Il trilemma del Pd: mattarellum, alla tedesca o alla francese?

Immagine d'archivio di una sezione elettorale (Ansa)

Immagine d'archivio di una sezione elettorale (Ansa)

Quando si ipotizzano o addirittura si minacciano le elezioni anticipate, come è accaduto nelle scorse settimane, è inevitabile il ritorno del tormentone sulla legge elettorale.

Soprattutto quando una legge non piace a molti in parlamento. Come la legge Calderoli del dicembre 2005, attualmente in vigore e passata alla storia come Porcellum, grazie alla fantasia del suo inventore che parlò senza mezzi termini di una “porcata”. Ma che comunque garantisce alla Camera 340 seggi (pari al 55 per cento) alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa: così ipoteticamente, anche una coalizione che ha raccolto solo un terzo delle preferenze, ma che risulta lo stesso la più votata rispetto alle altre, avrebbe i numeri per governare. Inoltre, la legge ha introdotto due soglie di sbarramento (10 per cento alla Camera per le coalizioni e 4 per cento per liste singole) che hanno contribuito ad eliminare il frazionamento dei partiti.

Al Senato, però, il premio di maggioranza è su base regionale: la coalizione vincente in una regione si aggiudica il 55 per cento dei seggi ad essa assegnati. Ma non tutte le regioni ovviamente hanno lo stesso numero di candidati e si va, infatti, dai 47 senatori della Lombardia ai 2 del Molise. Un nodo spinoso, poi, è quello delle liste bloccate: con il Porcellum, infatti, l’elettore vota la lista, ma non il candidato. Quindi l’elezione dei parlamentari dipende dalla posizione che ricoprono nelle liste, che sono decise, è risaputo, dai vari capi e capetti dei partiti.

Così in campo è sceso il Corriere della sera che ha dato il via a una campagna in difesa del sistema uninominale maggioritario, l’unico in grado di salvaguardare il bipolarismo in Italia e di risolvere il problema delle liste bloccate nel Porcellum. Ma il maggioritario non piace a tutti.

A partire dal segretario del Pd Pierluigi Bersani, che è confuso: si è detto favorevole, con modifiche, sia al Mattarellum sia al sistema tedesco. Solo che il primo ( la legge elettorale in vigore dalle elezioni del 1994 fino a quelle del 2001), è un sistema maggioritario uninominale, in cui è eletto il candidato che prende la maggioranza relativa dei voti in un collegio, corretto con una quota di proporzionale per un quarto dei seggi, su base nazionale alla Camera e regionale al Senato.

Quello tedesco, invece, è un sistema proporzionale con lo sbarramento per i piccoli partiti, riproposto con forza dall’ex presidente del Consiglio e attuale presidente del Copasir Massimo D’Alema su Repubblica, anche perché sarebbe l’unico in grado di “convogliare un campo vasto di forze, dall’Udc alla Lega, e creare un assetto tendenzialmente bipolare, anche se non bipartitico, con un centro forte che si allea alla sinistra”.

Insomma, si adatterebbe meglio alla strategia della “santa alleanza” contro il Cavaliere invocata in queste settimane dai Democrats. Una proposta che incassa il no del PdL e della Lega (Bossi ha detto che la legge attuale non si tocca, mentre il ministro Gelmini ha ribadito che è “un’ottima legge”); per i finiani, invece, in odor di inciucio, è un’idea che va valutata. Ma alla fine, a bocciare  il sistema tedesco sono soprattutto i “compagni” di D’Alema. A partire dall’ex segretario Dario Franceschini che è favorevole a un sistema alla francese, un maggioriatario “puro” a doppio turno. In nome di quella vocazione maggioritaria che piaceva tanto a Veltroni.

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