Il dramma degli eritrei respinti in Libia: non lasciamoli soli


Un barcone carico di immigrati che è stato soccorso il 26 ottobre 2009 nel canale di Sicilia (Ansa)

Un barcone carico di immigrati che è stato soccorso il 26 ottobre 2009 nel canale di Sicilia (Ansa)

Un altro bavaglio l’hanno definito quelli dell’Unità. La storia di oltre duecento profughi eritrei che stanno rischiando di morire di fame e di torture in un centro di detenzione nel Sud della Libia, che sarebbe più opportuno chiamare lager, stando al disperato Sos lanciato dai profughi nei giorni scorsi. Sono scappati dal loro paese, dove con molta probabilità rischiano di essere uccisi o di essere condannati ai lavori forzati. Si sono rifiutati di fornire le loro generalità ai diplomatici eritrei per paura del rimpatrio forzato. Così è scoppiata una rivolta che ha avuto come epilogo il loro trasferimento nel centro di Brak, controllato dai militari, in pieno deserto.

Alcuni dovevano ancora affrontare il viaggio verso le coste italiane, ma la loro avventura si è fermata in Libia. Altri dicono di essere stati respinti in Italia, pur avendo diritto d’asilo. Se fosse vero, sarebbe un grave errore da parte del nostro paese. I respingimenti sono stati azzerati, basti pensare alle ripetute invasioni di Lampedusa fino a pochi anni fa. Ma ciò non implica il non riconoscimento dei diritti stabiliti dagli accordi tra i paesi delle Nazioni Unite, tra cui il diritto d’asilo. Poi c’è la questione della Libia. Lo scorso maggio, in mezzo alle polemiche di decine e decine di organizzazioni non governative, il paese nordafricano è entrato a far parte dei 46 paesi che formano il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. “Scegliere il dittatore libico Muammar Gheddafi per giudicare altri sui diritti umani è una barzelletta“, ha detto senza peli sulla lingua Hillel Neuer, responsabile dell’organizzazione UN Watch.

Ma tra Libia e Italia c’è anche di più: Berlusconi e Gheddafi nel 2008 hanno firmato il “Trattato di amicizia” e i governi italiani, di centrodestra e di centrosinistra, hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il colonnello. Un documento importante nel definire i rapporti diplomatici tra i due paesi e che mette la parola fine sul passato coloniale italiano; senza tralasciare un riscontro economico per l’Italia, visto che il paese può rappresentare un mercato per molte nostre imprese e che proprio dalla Libia parte il terzo gasdotto per portata verso l’Italia, dopo Algeria e Russia.

L’accordo, inoltre, ha anche avuto effetti più che positivi nel contrasto all’immigrazione clandestina, riducendo il flusso delle carrette del mare verso le nostre coste, che spesso rischiano di affondare. Nonostante tutto, ci sono dei punti che un paese europeo, civile e progredito non può tollerare. Tra questi lasciare torturare e morire di fame delle persone. E questo dovrebbe valere per ogni rapporto con paesi dove i diritti umani vengono continuamente calpestati, come Cina o Iran.
Il caso della Libia, però, è diverso, visto il maggior coinvolgimento del nostro paese, soprattutto sul versante delle politiche dell’immigrazione. Il sottosegretario Margherita Boniver ha assicurato che il governo sta facendo il possibile per risolvere “la vicenda umana dei cittadini eritrei”, aggiungendo che la sovranità della Libia va rispettata. Tuttavia il rispetto della sovranità di un paese “amico” non significa che il nostro governo non possa fare pressioni, affinché si possa portare avanti una politica dei respingimenti senza violare i diritti umani

Commenti

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Il 6 Luglio 2010 alle 17:51 pv21 ha scritto:

La Procura di Siracusa ha rinviato a giudizio il Direttore della Polizia di frontiera per il noto “respingimento” di 75 immigrati dell’agosto 2009. Ora Frattini e Maroni sono impegnati in una delicata “mediazione” per la liberazione dei profughi Eritrei trovandogli un’occupazione in Libia. Dopo la politica dei “respingimenti” verrà istituito il Ministero per il Collocamento all’Estero? Strani sono i Trattati di Amicizia da nascondere DIETRO la CORTINA di LAMINARIE ..
http://www.vogliandare.it/nat/.....ps3.html

Il 6 Luglio 2010 alle 18:09 pasalaam ha scritto:

I paesi che hanno votato la Libia come rappresentante dei diritti umani, all’onu, ce li abbiamo messi noi. O li contestiamo tutti e li cacciamo fuori insieme alla Libia (il che sarebbe un grande progresso per l’Umanità) oppure accettiamo le loro scelte.

