E i boss dissero: la Padania sarà nostra


E i boss dissero: la Padania sarà nostra

«Quello che abbiamo noi qui, se non era per me, non ci sarebbe stato…». È l’1 settembre 2009, mezzogiorno in punto: nel santuario di Polsi, sull’Apromonte, si festeggia la Madonna. Un gruppo di uomini in un angolo del giardino ha però intenti meno nobili: riuniti in circolo, ascoltano il discorso d’insediamento di Domenico Oppedisano, 80 anni, nominato qualche settimana prima «capo Crimine», cioè boss dei boss della ‘ndrangheta. «Non ci sarebbe stato» ripete Oppedisano. «Lo sappiamo» mormora il consesso criminale. «Le cariche non si possono dare quando vogliamo, ma solo due volte l’anno» continua Oppedisano. La folla di picciotti continua ad annuire. «E le dobbiamo fare tutti insieme. Il crimine lo devono formare quelli della locale. Tutti insieme». Seguono composti cenni d’ammirazione. Gli uomini sono consapevoli di avere scelto la persona giusta: pacificatrice e ricca d’esperienza.

Quello che però gli affiliati non possono sapere è che una telecamera dei carabinieri sta registrando tutto. Per anni, assieme alla polizia, hanno pedinato, intercettato, filmato i vertici dell’organizzazione criminale calabrese. Guidati dalla procura di Reggio Calabria e dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, hanno costruito la più monumentale indagine sulla ‘ndrangheta degli ultimi anni. Ne hanno svelato i segreti organizzativi, le coperture istituzionali, gli appetiti politici. Il 13 luglio 2010 sono state arrestate 305 persone: 160 in Lombardia. Le carte dell’inchiesta raccontano la nuova ‘ndrangheta di Milano e dintorni, affarista e abilissima a muovere le leve del potere. Ma anche saldamente ancorata alle tradizioni: alle ‘ndrine calabresi. Un romanzone in cui la realtà sembra più vivida della finzione.

LA «LOMBARDIA». Senza particolari sforzi di fantasia, la commissione regionale si chiamava così. In un’intercettazione del 13 giugno 2008 due affiliati conteggiano: «Cecè, vedi che siamo 500 uomini qua: ci sono 20 “locali”». Cioè 20 cosche: in città come Pavia e Milano; e paesi come Canzo, provincia di Como, e Seregno, nel Monzese.

Ogni tentativo di indipendentismo dalla Calabria viene lavato con il sangue. L’ascesa e la caduta del boss Carmelo Novella sono esemplificative. Il 15 agosto 2007 Novella diventa il capo della «Lombardia». È uomo potente e riverito. Così tanto da tentare l’inosabile. Coltiva sogni indipendentisti, vuole emanciparsi, comandare a casa propria. Le locali devono rispondere direttamente a lui.

Il 14 luglio 2008, pochi minuti prima delle 6 di sera, Novella è seduto al tavolino del bar Reduci e combattenti di San Vittore Olona, nel Milanese. I due sicari arrivano su una Kawasaki. Scendono e si avvicinano al bancone. «Un cappuccio bianco» dice uno dei due alla barista. Ma non aspetta nemmeno che l’ordinazione arrivi. Raggiunge il tavolino a cui siede il boss: «Carmelo, come stai?». Novella si alza, per ricambiare il saluto. Gli sparano al volto e al petto. Morto Novella, in Calabria viene «fatto» il suo successore: Giuseppe Neri, «l’avvocato Pino».

MAFIA IN DOPPIOPETTO. Neri, 52 anni, avvocato lo è davvero. Sarebbe lui la migliore dimostrazione del «boss in doppiopetto», sempre evocata e di rado efficacemente esemplicata nelle indagini. Vista nei film, più che nella realtà. Originario di Giffone, nel Reggino, Neri si trasferisce a Pavia negli anni Settanta per studiare. In città resterà tutta la vita. Prima lavora per l’Intendenza di finanza. Poi apre uno studio di consulenza fiscale a Vigevano. Nel mentre viene eletto a Giffone nel Partito comunista. Lo arrestano nel 1994. I pentiti lo accusano di essere il capo della locale di Pavia. È condannato a 9 anni per traffico di stupefacenti.

