
Il capo della famiglia della ndrangheta Oppedisano (C) mentre esce dal comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria
Altro che Mafia e Camorra: il primato della fantasia linguistica ce l’ha l’Ndrangheta! A confronto dei calabresi, siciliani e napoletani sono un libro aperto. Certo, per noi profani il vocabolario dei malavitosi è praticamente inaccessibile in ogni caso, ma all’occhio, e soprattutto all’orecchio, dell’ esperto le differenze e i gradi di difficoltà sono ben riconoscibili.
E visto che un corso universitario di “Filologia criminale” non ci risulta sia ancora stato istituito, è a un docente di Storia della criminalità organizzata che ci siamo voluti rivolgere per capirne qualcosa di più.
“Non c’è dubbio: è quello dell’Ndrangheta il sistema simbolico, rituale e linguistico più immaginifico di tutti” dice Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti in Italia delle dinamiche delle grandi associazioni mafiose. Già membro della Commissione giustizia tra il 1987 e il 1992, e consulente presso la Commissione parlamentare antimafia, il professore Ciconte ha dedicato gran parte della sua attività di studioso a decifrare proprio il modus agendi dei gruppi malavitosi e in particolare della loro penetrazione al nord. Esattamente quello che è emerso dall’inchiesta delle Dda di Milano e Reggio Calabria che sta facendo tremare la Lombardia criminale.
Tra le sue ultime pubblicazioni un titolo che dà l’idea di quanto ne sappia. Si chiama “Storia criminale: la resistibile ascesa di mafia, ‘ndrangheta e camorra dall’ Ottocento ai giorni nostri” edito da Rubbettino.
Ma per lo stesso editore uscirà ai primi d’agosto qualcosa che sembra fare proprio al caso nostro e di cui il professor Ciconte ci parla in anteprima. Il titolo è “Osso, Mastrosso e Carcagnosso - Immagini, miti e misteri della ‘Ndrangheta” scritto con Vincenzo Macrì, Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, e Francesco Forgione, ex Presidente della Commissione Antimafia.
Professore Ciconte, tentiamo di fare un confronto “parola per parola” sui modi di dire delle tre grandi organizzazioni criminali. Partiamo con
BACILETTA
Baciletta, detta anche Bacinella, è nella lingua dell’ndrine il vaso di stagno dove anticamente tutti i nuovi affiliati versavano la loro quota d’ingresso e che doveva costituire il fondo necessario al sostentamento delle famiglie di chi si trovava detenuto in carcere. Camorra e Cosa Nostra non hanno alcun termine altrettanto specifico che faccia riferimento a una cassa comune
VANGELO
Vangelo è il grado più alto della gerarchia. Il termine è attinto dal linguaggio religioso che, insieme a quello massonico, costituisce la fonte di gran parte del vocabolario dell’Ndrangheta. Questo per via del fascino esercitato dal suono di parole di cui spesso gli affiliati non conoscevano il significato ma che proprio a causa della loro oscurità erano considerate particolarmente attraenti. Il secondo livello della gerarchia è rappresentato dal Quartino, a seguire c’è il Trequarti. Camorristi e mafiosi usano, invece, solo picciotto e camorrista.
C’è un sostantivo usato da alcuni degli arresti della ‘Ndrangheta che sembrerebbe far riferimento a qualcuno che si è comportato male, che ha commesso qualche sbaglio, il
CAMORRISTA DI SGARRO
Niente affatto! Anzi, lo Sgarrista è uno cui vengono affidati incarichi molto importanti. Il braccio armato dell’organizzazione. Sotto di lui c’è il Camorrista semplice, sopra il Camorrista di seta, in sostanza il diplomatico del gruppo, quello che usa le armi dell’intimidazione sussurrata. In Campania e Sicilia tutte queste differenze non esistono.
MASTRO DI GIORNATA
Il Mastro di giornata non esiste assolutamente più. E’ una figura della vecchia ‘Ndrangheta, quella dell’era precedente ai telefonini. In sostanza era colui che andava in giro per il paese a impartire ordini e direttive per conto dei capi. Anche in questo caso né la Camorra, né la Mafia hanno mai assegnato un titolo preciso a chi svolgeva questo ruolo. Si trattava, nel loro caso, semplicemente di Picciotti
Parliamo di donne:
SORELLA D’OMERTA’
Dunque, qua va detto che, al di là delle apparenze, in tutte le organizzazioni criminali le donne ricoprono sempre ruoli di altissimo rango. Le società mafiose sono sempre state di tipo matriarcale e le donne hanno sempre comandato senza, però, che ciò venisse formalizzato. Questo perché nel caso i mariti fossero finiti ammazzati o carcerati, sarebbe toccato alle loro mogli doversi occupare di tutto. Figure femminili vengono alla ribalta processuale quando in magistratura cominciano ad entrare le donne, le prime a rendersi conto del reale peso di madri, sorelle e mogli nei gruppi criminali
Insomma, vuole dire che non esitono termini in comune, o riti che si ripetono uguali, tra ‘Ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra?
No, ci sono. Il fatto è che l’Ndrangheta ne ha di più e di più complessi. Come nel caso della Pongiuta
Allora spieghiamo:
PONGIUTA
La Pongiuta è il vero e proprio rito di affiliazione. Si punge il dito indice della mano destra – o sinistra se si tratta di un mancino, basta che sia quella che spara – e si fa cadere una goccia di sangue su un’immaginetta sacra che viene poi bruciata mentre si recita la formula rituale. Il tutto per significare che come brucia l’immagine sacra così brucerà l’affiliato traditore. Campani, siciliani e calabresi condividono tutti questa usanza, ma i calabresi ci aggiungono qualcosa in più: l’avvertimento a chi entra nell’organizzazione che potrà uscirne solo se riuscirà a ricomporre dalla ceneri la stessa immagine data alla fiamme. Cioè mai.
Insomma, più che per qualsiasi altra organizzazione criminale, sono i rituali fatti di gesti oscuri e termini quasi indecifrabili la vera coperta ideologica dell’Ndrangheta.
Quella che usa parlare di 13 candileve per intendere 13 uomini uccisi con onore e di 13 lampadine accese, altrettanti traditori.
- Mercoledì 14 Luglio 2010
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Commenti
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Il 16 Luglio 2010 alle 15:58 I volti della mafia nel mondo - Economia - Panorama.it ha scritto:
[...] di Domenico Oppedisano, il numero uno delle cosche calabresi, e di altre 300 persone. Ma la ‘Ndrangheta non è l’unica organizzazione criminale diffusa su tutto il pianeta. Certo, la cosca calabrese è [...]
Il 16 Luglio 2010 alle 23:23 indigesto ha scritto:
Tuttoquesto senza tener conto delle riunioni nei Santuari, all’ombra di una ostentata fede religiosa, sicuramente non richiesta dall’Altissimo; magari da qualche sacerdote nell’illusione di redimere, magari da qualche altro non proprio in buonafede. Ma non credo si possa contar troppo sulla ritualità e sull’attaccamento alla terra di origine. Il malaffare, via via che passano le generazioni, si libererà anche della ritualità. Magari qualche residuo lo si potrà praticare anche altrove. E penso che in questo il Nord ne sappia già qualcosa!
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