

Una manifestazione a favore del riconoscimento delle coppie di fatto a Bologna (GIORGIO BENVENUTI/ANSA)
Sono almeno dieci anni che i comuni lanciano il sasso sul riconoscimento delle coppie di fatto. A fine anni ‘90, l’ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati, quando era sindaco di Sesto San Giovanni, avrebbe voluto trasformare l’ex Stalingrado d’Italia in una nuova Amsterdam istituendo il primo registro delle coppie di fatto in Lombardia. Il risultato fu una polemica piuttosto accesa con i parroci.
Penati allora spiegò così che la decisione, presa a maggioranza dal consiglio di Sesto, era un segnale al Parlamento affinché legiferasse al più presto sul tema. Le stesse parole pronunciate ieri dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che viene dalla stessa famiglia politica di Penati. L’occasione è stata l’approvazione di una delibera di iniziativa popolare che riconosce le unioni civili.
Non si tratta di un sostituto dello stato di famiglia, ma di un documento rilasciato dall’anagrafe del capoluogo piemontese a tutte le coppie che dichiareranno di convivere per motivi affettivi. Un foglio che permetterà alle coppie di fatto di godere degli stessi privilegi delle famiglie per quanto riguarda gli accessi agli asili o alle case popolari.
Ma oltre a un valore amministrativo locale, Chiamparino ha appunto sottolineato che il documento è “prima di tutto un segnale forte al Parlamento, affinché riprenda in mano argomenti che non possono più attendere”.
Il riconoscimento delle unioni di fatto tra due persone (nella forma lui - lei, lui -lui, lei-lei) al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna, che è l’unica forma di convivenza legittimata dallo Stato, spacca gli elettori di entrambi gli schieramenti: laici da una parte, cattolici dall’altra. E, infatti, le proposte in Parlamento dagli anni ottanta in poi sono finite tutte in un binario morto. Così si spiega il dinamismo delle amministrazioni locali sulle coppie di fatto: aprì le danze Empoli nel 1993; poi Pisa nel 1997, Firenze nel 1998, Bologna nel 1999 fino ai casi di Padova e La Spezia nel 2006, tra i più clamorosi. Città amministrate spesso dal centrosinistra.
Un dinamismo municipale, quello delle giunte di sinistra, del tutto analogo a quello delle giunte leghiste, che hanno sfornato delibere sulla sicurezza e sulla tutela delle tradizioni locali ai limiti della costituzionalità e spesso finite sulle prime pagine. Iniziative locali che vengono sovente giustificate come un “segnale al Parlamento”, ma che alla fine ne svuotano i poteri, sovrapponendosi con l’Aula su un tema che richiederebbe invece un’iniziativa legislativa generale.
Come per dire, siccome a Roma non se ne fa nulla, allora a casa nostra facciamo un po’ come ci pare. E così nessuno quasi più si ricorda che in Italia il popolo è sovrano ed è il Parlamento che fa le leggi. Purché le faccia e alla svelta, come in questo caso.
- Mercoledì 30 Giugno 2010
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