Dopo la fine delle sue traversie giudiziarie Neri apre uno studio di consulenza. Da lì tesse, scrivono i magistrati, «una rete relazionale che lo porta a interfacciarsi con politici, imprenditori, liberi professionisti». Sarebbe lui il perno
di un comitato d’affari «che riesce ad aggiudicarsi lucrose iniziative immobiliari».

I carabinieri ascoltano le sue telefonate: «L’Enel ha tante di quelle proprietà che ultimamente sta svendendo» dice a un amico. A un altro affiliato prospetta: «Compare Giorgio, ci sono delle occasioni buone. Tipo questa qua: 5 mila euro per 11 mila metri di terreno a Borgo Priolo. All’asta lo prendo volando».

Per i magistrati, sodale di Neri sarebbe Carlo Antonio Chiriaco, uno degli uomini più influenti della sanità lombarda. Nato a Reggio Calabria, 59 anni, si laurea in medicina a Pavia. E comincia la sua scalata. Il giorno dell’arresto è direttore sanitario della asl della città. Intercettato, Neri spiega i rapporti con Chiriaco: «Siamo sempre vicini a lui e lui ci tiene sempre in considerazione… Poi fa centomila favori, si è sempre messo nei guai per questo e per quello… Da anni siamo un tutt’uno, con lui avevamo la discoteca insieme a compare Giorgio».

Anche Chiriaco non ha la fedina penale limpida. Condannato per estorsione, «è riuscito a lucrare un proscioglimento per prescrizione», scrivono i pm. Lui stesso si vanta per telefono del suo cursus honorum criminale, esponendo la sua personale idea di giustizia: «Il primo processo l’ho avuto a 19 anni per tentato omicidio. La legge è incredibile: quando tu fai una cosa, puoi stare certo che ti assolvono. Se invece non la commetti… rischi di essere condannato». E il 9 giugno 2009, in macchina, racconta a una donna le sue prodezze: «Eravamo i capi della ‘ndrangheta di Pavia» ricorda nostalgicamente. «Eravamo una potenza, ora ci siamo ridotti così… A fare il direttore amministrativo».

I SUMMIT. Il Gruppo carabinieri di Monza, guidato dal colonnello Giuseppe Spina, ha filmato ben 41 summit tra il 2007 e il 2009. Incontri che vengono organizzati nei dettagli. Come quello del 31 ottobre 2009, al centro per anziani Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano, paesone alla periferia di Milano. La riunione è di quelle importanti: bisogna decidere il successore di Neri. Viene organizzata da Vincenzo Mandalari, considerato il capobastone di Bollate, altro comune in zona. Le regole sono ferree: due esponenti per ogni locale, 30 persone in tutto. « ‘Ste cose si fanno così » spiega Mandalari in un’intercettazione del 5 ottobre 2009, tre settimane prima del vertice. «L’appuntamento è alla multisala, non è là. Nessuno deve sapere dov’è quel posto. Solo io e voi e basta».

I boss si trovano quindi davanti al centro commerciale. Poi arriverà una macchina guidata da un ragazzo: uno alla volta, porterà i capi nel luogo scelto per il summit. «Lasciate la macchina qua» istruisce Mandalari. «I telefonini lasciateli spenti, in macchina, e venite con me». Davanti al luogo scelto per il summit, devono stazionare stabilmente gli scagnozzi. «Là ci vogliono quattro ragazzini fuori che dicono: “Guardate che è una festa privata, non si può entrare”» riferisce Mandalari. A volte il servizio d’ordine è anche più nutrito e organizzato. In un’altra intercettazione, un affiliato racconta dell’incontro dell’1 marzo 2008 in un ristorante di Pioltello: «Mentre mangiavano avevano uomini sparsi per tutto il paese. Una decina di giovanotti: all’ingresso, alla fine, davanti al ristorante, dentro e fuori…
Non ho mai visto una cosa così».

