

di Giorgio Mulè
Martedì 15 giugno intorno alle 10 del mattino, prima di imbarcarsi all’aeroporto di Ciampino sull’Airbus A-319
del 31° stormo dell’Aeronautica militare che l’avrebbe portato a New York, Angelino Alfano ha fatto i compiti.
Con la solita diligenza. E con quel piglio da secchione che, complice l’espressione da primo della classe che siede al primo banco, si porta dietro. Esaurite le firme su una pila di carte da siglare, s’è avviato contento verso la scaletta dell’aereo. «Oggi la giornata è iniziata bene: la polizia ha arrestato un camorrista di peso in Campania (Nicola Schiavone jr, ndr) e io, nel mio piccolo, ho prorogato un bel po’ di 41 bis (il carcere duro per i boss, ndr). Direi che possiamo andare».
Alfano, con il ministro dell’Interno Roberto Maroni e con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, va in America per celebrare Giovanni Falcone. E, giovedì 17 giugno, ha potuto aggiungere un altro tassello alla carriera di enfant prodige essendo il primo ministro della Giustizia della storia chiamato a intervenire all’assemblea delle Nazioni Unite. Per parlare del giudice eroe. «Già, il mio eroe…».
Alfano riflette ad alta voce: «In maggio ho compiuto due anni da ministro. Ho vissuto l’evento alle Nazioni Unite in maniera molto particolare, quasi intimo. L’idea della Convenzione di Palermo firmata nel 2000, cioè di un atto di giustizia legato alla lotta alla criminalità organizzata che porta il nome di questa città, di un magistrato nato e morto in questa città per mano di mafia, rappresenta nel suo anniversario la ragione profonda anche dell’impegno di quella che fu la gioventù antimafia della mia generazione, che forse è la prima a cogliere i frutti della lotta alla mafia».
Quali frutti, in concreto?
Cito fatti. Nella lotta alla mafia siamo già ai risultati concreti dopo solo due anni di lavoro. Non siamo ai progetti, ai proclami, non siamo alle dichiarazioni d’intenti. Lo ripeto: siamo ai ri-sul-ta-ti. E sono i risultati di una strategia, sempre sostenuta dal presidente Berlusconi, che viene indicata come modello a livello internazionale. Lo scorso anno presiedemmo il G8 giustizia in cui venne adottato nella risoluzione finale il nostro im pianto legislativo come linea guida per il contrasto alla criminalità organizzata nel mondo.
Rispedisce al mittente le lezioni di antimafia, quindi?
La nostra antimafia è reale, non è fatta di chiacchiere. E glielo dimostro. Prorogo i 41 bis, ne applico di nuovi e in alcuni casi ho riapplicato, assumendone la responsabilità, il 41 bis a mafiosi cui i tribunali di sorveglianza li avevano revocati e ho continuato a vivere sotto scorta nella città dove abitano i loro parenti, i cugini, i fratelli, gli affiliati. Mi hanno più volte minacciato, ma non mi hanno mai spaventato. Sono fiero di aver posto la mia firma sotto quei provvedimenti. Credo in quel che faccio e ci metto la faccia. Ha ancora un attimo di pazienza?
Certo, perché?
Vorrei ripetere ancora una volta che la mia generazione è stata segnata dagli assassinii dei servitori dello Stato, uccisi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta. Con lo spirito e il sentimento di chi appartiene a una generazione che porta quelle cicatrici, ho proposto e sostenuto norme antimafia delle quali si sentiva urgenza e necessità, tanto che sono state immediatamente applicate. E adesso è in arrivo il primo codice antimafia che regolerà tutti i provvedimenti sulla criminalità organizzata, mettendo fine a interpretazioni improvvisate. In due anni sono stati sequestrati dalle forze dell’ordine patrimoni criminali per 11 miliardi di euro. Sui latitanti la caccia è senza tregua e ogni giorno il ministro Maroni riformula la classifica dei latitanti più pericolosi, perché i componenti della top 30 o della top 100 vengono arrestati. E allora voglio dire chiaramente un concetto ai custodi dell’ortodossia antimafia: non dividiamoci. Le parole sono importanti e sono molto, ma non sono tutto, anzi. Chi governa è chiamato ai fatti: è al tempo stesso il rischio e la sfida del potere. Se i fatti non arrivano, ti diranno che hai solo parlato: noi abbiamo il privilegio, invece, di potere usare le nostre parole per raccontare i fatti e le leggi dell’antimafia. Del resto c’è stato un tempo in cui si negava l’esistenza della mafia e anche i legami con la politica: lì le parole erano importanti perché servivano ad affermare un fatto e cioè l’esistenza della mafia. Oggi è bene usare le parole dell’antimafia per dare speranza e dire, con Falcone, che come tutti i fatti umani anche la mafia ha avuto un inizio e avrà una fine.
