La guerra non va più di moda. La Nato cambia volto

sbarco-civitavecchia68Le metafore belliche abbondano su giornali e in tv anche quando si parla di una partita di calcio o di un dibattito in parlamento. Non  tra  gli Ufficiali, però, dove il ripudio più chiaro della retorica  guerresca la fa,  un po’ a sorpresa,  un colonnello dell’esercito con trent’anni di servizio, uno che le battaglie le conosce davvero e proprio per questo non ha nessuna nostalgia dei tempi in cui ai soldati era chiesto solo di sparare al nemico: «È  cambiato tutto nel nostro mestiere. Guerra  è una parola orribile. Anzi, le dirò di più: per la Nato le guerre sono cose lontane, esistono le crisi che dobbiamo imparare imparare a gestire, sul piano umanitario, sociale e anche, ma non solo, su quello della sicurezza insieme agli operatori non militari, dall’ ONU alle organizzazioni umanitarie».
Capo Ufficio Stampa del Comando NATO di Reazione Rapida in Italia, Francesco Cosimato ha partecipato a quattro missioni all’estero, Somalia, due volte in Bosnia ed una volta in Kossovo. In questi giorni, fino al 22 giugno, è impegnato  al poligono militare di Lecce nell’esercitazione Eagle Meteor 2011, la prima di tre  esercitazioni con cui nel 2010 il Comando del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia guidato dal generale Gian Marco Chiarini si preparerà allo “stand by period”, dal gennaio al giugno del prossimo anno, a disposizione del Consiglio Atlantico per rispondere a crisi improvvise.

«Le operazioni militari in senso stretto - continua Cosimato per spiegare come è cambiato il ruolo dei soldati multinazionali negli ultimi anni - non sono più il cuore dell’attività  delle forze della Nato. E in Afghanistan, come in Bosnia o in Kosovo,  abbiamo imparato a occuparci, coerentemente coi nuovi impegni descritti dalla dottrina militare della Nato, delle cose di cui la gente ha  bisogno: arriviamo in un posto e ci troviamo di fronte  gente che ha fame, che ha sete, che non ha la luce, né scuole. Chiaro che a questa gente dobbiamo fornire risposte, non solo pallottole».

Colonnello,  quando è avvenuto questo cambiamento?
Io sono ufficiale d’artiglieria, quando sono arrivato ai reparti nel 1985, mi avevano detto solo dove dovevo schierarmi e dove dovevo sparare. Un lavoro semplice e micidiale. Adesso è cambiato tutto. Siamo passati dalla guerra fredda alla pace calda, a un insieme di crisi locali o regionali dove dobbiamo intervenire in modo efficace e rapido: facciamo non la guerra ma peace keeping dove la dimensione chiave è quella  politica, come in Bosnia dopo gli accordi di Dayton, e l’aspetto militare è solo un elemento di supporto. In Afghanistan,  la situazione è più difficile, certo, ma al centro della nostra attività c’è sempre la popolazione e i suoi bisogni. Non solo in un luogo, ma anche negli stati vicini. Tutto questo è molto più più gratificante che scrutare il deserto dei tartari aspettando il nemico

Nostalgia di quando la guerra era guerra e i soldati dovevano solo sparare e portare a casa la pelle?
Tutt’altro. Prima c’era solo una procedura tecnica. Eravamo un mondo a parte. Pensavamo solo a sparare, in vista di una guerra che per fortuna non c’è stata. Oggi, durante le missioni militari, posso avere  la fortuna di conoscere albanesi, somali, kosovari. Di conoscere  altre culture. Molto meglio ora, davvero

Quando vi danno dei mercenari o degli imperialisti nelle piazze che cosa pensate?
Da operatore militare dell’informazione guardo al compito che mi è stato affidato dalla politica. Sto a quello. Ci possono essere reazioni suscitate dalla mancanza di comunicazione. Se si dice che l’Italia è imperialista, si tratta di uno statement politico e su quello non entro. Se invece si dice che si dice che la NATO ha omesso di proteggere gli albanesi prima ed i serbi dopo l’ingresso in Kossovo, mio compito è quello di verificare. Certo, sappiamo a che cosa andiamo incontro: spesso prendersi pietre da una parte e accuse dall’altra. E’  il nostro mestiere

I soldati italiani della Nato sono stati impegnati in questi anni in teatri difficili. Che cosa fate se venite a sapere di abusi commessi dai soldati?
Ogni qual volta i militari compiono un crimine li denunciamo alla nazione interessati. In Bosnia, durante una missione, due soldati della coalizione hanno portato una prostituta davanti ai poliziotti e ai giornalisti bosniaci si resero protagonisti di una notte brava con una prostituta. Giustamente furono rimpatriati e puniti dalle loro Autorità nazionali. Quanto ad Ghraib, quella è  una cosa del tutto vergognosa, ma le ricordo: non era un’operazione Nato

Come è cambiato il vostro rapporto con la stampa e l’opinione pubblica?
Moltissimo. Eagle Meteor sarà la prima esercitazione in cui, in un ipotetico scenario di crisi, tra i fattori di cui dobbiamo tener conto, c’è anche il ruolo svolto nel conflitto da blog e dei social-network. La comunicazione e la politica sono  importanti, per avere successo, almeno quanto dimensione militare

Quanto tempo ci vuole per mobilitare il Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in un’area di crisi?
Dai 5 ai 30 giorni. Dobbiamo essere pronti a intervenire in qualsiasi contesto. E dobbiamo farlo rapidamente. Le esercitazioni servono proprio a questo


ESERCITAZIONE EAGLE METEOR 2011
Si è schierato per “Eagle Meteor 2010”, fino al 22 giugno, nel Poligono Militare di Torre Veneri (Lecce) il Comando del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia (NRDC-ITA), dislocato presso la Caserma “Ugo Mara” di Solbiate Olona (VA). L’esercitazione sarà realizzata grazie a una sofisticata rete di computer (CAX, Computer Assisted Exercise) e punta ad formare il personale militare in vista di un’operazione a guida NATO in un’ipotetica area di crisi chiamata Mada, porta dell’Oceano indiano, dove uno Stato ha appena invaso un altro Stato violando il diritto internazionale. Per mobilitare le truppe, in qualsiasi scenario di crisi, sono necessari dai 5 ai 30 giorni. Per Eagle Meteor sono state spostate persone e materiali a 1000 chilometri di distanza con cinque navi e dieci aeromobili e sono state realizzate reti telematiche in prospettiva di improvvisi impegni operativi. È la prima volta che, tra i fattori che formano lo scenario virtuale della crisi, vengono inseriti blog e social network

Commenti

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Il 17 Giugno 2010 alle 19:46 pasalaam ha scritto:

Mi viene da piangere, quando penso che il tempo di mobilitazione della Svizzera é dai 30 ai 120 MINUTI !!!!
Intanto noi possiamo continuare così, fino a quando c’é l’America a venire a toglierci dai pasticci.

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