Lucio Stanca: non sono più lo chef dell’expo


Lucio Stanca: non sono più lo chef dell'expo

di Annalia Venezia

«Il lavoro del cuoco è delicato: devi fare la spesa, scegliere gli ingredienti giusti e renderli armonici tra loro. Spesso il menu si decide al mercato. A casa mia, se non lo scelgo personalmente in pescheria, il pesce non si mangia. Ecco, valeva lo stesso per l’Expo. Solo che io come amministratore delegato della Expo 2015 spa non ero più nelle condizioni di scegliere e ho preferito cedere il passo. L’ho detto a Silvio Berlusconi: io così non posso più lavorare».

Lucio Stanca apre le braccia in segno di rassegnazione: è seduto sul divano bianco della sua villa, un puntino nel mare verde che la circonda a San Fermo della Battaglia, pochi chilometri da Como. Accanto a lui, presenza discreta, la moglie Chicca, conosciuta alla Bocconi 34 anni fa. Lui impartisce disposizioni, chiede e parla. Lei esegue, ascolta e quando è il caso interviene.

Stanca incontra Panorama per parlare dell’Expo, sì, ma soprattutto della sua vera passione, la cucina, «che se non mi fossi innamorato della politica sarebbe stato un matrimonio di successo» spiega. Tanto da avere da poco pubblicato il libro I profumi di casa (Book Time editore, 208 pagine, 20 euro; i proventi andranno in beneficenza) con 300 ricette della sua vita, un mix di tradizioni pugliesi (le sue) e lombarde.

In cucina le polemiche per le dimissioni da amministratore delegato dell’Expo 2015, carica che ha coperto per più di un anno fino al 24 giugno, sembrano lontane. «Su tagliatelle alla bolognese e spaghetti alle vongole» dice Stanca «sono imbattibile. Ormai non li mangio neanche più al ristorante perché trovo sempre difetti. Il mio sogno è aprire un ristorante. Lo chiamerei Lucio a mare» progetta leggendo fiero la ricetta degli spaghetti coi ricci.

Del resto, dopo ogni Ferragosto una sessantina di amici illustri si incontrano nella sua casa in Sardegna per gustare i piatti cucinati da lui. «Sei tavoli da 10 persone in giardino, non di più. Antipasti, buffet di primi, secondi. Ci metto due giorni a preparare tutto. Poi c’è la musica, si canta. Gli amici sono quelli di sempre, i Dompè, i Catania, i Paolucci, i Tatò, i Brivio…».

Stanca indossa il grembiule per preparare un piatto di pasta; guarda l’ora e spiega che tra poco dovrà volare a Roma. «Hanno fatto tante polemiche per il mio doppio incarico, per le mie assenze in Parlamento. Adesso torno alle origini, così si rasserenano» ironizza.

Per usare una metafora culinaria, il suo Expo oggi è come un soufflé sgonfio?
No, perché il soufflé non è ancora stato cucinato. La Camera di commercio, la provincia, la Legge finanziaria che ha tolto soldi a regioni e comuni: inizino tutti a dare garanzie. Per fare l’Expo ci vogliono gli ingredienti giusti, cioè risorse finanziarie importantissime, poteri, responsabilità. Questi nodi dopo mesi e mesi di discussioni non sono stati ancora sciolti e con queste premesse oggi non possiamo organizzare un evento planetario: al massimo, una sagra di paese.

Lei sostiene che i terreni, vero ostacolo alla realizzazione dell’Expo, sarebbe stato meglio comprarli. Ma se la società dell’Expo non ha i fondi, come si dovrebbe fare?
Senza i terreni non ci sono le premesse per fare l’Expo, però sono contento che il governatore Roberto Formigoni finalmente, dopo mesi di discussioni e trattative, abbia sposato la mia idea originale: creare una società che ne diventi proprietaria.

E che cosa ne sarà, quando poi l’Expo sarà finito?
Rimarrà un’immagine positiva dell’Italia. E poi tutte le infrastrutture, le autostrade, la banda larga. Sui terreni si svilupperà una parte di Milano: residenze e servizi a metà strada tra due aeroporti.

Però siamo in grave ritardo sulla tabella di marcia. O no?
Oggi non siamo in ritardo, e non lo dico io, lo dice il Bie (Bureau international des expositions , ndr). Però entro l’anno bisogna sciogliere i nodi. È fondamentale anche il ruolo del ministero dell’Economia, che mette i soldi ma poi è assente nella società. Se il socio di maggioranza è assente, manca la direzione.

Ha mai pensato di appianare tutte le divergenze invitando a cena Diana Bracco, Letizia Moratti, Formigoni, Giulio Tremonti e Filippo Penati?
No, no e no. Violenterei il piacere di stare a tavola. A tavola io ci sto con gli amici. Diventerebbe un incontro di lavoro e a quelli, a tavola, non dedico più di 50 minuti.

Al «Corriere» lei ha detto: «Forse sono stato usato per una bieca manovra politica». Cioè?
L’Expo muove miliardi, sia direttamente sia indirettamente. Non sono nato ieri, tutti hanno degli interessi. Nessuno mi ha influenzato, ma di sicuro non hanno creato un clima sereno. Purtroppo da un certo momento in poi le critiche non erano più costruttive, capivo che c’erano secondi e anche terzi fini. Le polemiche inutili e la mancanza di decisioni iniziavano a rovinare la nostra credibilità, l’immagine dell’Expo e dell’Italia. Pensiamo ai 150 paesi che dovrebbero venire a investire qui. È un campo di battaglia? Una sagra paesana? Sono domande che sul piano internazionale si cominciavano a fare. E io non potevo stare a guardare. Così ho detto: separiamoci, è meglio. Ma, se chi arriva dopo di me non ha poteri, risorse e una governance in sintonia, non riuscirà a fare nulla.

Cosa ne pensa del suo successore, il «city manager» Giuseppe Sala?
È una persona che stimo, un ottimo manager. Ma ripeto: dopo Sala ci può essere Sempronio, però non si può andare avanti con l’ambiguità. Il tempo è galantuomo.

Insomma, saremmo al tutto cambi perché nulla cambi?
Esatto, si crea una crisi per cambiare direzione.

E di Diana Bracco, il presidente dell’Expo che le ha scritto una lettera assai critica sui costi sostenuti e sui ritardi della manifestazione, che cosa pensa?
Non mi aveva mai criticato. Poi un bel giorno qualcuno le ha raccontato delle balle stratosferiche, cioè che Stanca mirava a prendere il suo posto e a diventare presidente. Allora lei ha scritto all’improvviso nove pagine con 70 domande: contestava tutto. Lì ho capito che era strumentale.

Cosa cucinerebbe per Bracco?
Solo tanta camomilla.

E del sindaco Moratti che cosa pensa?
Sui contenuti siamo sempre andati d’accordo. Abbiamo avuto divergenze su come procedere, sulla definizione dei differenti ruoli, dal commissario alla società, ma ho lavorato bene con lei.

La inviterebbe a cena?
So che è brava a fare i risotti. Più che invitarla a cena, la sfiderei all’ultimo risotto. Io scenderei in campo con quello ai frutti di mare. E lì, credetemi, sarei imbattibile.

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Il 5 Luglio 2010 alle 13:05 Lucio Stanca: non sono più lo chef dell’expo | eventinellacitta.com ha scritto:

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