Può dunque assicurare che con la nuova legge sulle intercettazioni non cambia niente nelle indagini antimafia?
Certamente: per mafia e terrorismo resta tutto com’è. E i reati cosiddetti satelliti o spia, cioè quelli da cui si può avviare indagine per poi arrivare alla mafia – potenzialmente tutti – potranno essere intercettati anch’essi perché non un solo reato è stato sottratto al catalogo di quelli per i quali è possibile inter-cettare. Anzi ne abbiamo aggiunto uno rispetto a quelli attualmente ammessi all’intercettazione e cioè lo stalking.
Davvero pensa che l’autorizzazione alla proroga di 72 ore in 72 ore non sia farraginosa, con il rischio di complicare inutilmente il lavoro degli inquirenti?
Intanto cominciamo a specificare che la proroga serve quando si supera il tetto dei 75 giorni di ascolto che potranno essere utilizzati dai magistrati anche non consecutivamente nell’ambito di diciotto mesi di indagini. E comunque la proroga potrà essere fatta per email, potrà essere rinnovata di volta in volta proprio per acquisire la prova regina. Questa norma nasce proprio perché ci avevano detto: cosa accade se la prova regina rischia di materializzarsi il 76° giorno?
La colpisce sapere che Carlo Federico Grosso, già vicepresidente del Csm in quota sinistra, ha bollato come «eversivo» il suo disegno di legge?
In materia di giustizia vi è un fronte molto ampio a difesa dello status quo, la riforma della giustizia sarà una grande sfida tra chi vuole lasciare le cose così come stanno – e stanno messe male – e chi vuol cambiare. Nell’ambito del primo schieramento c’è anche la categoria di chi dice di volere cambiare e poi si oppone a qualsiasi ipotesi di innovazione. È un modo per non apparire retroguardia culturale e invece esserlo sul piano reale. Vi è stata da parte del Pd una pervicacia conservatrice. Offro due argomenti a sostegno della mia tesi. Il primo è davanti agli occhi di tutti: non gliene va mai bene una e sfida anche le leggi della statistica… Poiché il governo ha fatto molte proposte, e qualcuna di buon senso ci sarà pure stata, non si capisce perché loro dicano «no», dicano sempre e solo «no». L’altro argomento è quello che si fonda sui precedenti: sono stati al governo dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008, cioè sette anni. Nessuno ha memoria di rilevanti riforme della giustizia. Se davvero avessero voluto, avendo delle idee riformatrici, avrebbero potuto applicarle. E invece siamo all’afasia del riformismo di sinistra, alla stroncatura delle voci dissenzienti in materia di giustizia e all’appiattimento evidente: basta confrontare i rispettivi comunicati stampa tema per tema tra sinistra italiana e Associazione nazionale magistrati. Se si vuole conoscere la posizione della sinistra, basta leggere i documenti della giunta esecutiva centrale dell’Anm. Non è necessario sforzarsi e almanaccare troppo per sapere quali siano le posizioni della sinistra.
Eversivo, dicevamo prima. In realtà è uno degli aggettivi meno crudi usati nei confronti suoi e del ddl che porta il suo nome. Che effetto le fa?
È come se vi fosse uno slittamento del linguaggio, degli aggettivi e dei toni sempre verso le iperboli. Non si condivide il ddl? Si dice che è incostituzionale. Non si vuole entrare nel merito di una proposta? Si evoca l‘irragionevolezza sostenendo le impugnative verso la Corte costituzionale. Si propone una maggiore autonomia investigativa delle forze di polizia giudiziaria rispetto al pm, come è stato per 40 anni prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale? Siamo al sovvertimento della democrazia.
