugno 2010 alle 16:58 Donne in pensione a 65 anni: la riforma interessa 25 mila dipendenti pubblici - Economia - Panorama.it ha scritto:
[...] fosse raggiunta nel 2018 e che ha continuato a inviare avvertimenti al governo. L’ultimo, di pochi giorni fa. Un richiamo durissimo: niente scalini per l’Italia che rischierebbe [...]
Il 12 Giugno 2010 alle 5:46 parisius ha scritto:
I pensionati italiani sono i più poveri d’Europa: quasi la metà di loro ricevono “un assegno dei poveri” (articolo di ieri del Corriere). E sono anche i più fessi. Mentre infatti altrove chi fa un lavoro usurante viene mandato “a riposo” prima, da noi sono proprio gli schiavi, gli sfruttati, i più disgraziati, a essere costretti a faticare fino alla soglia dei 70 (!). Ciò vuol dire che nelle fabbriche già si vedono dei vecchi piegati in avanti e che si appoggiano a bastoni. E’ ridicolo ma è così. Ma non si doveva combattere la disoccupazione giovanile?
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