Perché la ‘Ndrangheta ha colpito la casa del giudice Di Landro

Sul luogo dell'attentato di Reggio Calabria

Sul luogo dell'attentato di Reggio Calabria

Questa volta non ci sono dubbi: nel mirino dell’ndrangheta c’era proprio lui. Salvatore Di Landro, Procuratore Generale a Reggio Calabria, lo sa e lo dice. Un ordigno è stato fatto esplodere davanti a casa sua mentre lui e la moglie si trovavano all’interno. Un ordigno ad alto potenziale, confezionato con tritolo, collegato ad una miccia ad alta combustione.

I danni al portone sono ingenti, le finestre dell’appartamento sono andate tutte in frantumi, e se nessuno si è fatto male, è solo perché l’esplosione è avvenuta intorno alle 2 di notte.

“Credono di intimidirci con queste aggressioni e questi attentati – ha detto Di Landro – ma noi continueremo ad andare avanti con il nostro lavoro senza mollare neanche un centimetro di corda che continueremo a stringere ancora di più attorno alla consorterie criminali”.

Ci vuole davvero coraggio per lanciare, oggi, un messaggio del genere di risposta ai boss delle cosche dopo che già il 3 gennaio scorso fecero esplodere una bombola di gas sotto il portone della Procura e nelle scorse settimane tentarono di sabotare la sua auto di servizio allentando i bulloni delle ruote.

Non solo. Buste con proiettili e minacce di morte sono state inviate, tra l’altro, al Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone, ed ai pm della Procura reggina Vincenzo Lombardo e Antonio De Bernardo.
Un’escalation di violenza che secondo il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso rappresenta una reazione alle “batoste” inflitte all’organizzazione nei mesi scorsi. Non ultima il blitz coordinato dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, in collaborazione con quella di Milano, che a metà luglio aveva portato, in Lombardia e Piemonte, all’arresto di oltre 300 affiliati alle ‘ndrine calabresi.

“L’attentato di questa notte è un fatto gravissimo – commenta il Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri – mai si era arrivati a tanto”. Nonostante la loro consistenza, infatti, gli arresti degli ultimi tempi non spiegano tutto.

Dietro all’attentato della notte scorsa – spiega ancora Gratteri - c’è anche il tentativo, da parte delle cosche, di intimidire chi ha deciso di indirizzare la strategia repressiva della Procura sui sequestri di beni materiali diventati sempre più ingenti. E chi lo ha deciso è Salvatore Di Landro”.

Ma c’è ancora un terzo fattore, accanto agli arresti e ai sequestri, che secondo il Procuratore Antimafia Alberto Cisterna, non può essere sottovalutato se si vuole capire il perché di una tale escalation di attentati contro Di Landro.

“La percezione che abbiamo è che colpendo il magistrato più alto in grado nel distretto – sostiene Cisterna - l’ndrangheta tenti di fermare, o quantomeno intimidire, il responsabile dei pm dell’accusa di tutti i procedimenti d’appello per mafia, nonché delle misure cautelari e di sorveglianza. Intimidendo lui, l’ndrangheta di fatto intimidisce un’intera città svelando la sua grandissima capacità d’aggressione diretta alle stesse istituzioni”.

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