

Venerdì 4 luglio 2008 Fiorella Cadoria, direttore dell’Azienda sanitaria locale di Brescia, scrive una lettera indirizzata ai carabinieri della compagnia di Salò: «Dalle informazioni in nostro possesso, l’associazione Sergio
Minelli non risulta titolare di alcun tipo di offerta, né sociale né sociosanitaria, e quindi non gode di accreditamento…». Per gli investigatori, che da almeno due anni sono sulle tracce della misteriosa comunità creata da Fiorella Tersilla Tanghetti in alcuni comuni del Bresciano, questa lettera è come un colpo allo stomaco: dentro «l’associazione», quella che si delinea come una setta che tiene in condizioni di schiavitù adulti e bambini, vivono anche alcune persone con gravi problemi di tossicodipendenza o di sieropositività .
Almeno quattro persone con problemi di aids sono morte dentro i capannoni della setta. Si chiamavano Giuseppe Mongodi, Fabrizio Rodella, Luigi Breda e Maurizio Garzoni. Erano tutti e quattro sieropositivi, eppure gli uomini dell’Arma non hanno mai trovato traccia dei loro nomi in alcun servizio sanitario territoriale. Non risultavano essere a carico di alcuna struttura competente a occuparsi di problemi come i loro.
Dentro la setta, malgrado la gravità delle patologie, venivano curati soltanto con Tachipirina, Aulin, Aspirina e qualche volta con l’antibiotico Bactrim. E pur se in condizioni di salute precarie, con la febbre superiore ai 40 gradi, Giuseppe, Fabrizio, Luigi e Maurizio venivano costretti a lavorare con gli stessi turni degli altri: fino a 20 ore al giorno sotto il sole cocente o la pioggia.
È quanto hanno segnalato i carabinieri al pubblico ministero di Brescia Alberto Rossi, che ha indagato 18 persone con l’accusa di associazione a delinquere e maltrattamenti. Ed è quanto raccontano a Panorama, in esclusiva, alcuni testimoni che all’epoca vivevano e prestavano la loro opera all’interno della setta. «Lavoravano dalle prime ore del mattino fino a tarda sera, anche quando avevano la febbre e stavano male» afferma Nikolas Boventi, 31 anni, entrato in comunità quando aveva 14 anni. «Là dentro ogni malattia non veniva mai curata con medicine, ma con le presunte preghiere della santona: io stesso ho rischiato di morire per un’appendicite, avevo forti dolori da due mesi. E solo quando una sera sono peggiorato mi hanno portato in ospedale, dove mi hanno operato d’urgenza».
Come Nikolas, anche Angelo Menna, 54 anni, è stato nella comunità . Ecco come descrive quello che ha visto: «Queste persone erano costrette a lavorare anche con la febbre alta. Ma secondo Tanghetti quando si era ammalati non si poteva stare fermi, perché a sentire lei l’inattività fisica favoriva l’avanzamento dell’aids».
Menna conferma che Eros Magri, il medico della setta e uno dei 18 indagati, prescriveva soltanto la Tachipirina e qualche antibiotico. «Se poi qualcuno peggiorava e chiedeva di essere portato in ospedale» aggiunge l’uomo «veniva tacciato come miscredente e gli veniva proibito di uscire dalla comunità . Ricordo Beppe Mongodi, che tremava da fare impressione e non gli veniva consentito di riposare ma era costretto a lavorare. Ricordo Fabrizio Rodella, con focolai di polmonite ma forzato a sgobbare tutto il giorno sotto la pioggia o sotto il sole».
Fabrizio, Giuseppe, Luigi e Maurizio sono morti. Malati di aids, sconosciuti alle strutture sanitarie, sono finiti nella setta, dove hanno consumato le ultime forze e gli ultimi istanti di vita. Ora, dopo anni di silenzio, la procura di Brescia punta finalmente al rinvio a giudizio di tutti i responsabili.
- Mercoledì 16 Giugno 2010
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Commenti
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Il 27 Settembre 2010 alle 14:16 freetunisia ha scritto:
se non li mettono in galera,saltera l”inferno,io sono morta da tempo,non posso morire 2 volte,grazie
http://www.youtube.com/user/fr.....ature=mhum
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