A proposito di iperboli, alla Camera, il Pd ha minacciato: «Sarà un Vietnam». Lei vuole fare Rambo? Ma lasciamo perdere Rambo, Zorro e gli altri. Già in prima lettura alla Camera questo ddl è passato nelle votazioni a scrutinio segreto, tra cui quella sulla pregiudiziale di costituzionalità e il voto finale, con una maggioranza superiore a quella che sostiene il governo in Parlamento. Non è stata una passeggiata, ovvio, ma alla fine abbiamo raccolto consensi anche nel campo dell’opposizione. Abbiamo sempre difeso le nostre idee a petto in fuori e con trasparenza perché siamo convinti che se si crede in qualcosa bisogna difenderla. E lo faremo anche questa volta. Perché in Italia si verificano abusi della privacy che non hanno eguali in altre parti del mondo. Bene: noi difendiamo la libertà e la segretezza delle comunicazioni personali che, come dice la nostra Costituzione all’articolo 15, sono inviolabili. Difendiamo il primato del Parlamento e delle sue leggi rispetto a interpretazioni che ne snaturano e tradiscono la ratio. La legge vigente sulle intercettazioni è un’ottima legge perché dice che si possono fare quando sono assolutamente indispensabili alla prosecuzione delle indagini…
Mi perdoni: ma se c’è un’ottima legge, che bisogno c’era di cambiarla?
Per un motivo semplice: l’ottima legge, purtroppo, è stata violata troppe volte. Altro che intercettazioni assolutamente indispensabili: le «intercettazioni a strascico» sono diventate la regola, i costi sono andati alle stelle senza alcun controllo e le rivelazioni del segreto istruttorio sono sempre più condite dall’impunità di chi quel segreto ha violato. Qualcuno ricorda un’indagine andata a buon fine per la rivelazione di un segreto istruttorio? Eppure la violazione del segreto è un danno alle indagini, se non un sabotaggio. Quando accade tutto questo assistiamo allo straordinario fenomeno dell’evanescenza.
Eh?
L’evanescenza delle tante anime belle, dei professionisti degli appelli su giornali e in tv, degli indignati in servizio permanente effettivo: spariscono d’incanto… puff… E le vittime della violazione del segreto restano sole con il loro dramma individuale di persone svergognate in pubblico senza neanche un’indagine a loro carico.
Eppure il presidente della Camera, Gianfranco Fini, dice che non c’è fretta…
Questa è una legge che si trova in Parlamento da due anni: finora non abbiamo avuto fretta. E infatti siamo in ritardo nell’attuazione di un punto scritto chiaro e tondo nel programma.
Vietnam a parte, giudica pregiudiziale la posizione del Pd?
Ragioniamo. Ci sono in ballo tre principi costituzionali e tre valori: c’è il diritto-dovere dei pm di promuovere l’azione penale (articolo 112), quello di manifestazione del pensiero e cioè della libertà di stampa (art. 21) e quello della privacy (art. 15). Il Pd si occupa dei primi due perché si preoccupa di due lobby molto potenti: giornalisti e magistrati. Noi ci occupiamo di tutti i cittadini che tengono alla loro riservatezza e conferiamo al loro diritto la stessa dignità rispetto agli altri due. Non ci sono diritti costituzionali di serie B. A volere dirla tutta, quello alla privacy è un diritto inviolabile. Attenzione: l’espressione «inviolabile» si trova in Costituzione solo tre volte, e cioè per la tutela della libertà personale, del domicilio e della privacy. C’è un avverbio, dimenticato da tutti, citato nell’articolo 111 della Costituzione: è l’avverbio «riservatamente» e riguarda il giusto processo. I cittadini hanno cioè il diritto di essere informati «riservatamente» delle accuse che li riguardano. L’articolo 111 è dolosamente calpestato, ogni giorno, anche da chi dovrebbe tutelare quel diritto.
Dopo le minacce ricevute dal senatore Maurizio Gasparri in seguito all’approvazione del disegno di legge, lei ha paventato il pericolo di un ritorno a periodi bui della Repubblica. Non ha esagerato?
No e le dico perché. Quando l’avversario politico viene additato come il Male, nella mente fragile di un pazzo o di un invasato può insinuarsi la tentazione che eliminando fisicamente il Male si affermi il Bene.