Quello però organizzato spasmodicamente è il summit di Paderno Dugnano. Un incontro decisivo. Neri, reggente della «Lombardia» fino a quel momento, propone il nome del suo successore: Pasquale Zappia. «Compare Pino» fa un’introduzione da consumato politico: «Dobbiamo pensare a raccogliere e non a dividere. Le regole che hanno stabilito giù sono che ognuno è responsabile della propria locale… E tutti sono responsabili della “Lombardia” ». Dopo propone la nomina di Zappia a «mastro generale ». Segue plebiscitaria votazione per alzata di mano. La «Lombardia » ha un nuovo capo.

POLITICA. Mandalari non ha solo mire organizzative, ma anche politiche: vuole costituire una lista civica per le elezioni comunali di Bollate. Ha le idee chiare: «Mandare a casa il sindaco » e presentare un proprio candidato. L’interesse, spiegano i magistrati, «è affaristico: il presunto boss vuole che la nuova amministrazione favorisca i suoi interessi imprenditoriali, affidandogli lavori». «Non è importante essere di destra o sinistra a livello locale» spiega. Nella lista vorrebbe «avvocati, imprenditori», «gente così, di 20-25 anni».

FUNERALI E MATRIMONI. Partecipare è d’obbligo. Non esserci è una mancanza di rispetto che va giustificata e perdonata. Il 5 febbraio 2010 Vincenzo Cammareri, capo locale di Bresso, chiama il genero di un boss appena morto. Spiega che alle esequie non ci sarà alcuna rappresentanza della sua locale. La cosca, purtroppo, è già impegnata a Cologno Monzese per un’altra funzione: è improvvisamente scomparsa la zia di «un calabrese».

Altrettanto importanti sono i matrimoni. Come quello del 19 agosto 2009 a Platì. Gli sposi sono parenti di due pezzi da novanta: Elisa Pelle, nipote di Antonio, detto «Gambazza», convolerà con Giuseppe Barbaro, figlio di Pasquale. Matrimonio per il quale sono accorsi i più illustri esponenti della Lombardia: da Neri a Mandalari. Duemila invitati e importanti decisioni da prendere: nessuno vuole mancare. Ma c’è un inconveniente. Se ne lagna un boss della «Lombardia»: «Sono arrivate 10 lettere di invito, ma noi siamo 11 qua. Come mai manca una lettera? Dobbiamo andare a questo matrimonio o no?». Anche Mandalari concorda sullo sgarro. Però ci passa sopra: «Per rispetto della buonanima», il boss Antonio Pelle, nonno della sposa appena defunto.

Del resto, tanta agitazione è più che giustificata. Quel matrimonio entrerà nella storia della ‘ndrangheta. Durante il banchetto nuziale, i mammasantissima decidono il nuovo capo: Domenico Oppedisano. Che, qualche settimana dopo, si insedierà al vertice del «Crimine».

Commenti

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Il 20 Luglio 2010 alle 14:06 indigesto ha scritto:

Certo! Le mafie inseguono i capitali! Se verrà realizzato lo scellerato federalismo fiscale, al Sud ormai ci sarà poco da imporre, e quel poco sarà devoluto agli stipendi delle clientele dei partiti nel pubblico impiego. Da spendere per opere pubbliche e quant’altro ce ne sarà solo al Nord. E le mafie staranno a guardare? Saranno colpi più sostanzionsi quelli da mettere a segno, e basterà la complicità di pochi politici, per accaparrarseli. La maggior ricchezza porterà ad un inevitabile aumento dello spaccio di droga e dell’esercizio della prostituzione, attività mafiose per eccellenza. Fanno sorridere gli sforzi per liberarsene e la convinzione che tutto farà capo, rituali compresi, ai paesi d’origine, semplificando l’opera, pur sempre meritoria, delle forze dell’ordine. Le mafie sanno come rigenerarsi ed allocarsi, è la loro caratteristica!

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