Sul fatto che la Libia sia un paese amico, ci sarebbe da discutere, però, se abbiamo firmato un accordo: o’ lo rispettiamo oppure lo stracciamo.
Fare un giorno sì ed un’altro nò ci rende inaffidabili come amici e poco credibili come nemici.

Inoltre, volendo veramente salvare il Mondo, ci sono moltissimi paesi ove la gente é trattata altrettanto inumanamente che in Libia e potremmo incominciare da loro, tantopiù, se non siamo loro amici.

Detto questo, un governo (compreso quello italiano) é eletto affinché protegga i propri cittadini e non quelli del paese accanto. Il primo dovere di un governo é quello di vegliare al benessere della popolazione che lo ha eletto, che paga gli stipendi dei ministri e quando necessario sacrifica la propria vita per loro.

Tutto il resto, sono discussioni filosofiche di persone che: incapaci di compiere il necessario, tentano missioni impossibili. Sempre però, con la salute ed i soldi nostri.

Il 6 Agosto 2010 alle 17:01 Emergenza umanitaria in Libia: quando l’uomo non è uomo, quando l’indifferenza domina ha scritto:

[...] Un altro bavaglio l’hanno definito quelli dell’Unità. La storia di oltre duecento profughi eritrei che stanno rischiando di morire di fame e di torture in un centro di detenzione nel Sud della Libia, che sarebbe più opportuno chiamarlo lager, stando al disperato Sos lanciato dai profughi nei giorni scorsi. Sono scappati dal loro paese, dove con molta probabilità rischiano di essere uccisi o di essere condannati ai lavori forzati. Si sono rifiutati di dare le loro generalità ai diplomatici del loro paese per paura del rimpatrio forzato. Così è scoppiata una rivolta che ha avuto come epilogo il loro trasferimento nel centro di Brak, controllato dai militari, in pieno deserto. Alcuni dovevano ancora affrontare il viaggio verso le coste italiane, ma la loro avventura si è fermata in Libia. Altri dicono di essere stati respinti in Italia, pur avendo diritto d’asilo. Se fosse vero, sarebbe un grave errore da parte del nostro paese. I respingimenti sono stati azzerati, basti pensare alle ripetute invasioni di Lampedusa fino a pochi anni fa. Ma ciò non implica il non riconoscimento dei diritti stabiliti dagli accordi tra i paesi delle Nazioni Unite, tra cui il diritto d’asilo. Poi c’è la questione della Libia. Lo scorso maggio, in mezzo alle polemiche di decine e decine di organizzazioni non governative, il paese nordafricano è entrato a far parte del consiglio dei 46 paesi che formano il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. “Scegliere il dittatore libico Muammar Gheddafi per giudicare altri sui diritti umani è una barzelletta”, ha detto Hillel Neuer, responsabile dell’organizzazione UN Watch. Ma tra Libia e Italia c’è anche di più: Berlusconi e Gheddafi nel 2009 hanno firmato il “Trattato di amicizia” e i governi italiani, di centrodestra e di centrosinistra, hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il colonnello Gheddafi. Un documento importante nel definire i rapporti diplomatici tra i due paesi e che mette la parola fine sul passato coloniale italiano; senza tralasciare un riscontro economico per l’Italia, visto che il paese può rappresentare un mercato per molte nostre imprese e che proprio dalla Libia parte il terzo gasdotto per portata verso l’Italia, dopo Algeria e Russia. L’accordo, inoltre, ha anche avuto effetti più che positivi nel contrasto all’immigrazione clandestina, riducendo il flusso delle carrette del mare verso le nostre coste, che spesso rischiano di affondare in mare aperto.Nonostante tutto, ci sono dei punti che un paese europeo, civile e progredito non può tollerare. Tra questi lasciare torturare e morire di fame delle persone. E questo dovrebbe valere per ogni rapporto con paesi dove i diritti umani vengono continuamente calpestati, come Cina o Iran. Il caso della Libia, però, è diverso, visto il maggior coinvolgimento del nostro paese, soprattutto sul versante delle politiche dell’immigrazione. Il sottosegretario Margherita Boniver ha assicurato che il governo sta facendo il possibile per risolvere “la vicenda umana dei cittadini eritrei”, aggiungendo che la sovranità della Libia va rispettata. Tuttavia il rispetto della sovranità di un paese “amico” non implica che il nostro governo non possa fare pressioni, affinché si possa portare avanti una politica dei respingimenti senza violare i diritti umani http://blog.panorama.it/italia.....more-20765 [...]

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