Ogni estate esplode il problema carceri. La sensazione è che, in Italia, ci sia poca pietà per chi attende – spesso da innocente – un processo e molta misericordia quando la pena diventa definitiva tra benefici, sconti e indulti…
Sono d’accordo. E sono convinto che bisogna capovolgere la situazione per assicurare la certezza della pena dopo la condanna mentre la custodia cautelare, che arriva prima del processo e quando il reato è da dimostrare, non deve diventare una sorta di pena preventiva. Nelle nostre carceri, oggi, la presenza di detenuti in attesa di giudizio è del 44 per cento; e il 22 per cento è in attesa del giudizio di primo grado. Il tutto, lo dico con chiarezza, avviene in una grave condizione di sovraffollamento, caratterizzato dalla presenza di 24 mila stranieri: basta fare una semplice operazione matematica per capire che le nostre carceri sarebbero sufficienti se ospitassero solo la «popolazione» carceraria italiana. Anche a questo serviranno le nuove carceri in arrivo: non è possibile immaginare la funzione rieducativa della pena o affermare che i trattamenti detentivi non possono essere contrari al senso di umanità senza intervenire sulla condizione di vita effettiva negli istituti. Per questo abbiamo ribadito più volte il nostro «no» ad amnistie e indulti, e imboccato la strada dell’accelerazione dei lavori in corso per l’adeguamento degli istituti di pena.
Altra piaga, il processo civile. È stato un suo cavallo di battaglia: a che punto siamo?
Ci hanno detto che avremmo improntato la legislatura sulle leggi penali e invece abbiamo cominciato dalle norme antimafia e dal processo civile. Quest’ultimo risponde alla logica di mettere al centro i cittadini perché il ritardo con cui lo Stato italiano eroga giustizia è davvero insopportabile. E non si può immaginare che un cittadino abbia davvero fiducia nella giustizia se alla sua istanza lo Stato risponde dopo dieci anni. Ecco perché la nostra cura pensiamo possa essere davvero efficace: abbiamo dimezzato i termini per il compimento degli atti processuali, saranno puniti con sanzioni fino all’estinzione della causa le parti che giocano ad allungare i tempi, non tutto e non sempre potrà finire in Cassazione e stiamo agevolando la mediazione tra le parti per evitare che tutto e sempre finisca in tribunale. E poi abbiamo immesso massicce dosi di informatica. Sa quante notifiche vengono fatte all’anno nel nostro sistema processuale? 28 milioni, attraverso più di 5 mila uomini del ministero della Giustizia: significa che il 12 per cento di tutto il personale è impegnato nella consegna carte di cui non c’è bisogno al tempo delle email. Così abbiamo introdotto per decreto l’obbligo, per i protagonisti nel processo, di comunicare tra loro per via telematica. E stiamo predisponendo un piano straordinario di smaltimento dell’arretrato. Accelererà lo smaltimento dei 5,6 milioni di procedimenti civili pendenti. Il nostro sistema processuale riesce a definire ogni anno circa lo stesso numero di cause che vi entrano: vale poco se dalle spalle della giustizia italiana non si toglie lo zaino di piombo dell’arretrato. Ci vuole allora un intervento straordinario ed è quello che stiamo facendo.
A proposito: sulla grande riforma della giustizia, lei e Silvio Berlusconi vi siete dati tempi strettissimi. Dobbiamo prepararci all’ennesimo Vietnam?
È nostro dovere realizzare tutto ciò che diciamo di volere dalla discesa in campo di Berlusconi. I tempi sono maturi e i nostri argomenti sono solidi: non si può immaginare di riformare il sistema giustizia senza intervenire anche sulla Costituzione per affermare che accusa e difesa sono pari nel processo e che il giudice deve essere equidistante. Offriremo al Parlamento un’ipotesi ragionevole per chi voglia far buon uso di ragionevolezza. Se dovesse esserci un’altra strofa della cantilena dei «no», saremmo comunque tenuti a realizzare il programma per il quale ci siamo impegnati con gli elettori.
Succederà tutto in ottobre, quando lei compirà 40 anni. Viste le responsabilità che ha, si sente un giovane vecchio?
Sento addosso per intero il peso della responsabilità, ma mi sento gratificato. Da ragazzo ho sentito la passione per l’impegno civile e sono contento di avere realizzato una vocazione, ma non è un mestiere e neppure è eterno. Grazie a Dio, un mestiere ce l’ho. E posso riprendere a fare l’avvocato o l’attività universitaria in qualsiasi momento.
- Martedì 22 Giugno 2010
Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 22 Giugno 2010 alle 17:48 Zione ha scritto:
Un vivido raggio di luce squarcia le Tenebre dell’orrendo Giudiciume e illumina così il Popolo Italiano sulla via maestra da seguire, al fine di evitare in avvenire, che un mancato o tardivo scappellamento, al passaggio o al dire di qualche Eccellentissimo Scellerato, continui a perpetuare il turpe andazzo da parte della Grandissima Vergogna d’Italia; così come impunemente si è verificato finora, con infami Oltraggi.
Grazie, Signor Ministro; Sapiente e chiaro Galantuomo.
Il 22 Giugno 2010 alle 19:44 lapolide ha scritto:
Padova, 22 giugno 2010.
Ormai siamo alle comiche.
Angelino Alfano: Così cambierò la giustizia in Italia
Tags: Angelino-Alfano, interviste, legge sulle intercettazioni telefoniche, panorama in edicola, personaggi, rirorma della giustizia.
E che volete commentare ? Ricordate la canzone di Tony Renis ? Ripetete con me:
♫ ♫
DIMMI QUANDO, QUANDO, QUANDOOOO……
lapolide.
Il 23 Giugno 2010 alle 18:43 pv21 ha scritto:
Il “piano casa” invidiato da mezza Europa non è mai decollato. Il “piano carceri” è fermo alle dichiarazioni. Il ddl intercettazioni si può cambiare, emendare, rivedere purchè non finisca alle calende greche (Berlusconi). Forse non ce ne siamo accorti. Il “governo del fare” è diventato il governo del “si potrebbe fare”. L’importante è non perdere il CONSENSO SURROGATO di chi ha fede e ottimismo …
http://www.vogliandare.it/nat/.....sd1.html
Il 20 Settembre 2010 alle 23:05 Zione ha scritto:
Boja fauss; si fa fatica a pensare a cosa sarebbe successo, se il ‘reo’ fosse stato un povero grullo che avesse dato appena appena di piglio alla violenza; minchia; questi, niente niente avrebbero ripristinato Madame la Guillottin; perciò, non fate i discoli e attenti a parlare, bravi ragazzi, cercate di rigare diritto e scherzate pure coi fanti, ma lasciate stare i “Santi”; che tanto quelli, si sa come sono, sono permalosi (e vendicativi).
Arrestato in Piemonte il noto finanziere svizzero, conte Igor Marini; condannato a scontare 5 anni di carcere per calunnia (avvenuta ?) verso un P.M. nel 2.003; ma allora le Calunnie al Presidente del Consiglio valgono almeno 50 anni ?
Certamente, se si considera che l’Insigne Statista rappresenta la maggioranza del Popolo Italiano (che lo ha liberamente Eletto) e quindi il sasso che gli si tira, colpisce molta gente; e siccome queste iniquità a suo danno avvengono tutti i giorni e per di più anche da parte di qualche Scellerato, intrufolato infingardamente nelle Istituzioni, che le permette e le avalla, allora si deve pensare che una pena equa non possa essere inferiore ad almeno un Secolo di Galera, da scontarsi tutta, a pane e acqua e in mezzo agli orrendi ratti delle famigerate carceri Nuove, nella bella e sfortunata Torino; nel mentre si resta in grande perplessità sul fatto che anche nei confronti del Presidente della Repubblica, questa Magistratura così attenta e materna coi suoi rampolli, non riesca a far niente per punire i Malfattori e i Cornacopia, che sovente lo Vilipendiano.
In questo odierno caso, sembra che ci siano due parole contro una; ma se (come affermo io da lungo tempo, avendo ben conosciuto il turpe Giudiciume Assassino e i suoi compiacenti Gaglioffi al seguito) ci fosse stata una doppia registrazione del “colloquio” avvenuto, con una cassetta in mano all’inquirente e l’altra all’interrogato (oggi ovviamente meglio video; ed ancor meglio, non manomessa da qualche Fellonesca mano tribunalizia; come capitato …), questo e tanti altri casi simili, non si sarebbero verificati; e così con grande beneficio della Giustizia, dell’Erario, dei partecipanti e degli Utenti, avremmo avuto meno pateracchi, meno cause e meno fiele, avvelenatore del Popolo nella sua più completa accezione del termine.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.